Avetrana e il suo centro storico

di Raimondo Rodia
Continuiamo a darvi notizie sul centro storico di Avetrana. Oggi accenneremo all’architettura civile. Palazzo Imperiale, prende nome dagli ultimi signori che amministrarono i beni feudali “mero et misto imperio” dell’Università antica, denominazione al posto di “Comune”.  Michele Imperiale, IV marchese di Oria, lo fece restaurare, ampliandolo, nel 1693, come si legge in un vecchio atto.
Alla luce di detto documento appare plausibile la vetustà del palazzo stesso, che risale ad epoche precedenti e verosimilmente alla signoria dei Pagano. Sappiamo inoltre che altri interventi furono operati dai conti Filo, dei quali campeggia lo stemma nel portale di ingresso all’androne. Dopo il 1905 i Filo, abbandonata Avetrana per trasferirsi a Napoli, cedono, dietro corresponsione di un canone, il palazzo ad alcuni amministratori delle loro proprietà.
Da allora inizia la decadenza ritrovandosi oggi suddiviso fra ben 13 famiglie. Con premesse simili risulta al momento assai difficile una lettura delle superfetazioni operate nel tempo. Certamente il massimo splendore, come ci informano altri studiosi, fu raggiunto proprio sotto gli Imperiale.
Un dovizioso inventario parla di numerosa e pregevole mobilia, carte geografiche, tele, arazzi e quant’altro poteva rendere fastoso un palazzo principesco. Dopo quasi vent’anni di abbandono (1782-1804) il palazzo richiese nuovi restauri da parte dei Filo. Oggi appare svilupparsi attorno ad un ampio cortile, cui si accede dall’androne che segue un ricco portale bugnato.
Cadente appare l’ampio scalone fatto costruire da Michele Imperiale per accedere al piano nobile. Inglobata al palazzo è la cappella della Madonna del Carmelo, che recentemente ha restituito degli affreschi risalenti al XVI sec. durante i lavori di restauro avvenuti circa dieci anni fa.
Al suo interno si conserva un’acquasantiera, forse del Cinquecento, che richiama motivi tra il paleocristiano e il gotico.
Lasciatoci alle spalle il portale bugnato del Palazzo Imperiale, ci immettiamo, nell’antica strada dei Caniglia (oggi via Crispi). Proseguendo attraversiamo via V. Emanuele (già strada della Lezza come detto) e poco più avanti, a destra, troviamo Corte Caniglie, da vedere dall’interno per il suo suggestivo portale forse quattrocentesco. Il nome prende, anche se in forma erronea, dai Caniglia, che per quanto ci risulta provengono da Oria, forse al seguito degli Imperiale ed attestati in Avetrana nella seconda metà del XVII sec. con Teodoro Caniglia.
Uscendo su Via Garibaldi ( già strada del Forno baronale e poi Strada dell’Ospedale) e svoltando a sinistra per riuscire su piazza Vittorio Veneto troviamo l’imbocco di Via Ronzieri (o Ronzier, famiglia giunta da Praga con Matteo nella prima metà del XVIII secolo, che diede un sindaco ed un notaio) un tempo strada dei Maramonti (i Maramonte famiglia notabile, apparve nella prima metà del XVII sec. legata ai Romano, Signori di Avetrana).
Al crocevia sorge una recentissima costruzione al posto dell’antico forno Baronale e al fianco una finestrella del XVII sec., forse un’antica caffetteria e probabile casa dei Maramonte.
Proseguendo, all’angolo della piazza un palazzotto che fa il verso al ” Liberty ” si sostituisce alla antica osteria. Di fronte troviamo Palazzo Torricelli.
Il palazzo prende il nome dalla famiglia sotto la quale raggiunse l’unità catastale. “Leggendo” i vecchi muri che si affacciano sulla Piazza Vittorio Veneto è facile accorgersi come esso sia costituito dalla aggregazione di varie unità insediative. Solo con l’acquisto di Arcangelo Torricelli ( la cui famiglia proveniva da Gallipoli ) concluso sul finire del secolo XIX, si riunisce sotto un unico proprietario. Al piano superiore colpiscono due graziose finestre che ricordano, quella a destra con le semicolonne il barocco,  quella a sinistra il gusto rinascimentale.
Bella anche la balaustrata d’angolo, certo barocca.
In fondo alla piazza, a destra, svetta la Torre Civica. La torre fu fatta costruire ove sorgeva la bottega di un calzolaio. Le finestrelle e la porta, seppure assimilabili al gotico, nulla con esso hanno a che fare. Si tratta di un’opera di fine ‘800, creata  per rimpiazzare l’alloggiamento del pubblico orologio che si era perso con l’abbattimento della Porta Grande.
Divenne quindi sede del corpo delle guardie municipali e carcere di transito. L’antico meccanismo che muoveva l’orologio fu fornito dalla stessa ditta che lo fornì al Teatro Petruzzelli di Bari.
All’imbocco di Via della Chiesa, sulla sinistra, una balaustrata che sulla base di una prima ricerca potremmo definire la casa dello speziale, giungiamo così alla Chiesa Madre. Ma di questa chiesa ne parliamo più approfonditamente nella prossima lettera.

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