Pietro Marti e altri illustri cittadini di Ruffano

di Paolo Vincenti

Dalle pagine di NuovAlba, vorrei destare l’attenzione su un illustre ruffanese, la cui figura è stata troppo presto e troppo a lungo ingiustamente dimenticata: Pietro Marti. Mi si potrebbe obbiettare che una rivista di storia e cultura parabitana non sia  la sede adatta per dispiegare quel velo che è sceso sulla figura di questo grande personaggio ruffanese, vissuto a cavallo fra i due secoli Ottocento e Novecento. Ciò è vero. E’ però anche vero che preziosi collaboratori di NuovAlba, fin dagli inizi, sono due insigni studiosi salentini, entrambi legati, in vario modo, a Ruffano: Aldo de Bernart, decano degli storici salentini, massima gloria di Ruffano, sua patria d’elezione , e di Parabita, che gli ha dato i natali, e Alessandro Laporta, anch’egli  frequentatore  di lungo corso della città di  Ruffano,  anche in virtù del vincolo di parentela e di fraterna amicizia che lo lega al de Bernart. Ebbene, Aldo de Bernart, al quale  faccio i miei più sinceri auguri per i suoi ottant’anni, anche se con ritardo (è solo dallo scorso luglio che sono entrato, immeritatamente, a far parte della grande famiglia di Nuovalba), de Bernart, dicevo, da tempo immemorabile si è occupato di Antonio Bortone (Ruffano 1844-Lecce 1938), uno dei più grandi scultori salentini di tutti i tempi, con varie pubblicazioni, fra le quali un posto d’onore spetta ad  Antonio Bortone (Conte Editore), pubblicato dalla ProLoco di Ruffano, in occasione delle celebrazioni bortoniane, nel 1988, a cinquant’anni dalla morte del grande artista (questa pubblicazione è stata ricordata dall’Amministrazione Comunale Ruffanese lo scorso anno, in occasione del restauro e dell’apertura al pubblico della Domus Bortoniana, cioè l’antica casa in cui l’artista nacque, nel centro storico del paese).

Alessandro Laporta si è occupato di Riccardo Menotti (Ruffano 1890-1971), altro illustre ruffanese, con una   Notizia di Menotti Riccardo scultore di Ruffano, contenuta in “Colloqui-150° Anniversario della nascita di Antonio Bortone 1844-1994”, a cura della ProLoco di Ruffano (Tip.Inguscio 1994) e dello stesso Bortone nel già citato Antonio Bortone, del 1988.

Anche Pietro Marti si era occupato del Bortone in  Antonio Bortone e la sua opera, del 1931. Che dire poi di Carmelo Arnisi (Ruffano 1859-1909)? Oltre ad essere ricordato da Ermanno Inguscio nella sua opera  La civica amministrazione di Ruffano-Profilo storico (Congedo editore 1999), è stato pubblicato nel 2003, a cura della ProLoco ruffanese, Carmelo Arnisi – Un maestro poeta dell’Ottocento (Congedo Editore), un bellissimo volume con tre saggi, di Aldo de Bernart, Ermanno Inguscio e Luigi Scorrano, sulla vita e le opere del poeta ruffanese, fino ad allora quasi sconosciuto.

Da un paio d’anni, è stato anche istituito a Ruffano un concorso poetico, con cadenza annuale, intestato a Carmelo Arnisi.

Ma veniamo al nostro Pietro Marti. Nulla o poco più è stato pubblicato, in tutti questi anni, su questo grande intellettuale. Ne dà notizia ancora Ermanno Inguscio, nella già citata Civica Amministrazione. Pietro Marti (Ruffano 1863- Lecce 1933), nasce in una poverissima famiglia ruffanese, ma riesce tuttavia a studiare, tra mille sacrifici, ed a diplomarsi maestro elementare, attività che svolge a Ruffano, nei primi anni. Il Marti, bisogna dire, non aveva un carattere facile e non era abituato ai compromessi o alla piaggeria. Ben presto, i suoi rapporti con l’amministrazione comunale di Ruffano si fecero tesi ed egli, dopo ricorsi e sentenze del Consiglio di Stato, fu mandato ad insegnare a Comacchio. Oltre alle lettere, la sua grande passione è l’arte e l’amore per la sua terra che egli manifesta in vari modi, nella sua sfaccettata  e multiforme attività. Spirito libero ed autentico talento, brillante e poliedrico, si dà al giornalismo, fondando e dirigendo molte testate, fra le quali “La Voce del Salento”, “Arte e Storia”, “Il Corriere neretino”, ecc. Il nome di Marti è anche legato alla nascita ed alla diffusione del Futurismo pugliese.  Nel febbraio del 1909, infatti, veniva pubblicato sul prestigioso giornale francese “Le Figarò” il Manifesto del Futurismo, la corrente letteraria fondata da Filippo Tommaso Marinetti. Ebbene, sulla “Democrazia”, settimanale fondato e diretto da Pietro Marti, il 13 marzo 1909, vale a dire a meno di un mese di distanza dall’apparizione del manifesto  Le futurisme sul “Figaro”, veniva pubblicato il “Manifesto politico dei Futuristi”.

Ancora una volta, dopo un periodo di parziale oblìo del futurismo leccese, nel 1930 ,  a smuovere le acque fu “La Voce del Salento”, nuovo settimanale fondato e diretto da Marti, con un articolo, a firma di un tale Modoni, fortemente critico nei confronti dell’arte futurista. Questo articolo innescò l’effetto contrario rispetto a quello desiderato dal suo autore; vi fu infatti una levata di scudi, da parte degli esponenti del futurismo, in difesa di questo movimento dalla carica fortemente rivoluzionaria. Lo stesso Marti, con lo pseudonimo di  Ellenio, pur chiamandosi fuori dalla rissa che si era scatenata, esprimeva forti perplessità sulla concezione futurista dell’arte.

Ma quello che voglio sottolineare è il fatto che  Marti, da grande intellettuale aperto e illuminato, pur non in sintonia con le idee dei giovani futuristi, accettava di pubblicare qualsiasi intervento, sia aspro e critico, sia favorevole a quel gruppo di giovani artisti leccesi, che si chiamerà “Futurblocco”, capeggiato dall’allora poco più che adolescente Vittorio Bodini, nipote dello stesso Marti. Grandi sono anche i meriti di Marti nell’arte. Da vero talent scout, come si direbbe oggi, fece conoscere al grande pubblico molti giovani artisti salentini, con l’allestimento di Biennali d’arte a Lecce. Divenne ispettore onorario dei Monumenti e Scavi per la Provincia di Lecce e Direttore della Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini”. Oltre ad una biografia di Antonio Bortone, in cui Marti dimostra una grande ammirazione per lo scultore ruffanese nonché un grande amore, mai venuto meno, per la propria terra natale, l’autore scrisse diverse opere di carattere storico, artistico e letterario.

In tutto, si conservano circa 40 opere presso la Biblioteca provinciale di Lecce, opere che aspettano di essere riportate alla luce e ripubblicate. Conversando con il prof.Ermanno Inguscio, qualche tempo fa, mi sembrò che lo stesso volesse prendere questo impegno ma, evidentemente, la sua attività di insegnante o altre ricerche in corso, glielo hanno, fino ad ora, impedito.

Fra le opere del Marti, quella più meritoria di essere ricordata è sicuramente Origine e fortuna della Cultura salentina, tre libri in cui ricostruisce la vita intellettuale salentina dalle origini fino ai giorni nostri. Un’opera, questa, costatagli molti anni di paziente ricerca, agevolata sicuramente dal suo incarico di Direttore della Biblioteca provinciale, nella quale egli profuse grandissimo impegno e amore per la nostra nobile cultura che, seguendo le sue stesse parole, “ha portato, in ogni secolo, un contributo considerevole di forza alla storia del pensiero e della civiltà”. Per questo, egli recuperò ed esaminò tutti quei documenti “scampati alle devastazioni dei Saraceni, alla lima incessante degli anni, alla pirateria dei governanti ed alla ignoranza dei successivi abitatori”.

Pietro Marti muore il 18 luglio 1933; a lui,  a Ruffano, è anche intitolata una via e il suo  nome,  grazie ad una  non più differibile riscoperta, speriamo possa andare ad aggiungersi, nelle pubblicazioni degli studiosi e nell’affetto popolare, a quello degli altri cittadini illustri che hanno fatto grande Ruffano.
Pubblicato su “ NuovAlba” dicembre 2005, e poi in “Di Parabita e di Parabitani”,di Paolo Vincenti,  Il Laboratorio Editore, 2008.

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