Piccoli seminaristi crescono (sedicesima parte)

1965. Quando arrivò la contestazione nel Seminario di Nardò
(sedicesima parte)

di Alfredo Romano

Il ’68 era di là da venire, ma la protesta sociale e politica dei giovani, come la rivoluzione nei costumi, non nacque all’improvviso, ma fu preceduta da un periodo di incubazione in cui si annunciavano le prime avvisaglie. Le canzoni di cantautori come Luigi Tenco e Fabrizio De André, per es., per la prima volta in Italia affrontavano temi scottanti come la guerra, la libertà dei popoli, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la falsa morale borghese, l’ipocrisia della società perbenista; l’idea, inoltre, che il potere dovesse essere inteso come servizio e non fine a se stesso. La parola amore poi non faceva più rima con cuore: “… sembra che intorno ci sia solo gente / che oltre al grande amore / non pensa a niente” cantava Tenco in La ballata dell’amore. Era in atto il miracolo economico e ci si avviava verso un diffuso benessere, la televisione arrivava in tutte le case, le idee e le persone circolavano di più e niente era scontato e tutto veniva messo in discussione, dal taglio dei capelli, al vestiario, dalla libertà di movimento al libero pensiero. Ecco, qualcosa cominciava a smuoversi, seppur timidamente, anche tra noi seminaristi dell’ultimo anno, adolescenti di 16 anni, che cominciavamo a non sopportare più certe regole vigenti da secoli nei seminari.

Prendiamo la corrispondenza, per es., il fatto che le lettere in partenza e in arrivo dovessero passare al vaglio del rettore. Beh, a 11 anni non ci fai caso, ma a 16 non accetti e provi fastidio. A parte il fatto che la libertà di corrispondenza privata era ed è sancita dall’art. 15 della Costituzione: La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge. Forse che noi seminaristi non eravamo cittadini italiani? Ma la Costituzione non si leggeva nei seminari a quel tempo, neanche nelle scuole statali a dire il vero, ché l’educazione civica era considerata materia superflua.

Prendiamo anche la questione del refettorio, il fatto che i superiori consumassero i pasti nella stessa sala dei seminaristi: loro serviti di tutto punto e noi a mangiare brodaglie e polpette finte, dette ironicamente misterium fidei; per non parlare delle mele smozzicate cui era stata tolta la parte marcia.
E la televisione? Sì, c’era una televisione anche in Seminario e si trovava in una sala dirimpetto allo studio. Ma non ce la facevano vedere quasi mai, faceva eccezione lo spettacolo per bambini dello Zecchino d’oro e qualche documentario a sfondo religioso. Imparavamo a memoria le canzoni dello Zecchino (44 gatti in fila per sei col resto di due, ricordo) e le cantavamo durante le passeggiate. Una volta assistemmo anche a una partita di calcio: Italia-Cile, Campionati mondiali in Cile, 1962. Eppure ci sarebbe piaciuto, per es., assistere alle puntate di Rin Tin Tin, il nome di un celebre cane pastore tedesco protagonista allora di numerose opere di fiction per ragazzi. Le rare volte che vedevamo la TV era una festa per noi seminaristi.

A proposito di spettacoli, il gennaio del 1961 fu un mese fortunato per noi, ché, per due volte consecutive, fummo portati al cinema di Nardò (una matinée solo per noi seminaristi, ma c’era anche il vescovo) per assistere a I dieci comandamenti, di Cecil B. DeMille, e a Ben-Hur, di William Wyler. Erano film epici di lunga durata, allora di grande successo internazionale. Stranamente, però, nel corso della visione, ogni tanto la pellicola si oscurava per qualche minuto o più e la cosa ci sembrò alquanto strana. In seguito, però, rivedendo negli anni a venire gli stessi film, scoprii che le parti oscurate coincidevano esattamente con le scene in cui i protagonisti si baciavano. Evidentemente l’operatore alla macchina era stato invitato da un superiore a censurare le scene del bacio con il cosiddetto sistema della cartolina. Sarà che di film epici a sfondo religioso nei cinque anni successivi non se ne fecero più, sta di fatto che al cinema di Nardò non mettemmo più piede.

Ma c’era una cosa che più di tutti ci mandava in bestia. Si trattava dell’introduzione di una nuova punizione (si era al penultimo anno) che cozzava coi principi del diritto per non dire del buon gusto. In pratica, il seminarista che nel corso della settimana era stato particolarmente indisciplinato, veniva punito privandolo dell’ora di visita parenti la domenica successiva. Il guaio è che i genitori non venivano avvisati, per cui al loro arrivo in Seminario (molti venivano da lontano, anche con taxi collettivi) si sentivano dire che, causa grave indisciplina del figlio, non avevano diritto all’ora di parlatorio, per cui dietro-front e ritorno a casa.

Sarà che con l’adolescenza si è portati a mettere in discussione l’ordine stabilito, sarà che non c’era più l’entusiasmo dei primi anni e dentro covavano desideri e sogni inconfessati, sta di fatto che per la prima volta nella storia del Seminario di Nardò un gruppo di seminaristi, quelli del V Ginnasio, organizzarono una contestazione. Che, però, era silenziosa e consisteva nel non giocare nei minuti di ricreazione: semplicemente ce ne stavamo a braccia conserte, come fannulloni, a reggere, per così dire, le colonne del cortile. E già, perché c’era l’obbligo di giocare e, non giocando, commettevi un atto di disubbidienza. La cosa non poteva passare inosservata e puntualmente si avvicinò il vice rettore chiedendoci le ragioni del non gioco, ma nessuno di noi proferì parola, ci limitammo solo a un’espressione facciale che voleva dire bah, non so… “Domani pomeriggio, alle ore 16, ci vediamo nell’aula scolastica” ordinò perentorio il vice rettore che aveva subodorato un qualche inespresso malcontento. Quella che seguì fu per me come la notte dell’Innominato. Quando mi assicurai che tutti i compagni in camerata avevano preso sonno, munito di penna e quaderno, mi levai dal letto e mi avviai quatto quatto in punta di piedi verso i bagni. Lì, in quell’angusto cesso di fioca luce che non indulgeva a serafiche vedute o a profumate meditazioni, approntai il mio cahiers de doléances da snocciolare il giorno dopo all’appuntamento col vice rettore. Sapevo di essere uno dei principali artefici della protesta e non potevo perciò tirarmi indietro. Il pomeriggio del giorno dopo, alle 16 in punto, noi seminaristi del V ginnasio entrammo nella nostra aula. Io presi posto in uno degli ultimi banchi. Nell’attesa del vice rettore, regnava nell’aria uno strano silenzio, c’era apprensione sulla faccia dei miei compagni, forse la protesta del non gioco non era stata una buona idea, forse avevamo superato un limite invalicabile: la cosa insomma non preludeva a niente di buono. E arrivò il vice rettore e, come di consueto in un’aula scolastica, ci levammo in piedi. Ordinò di sederci. Quindi, iniziando dai primi banchi, quasi fossimo a lezione, prese a interrogarci uno ad uno in merito a quella che considerava una manifestazione che, a memoria d’uomo, non era mai stata inscenata in un seminario. Il tono del vice rettore non era rassicurante, un tono da pubblica accusa piuttosto. Il primo interrogato, però, fece scena muta e il vice rettore ebbe buon gioco a fissarlo negli occhi in un misto di biasimo e di compassione. Stessa scena per il secondo interrogato, così pure per il terzo, il quarto… Nessuno fiatava. Fino al decimo. Per ultimo arrivò il mio turno e gli sguardi dei miei compagni si voltarono indietro come per dirmi: sei l’unica speranza. Mi alzai e, come investito da una missione, il mio quaderno sul banco per non farmi sfuggire nulla, in un tono sicuro e quasi di sfida, diedi inizio alle mie “geremiadi”. E così reclamai sulla corrispondenza, sulle assurde punizioni inflitte ai seminaristi, sul fatto che in refettorio i superiori avessero un trattamento alimentare diverso dal nostro e chiedevo che almeno consumassero i pasti in una sala appartata. Chiesi pure che almeno una volta a settimana, la domenica almeno, potessimo svagarci con qualche notiziario d’informazione, un documentario, un film per ragazzi, una partita… Il vice rettore non mi interruppe, non ebbe alcun sussulto durante il mio dire, né manifestò una qualche irritazione o collera, ma, dalla faccia, dava l’impressione di non voler credere alle sue orecchie. Finita la mia “requisitoria”, ordinò di sedermi e prese la parola. Stranamente ostentava una certa pacatezza. Ma non disse molto, non entrò nel merito delle lamentele, ma si limitò a ribadire quella che lui riteneva fosse la volontà del Signore Iddio, e cioè: i disagi da noi manifestati erano semplicemente delle prove che il Signore ci mandava per saggiare la nostra vocazione. Punto.

Punto e basta. Come potersi contrapporre di fronte a una “verità rivelata”? Non c’era scampo.
Apparentemente tutto sembrava finito e noi tornammo nei ranghi naturalmente. Non proprio, però. In realtà, il rettore aveva deciso la mia espulsione dal Seminario (ma seppi della cosa solo molti anni dopo) in quanto soggetto che esercitava un’influenza nefasta sui compagni. Un diavolo tentatore insomma. Mancavano pochi mesi agli esami di V ginnasio e per me l’espulsione avrebbe significato perdere due anni di scuola (agli esami ci si presentava come privatisti portando il programma di IV e V). Fu chiamato il mio parroco di Collemeto per comunicargli l’ordine di espulsione. Don Salvatore Nestola rimase di sasso, lui mi conosceva bene e, a mia difesa, disse solo che ero un ragazzo portato a dire quello che pensavo, ma che non avevo propositi “sovversivi”. Poi, per scusarmi, disse al rettore che forse soffrivo del fatto che la mia famiglia fosse emigrata a Civita Castellana e perciò, rimasto solo, stavo attraversando un brutto momento.

Scherzando un po’ poi, com’era nel suo carattere, aggiunse che in fondo avevo preso da mio padre ch’era solito fare sfuriate, ma che non c’era cattiveria e che andavo preso per quello che ero. Insomma, grazie a don Salvatore, potei finire l’anno scolastico.

Una decina di anni dopo, incontrai casualmente nella baia di Portoselvaggio un mio ex compagno di seminario, proprio di Nardò, anche lui fuoriuscito. Rievocammo un po’ la nostra esperienza e, a proposito della contestazione, mi disse di non aver dimenticato e che quello che avevo denunciato era stato sacrosanto, anche un atto di coraggio.

Dopo il V Ginnasio, su undici, tagliammo la corda in cinque, e quando ebbi qualche tempo dopo la ventura di imbattermi anche in un superiore, mi sentii addebitare quell’abbandono così clamoroso.  Pupiddhu scùntala a quiddhu! Come dire che la colpa è sempre di qualcun altro.

2 Commenti a Piccoli seminaristi crescono (sedicesima parte)

  1. Ho letto attentamente tutti i post precedenti, ma quest’ultimo mi obbliga ad uscire allo scoperto con una mia testimonianza, sia pure indiretta. L’ho fatto da tempo in privato, ma ora sento il dovere di farlo pubblicamente e ringrazio Alfredo Romano per avermene dato l’occasione. Chi scrive è l’unico responsabile della fuoruscita dal seminario di Nardò di quello che sarebbe diventato suo cognato: Giuseppe Presicce. Ancora oggi, facendo i calcoli mi chiedo se, tutto sommato, mi è convenuto: e se Giuseppe fosse diventato (tutto è possibile!) prima sacerdote, poi cardinale e, infine, Papa? Probabilmente sarei diventato un pezzo grosso e oggi non mi ritroverei ad essere quel che sono: un anonimo insegnante di latino e greco in pensione. Galeotta fu la lettera e chi la scrisse, è il caso di dire; già, una lettera che giunse come un fulmine a ciel sereno in casa dei miei futuri suoceri, semplici contadini, sconvolgendoli. In essa, per farla breve, Giuseppe in tono dimesso confessava un profondo, radicale ripensamento sulla genuinità della sua vocazione sacerdotale. Quando mio suocero me l’ebbe passata ed io l’ebbi letta, una sonora risata di rabbia invase l’ambiente. Allora ero all’ultimo anno di Lettere ma anche se fossi stato uno studente delle medie mi sarei immediatamente accorto che quella lettera, per lo stile dimesso ma enfatico (apparentemente un ossimoro…), per la presenza di alcuni vocaboli e per l’eccessiva consequenzialità, anche formale, di molti concetti, non poteva essere stata compilata da Giuseppe, anche se la grafia era la sua. La rabbia lasciò immediatamente il posto a considerazioni sull’ipocrisia, l’inganno, la violenza, la menzogna, cose che nell’educazione, pur severissima, che i miei genitori, in particolare mio padre, mi avevano impartito, non avevano mai trovato ospitalità e occasione per esprimersi. Il mio commento a quella lettera illuminò la decisione che mio suocero prese e che già è nota. Lì per lì Giuseppe soffrì (è sempre così quando si deve lasciare un ambiente al quale, bene o male, ci si è abituati), ma oggi mi considera il suo salvatore. Solo poche riflessioni dopo questa tiritera: non condivido assolutamente l’educazione moderna (in non pochi miei post l’ho detto chiaramente) e penso che prima di passare dalla schiavitù (o quasi) al libertinaggio sarebbe stato opportuno fare una tappa (per me definitiva) all’oasi della libertà, quella dove l’autoritarismo formale e astratto cede all’autorità non imposta ma sentita come stima, ammirazione, modello da emulare, dove la personalità di ognuno ha il diritto di vivere le tappe sane della sua crescita senza ipocriti, stupidi, incoerenti e, a tratti, pure, singolarmente presi, irrazionali comportamenti. Nell’esercizio della mia professione laica ho tentato di restare fedele a questi principi e sotto questo profilo, pur consapevole di non aver dato tutto quello che avrei potuto o dovuto dare, non credo (sarà presunzione) di essere stato, anzi di essere (perchè questo obbligo deve continuare fino alla morte e, forse, anche dopo…) un fallito.
    E chiudo con una domanda: la crisi di vocazioni non potrebbe essere connessa col perseverare di certi atteggiamenti e di certe regole, pur obbligatoriamente edulcorati dall’evoluzione dei tempi?

  2. Gentile Armando Polito, seguo anch’io le Sue “spigolature”, soprattutto sono d’accordo che la d cacuminale retroflessa nel nostro dialetto debba risolversi in dh e non in dr. Quel che vale per Giuseppe Presicce (futuro papa chissà) dovrebbe valere per tutti i seminaristi fuoriusciti, compreso me, e magari potrei scrivere un libro dal titolo: Il seminarista che non divenne mai papa. Beh, Fernando Filoni, oggi terza carica del Vaticano, di qualche anno più grande, è stato in seminario con me e lo ricordo bene: aveva la mansione di sagrestano, la stessa che rivestii anch’io in III media. Insomma, consoliamoci col dire che “è meglio un bravo cognato che un cattivo sacerdote!” e Giuseppe ha ben ragione ad affermare di essere stato salvato da un così solerte e “comprensivo” cognato. In quanto alla dura disciplina cui eravamo sottoposti in seminario, non è che non si volesse accettare, semplicemente veniva imposta in maniera autoritaria da dirigenti ecclesiastici poco autorevoli o non adatti a quelle cariche. Non era neanche colpa loro, perché erano scelti dal vescovo non certamente in base alla loro preparazione di educatori e di insegnanti, ma solo in base all’organigramma dei posti da occupare nella diocesi. La crisi odierna di vocazioni riflette in qualche modo quel che succede nel mondo del lavoro, laddove si è costretti a rivolgersi a manodopera straniera per lavori che nessuno vuol più fare. E’ pur vero che oggi il prete ha perso quel carisma di una volta e la sua non è più neanche una professione che gli garantisca i benefici economici di un tempo (Jata a cci trase ‘na chirica ‘ccasa… si diceva) che attraevano vocazioni provenienti maggiormente da famiglie più umili. Per solidarietà al cognato Giuseppe Presicce, può dirgli che anch’io mi considero un “salvato”. Grazie per il contributo critico.

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