Piccoli seminaristi crescono (diciassettesima parte)

Gli ultimi mesi, la crisi. Seminario Vescovile di Nardò 1965.
(Diciassettesima parte)

di Alfredo Romano

Mi capita dopo tanti anni di dire a me stesso: Ma come hai fatto a resistere cinque anni in Seminario? Sinceramente ero entrato con l’idea di diventare prete, anzi sognavo di fare il missionario in terre lontane, portare il Vangelo e la carità alle genti bisognose. Certo, a 11 anni, quanti ne avevo quando entrai, come si poteva decidere della propria vita? Che senso aveva la mia “vocazione” a quell’età? Eppure tutti a dirmi, superiori e padre spirituale in primis, che io, proprio io, ero stato “chiamato”, scelto dal Signore in mezzo a tanti. Quindi dovevo sentirmi fortunato: non accettare significava rifiutare un dono inestimabile. Sarei diventato l’“Ecce Sacerdos Magnus” cantato dai profeti, colui che si doveva far carico della salvezza delle anime e della redenzione di quelle perdute. Ecco, entrando in Seminario folgorato da così nobili ideali, proprio da questi ho tratto nel corso dei primi anni almeno la forza per sopportare la severa e quanto mai dura disciplina. Mi sentivo fortunato rispetto ai ragazzi della mia età, questi erano destinati a una vita normale, io a vette inesplorate, quali quelle di assolvere, redimere, consacrare, rinnovare quotidianamente il miracolo dell’eucaristia. Ero un ragazzo diverso e in questa diversità mi adagiavo dondolandomi tra sogni, speranze, illusioni.

Ma poi arrivò la pubertà, quella che scatena rivoluzioni nel corpo e nell’anima, ed ecco il tarlo che ti rosicchiava dentro pian piano, e quando t’affacciavi alla finestra e scorgevi gruppi di ragazzi della tua età che correvano spensierati per le vie del paese e schiamazzavano e ridevano di cuore… E perché io non potevo correre e ridere e scherzare come loro? Tutto si capovolgeva e io non ero più il “chiamato”, ma solo lo sfigato sbattuto in un carcere duro. Naturalmente questi erano solo pensieri, “tentazioni” avrebbero detto i superiori e, per resistere alle tentazioni, occorreva solo pregare e pregare. E che dire delle pulsioni inconsce quando t’imbattevi nell’universo femminile durante le passeggiate o le vacanze estive? Correvi dal padre spirituale e lui ti segnava sempre la stessa ricetta: pregare, pregare e pregare. Beninteso, non c’era ancora l’idea di lasciare, solo che l’adolescenza portava con sé non poche macerazioni interiori.

Gli ultimi due anni, perciò, sono stati anni d’inferno. Certo che ero libero di andarmene, ma non era poi così facile: significava in ogni caso ammettere di essere stato sconfitto in quel tuo miraggio dell’Ecce Sacerdos, senza sapere poi quali altre strade avresti potuto intraprendere nella tua vita. Per non dire di quante persone avevano affidato su di me sogni e speranze, mamma in particolare, col suo dire che “donava” un figlio al Signore. Perciò ti tenevi tutto dentro e i giorni trascorrevano nelle ore del silenzio, dello studio e del conflitto sul che fare in attesa che la crisi si dimostrasse passeggera.

Verso la fine del 1964 accadde che mio padre perse il lavoro e la mia famiglia venne a trovarsi in condizioni economiche per niente tranquille, sicché l’unica risorsa fu quella di emigrare. Nei primi mesi del 1965 i miei partirono per Civita Castellana, nel viterbese, per la coltivazione del tabacco (allora era sempre una risorsa). Erano gli anni in cui molti salentini emigravano colà attratti dalla stessa meta (leggi Emigrazione. I leccesi a Civita Castellana, Viterbo).

Io avrei raggiunto la famiglia non appena finiti gli esami di V ginnasio. Quando tornai a Collemeto per i cinque giorni di vacanze pasquali, mancando i miei, mi diressi a casa dei nonni materni. Sul mio diario appuntavo intanto: Sono stato a Galatina, diretto all’Ufficio Sanitario per il certificato di rivaccinazione. L’autobus era zeppo di studenti vocianti e spensierati. Ho provato un senso d’invidia, anche di vergogna: una sottana nera, come una nuvola nera, che ci faceva in un cielo azzurro? … Prima di ripartire per il Seminario con don Salvatore, il mio parroco, ho salutato un bel po’ di parenti… avevo il pensiero di dover tornare in un carcere amaro… ultimi minuti, ultimi secondi di libertà, poi catene e via! … durante il tragitto sentivo brividi di amarezza… avrei voluto cambiare rotta, ma…! … Non sarebbe meglio decidere subito? Questo era il mio stato d’animo negli ultimi mesi trascorsi in Seminario. Ma riuscivo ancora a separare il “carcere” dall’ideale che ancora ispirava il bel progetto del Sacerdos. In ogni caso la mia condotta in quegli ultimi mesi fu quasi irreprensibile, non diedi adito ad altre “provocazioni”, se si eccettua un rimprovero per troppo chiasso che il rettore volle una volta rivolgermi coram populo nei pressi dell’aula scolastica. Siccome non mi sentivo responsabile, feci orecchio da mercante mostrando indifferenza ai suoi toni piuttosto accesi. Più che altro ero diventato grande e non sopportavo di essere trattato come un bambino e glielo dimostrai, mentre mi riprendeva, voltando la faccia altrove in segno di sfida, quasi che non m’importasse nulla.
Finiti gli esami di V ginnasio, non seguii i miei compagni in villeggiatura estiva a Villa Tabor delle Cenate di Nardò, come accadeva ogni anno, ma partii direttamente per Civita Castellana con un furgone Volkswagen zeppo di emigranti provenienti da vari paesi salentini. Il caporale si chiamava Vittorio e viaggiava sempre di notte. Non c’erano autostrade allora, eccettuata la Roma-Napoli, e impiegammo 20 ore per arrivare alla meta. Ecco come immaginavo Civita Castellana e le prime impressioni al mio arrivo tratte dal mio racconto “Veniva da Lecce la bella maestrina: La vedevo tanto lontana Civita Castellana, non ero mai stato così lontano. E mi immaginavo boschi da favola, mi immaginavo fiumi, montagne, alberi giganteschi, paesaggi che avevo intravisto solo sui libri di scuola. Quando il furgone stipato di gente e bagagli come sardine fece ingresso a Civita Castellana e imboccò la strada per località Terrano, sul ponte mi resi subito conto che quello che avevo sognato di Civita Castellana era vero, lo stavo toccando con mano. Mi apparve bellissima Civita Castellana: quei fossi così lussureggianti, quelle valli che si perdevano in lontani casali come fossero fatti di cioccolato, i fiumi, quei tortuosi torrenti e cascate sormontati da altissimi pioppi, le montagne sullo sfondo, il paesaggio vario con le discese e le salite che contrastavano con le aride e monotone pianure delle mie parti. Tutto mi sembrava bello. Sì, entravo in un paese nuovo, fantastico, ero eccitato, impazzivo in quel furgone, lì col naso schiacciato contro il vetro del finestrino e gli occhi che non si davano pace nell’imbarazzo di dover rubare con lo sguardo il paesaggio meraviglioso che mi sfumava alle spalle e invano gridavo a Vittorio, di rallentare: «Avrai tempo, avrai tempo», mi assicurava”.

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