Piccoli seminaristi crescono (quindicesima parte)

 

Quando i seminaristi di Nardò tornavano in famiglia per le vacanze. 1960-1965

(Quindicesima parte)

 

di Alfredo Romano

Tornare a casa per ritrovare il focolare domestico era per tutti noi una gioia che non si può descrivere. A Natale e a Pasqua si tornava a casa per cinque giorni, ma te li dovevi sudare: si dà il caso che i seminaristi erano impegnati in riti liturgici e canti gregoriani nel pontificale dei giorni di Natale e di Pasqua, che aveva termine alle ore 13, quando si ordinava il liberi tutti. Assistevano alla messa molti dei nostri padri venuti per portarci via, mentre le mamme a casa impastavano e arrostivano per il ‘lauto’ pranzo. Ricordo bene mio padre in cattedrale, in piedi, appoggiato alla colonna davanti, che muoveva impaziente la testa nel tentativo di scorgermi, mentre io, mezzo nascosto tra i gregorianisti, intonavo antifone, alleluia, introiti, gloria e offertori vari.
Ma le vacanze vere erano quelle estive: tre mesi, da luglio a settembre, roba da dimenticare di essere un seminarista. Ma, prima della partenza, ogni anno era d’uso per il rettore renderci edotti sulle regole che dovevano governare la lunga vacanza al paese, regole per le pratiche spirituali, ma soprattutto di condotta, cui era tenuto il seminarista. A tal proposito, a ognuno di noi veniva consegnato un foglio con l’elenco delle  norme da seguire. Il foglio poi, al rientro dalle vacanze, doveva essere riconsegnato al rettore debitamente firmato dal genitore che si faceva garante della buona condotta tenuta dal figlio. Ma la regola più bizzarra (questa però non scritta), recandomi a casa per la prima volta a Natale, fu quella del separé da imbastire intorno al mio letto: i familiari, in pratica, non dovevano aver accesso alla ‘mia riservatezza’. Avevo 11 anni e mia madre, pur incredula, alla bene e meglio montò un separé con un vecchio lenzuolo. I miei storcevano il naso, mio padre poi se ne usciva con un: ‘Stu fìjju miu a cce mmane hae ccappatu! I miei fratellini, che dormivano nella stessa stanza, giocavano invece a farmi dispetti intrufolandosi di corsa in quello che era il mio recinto per poi scappare con risa e strilli. Io fremevo, ma ero un seminarista e… dovevo sopportare pazientemente. Questa cosa, a dire il vero, durò qualche giorno, quando anch’io non ne potei più del ridicolo separé e fu smontato con buona pace di tutti.

Ma le regole riguardavano soprattutto le vacanze estive, quando, nel dolce far niente, il diavolo era lì sempre pronto a compromettere la nostra virtù. Gira e rigira il chiodo fisso era sempre quello: stare alla larga da ogni parvenza femminile. E quindi, visti i “… gravi pericoli che sovrastano la vocazione ecclesiastica del figliolo”:
1) deve stare lontano dalle spiagge marine;
2) non deve partecipare a villeggiature comuni con giovinette, anche parenti (parenti per dire cugine);

3) non deve fare gite promiscue;
4) non deve usare la bicicletta per gironzolare;
5) non deve frequentare il cinema parrocchiale senza il permesso del parroco;
6) non deve assistere a spettacoli televisivi, ad eccezione dei programmi consigliati dal Centro Cattolico;
7) non deve leggere la stampa periodica cosiddetta indipendente, né rotocalchi illustrati;
8) deve evitare l’ozio;
9) deve adempiere alle pratiche di pietà.

Beh, francamente, era difficile star dietro a divieti così rigidi: prendendoli alla lettera, occorreva starsene chiusi sempre in casa. Ogni giorno partecipavo alla messa e alla funzione serale, ma, per il resto, che si doveva fare? Amavo andare in bicicletta e ne approfittavo per raggiungere l’uliveto di mio padre, situato tra Collemeto e Santa Barbara, dove passavo il tempo a leggere e a meditare in una tagliata che mi sottraeva allo sguardo altrui. Si trattava di letture finalizzate sempre a evitare le tentazioni del mondo e a salvaguardare la “virtù”.
Da “Inviti alla vittoria: riflessioni e schemi di meditazione per l’Aspirante al Sacerdozio in vacanzedi padre Camillo Bensi, Firenze, 1962. Ecco alcuni scampoli:
– Caro giovinetto, c’è nel mondo una tempesta… e non terminerà che con la fine della vita sulla terra. È la tempesta del male, dell’immoralità, dell’impurità.
– Ma… attento! Il 999 x 1000 delle pellicole… sono dannose… quell’ora di divertimento potrebbe essere l’agonia della tua vocazione… Fuggi coraggiosamente!

– Il Rettore non ti vede, ma c’è uno più importante che ti segue momento per momento: Dio, l’occhio di Dio.
– … i sensi non custoditi provocano pensieri cattivi, immaginazioni pericolose, dissipazione, tentazioni innumerevoli

Tu vedi tanti coetanei già ingannati dalle lusinghe del mondo, che camminano sulla strada della perdizione. Hanno già nel cuore l’inferno. Ridono e cantano, ma è un canto di morte.
Quanti infelici sulla terra tra coloro che si fanno trascinare dalla scomposta passione chiamata amore! (Beh, qui forse molti innamorati potrebbero anche approvare! Nda.)
La tentazione arriva talvolta improvvisa come un temporale, ma più spesso si insinua nella mente senza rumore e senza campanelli d’allarme. Può essere un pensiero tenue come una nuvoletta o un desiderio che spunta mite come il sorriso di un bimbo innocente. Poi si colora lentamente di fascino e di bellezza, di poesia. Attrae, incanta, incatena… Si rimane estasiati come davanti a un’aurora.

Da: “Verso il sole: terza serie di riflessioni per i giovani” di mons. Giuseppe Zaffonato. Vicenza, Giuliani, stampa 1955 (Si tratta di riflessioni per giovani in generale, non necessariamente seminaristi).
– I medici, che voglion essere sinceri, dicono che la purezza è la migliore salvaguardia per la salute fisica e per la vigoria intellettuale.
– Il solo pensiero impuro è già capace di spingere tutto il nostro essere alla rovina; l’eccitazione della mente si trasmette inconsciamente ai centri nervosi e da questi ai bassi istinti che vengono risvegliati. La passione, una volta risvegliata, reclama la soddisfazione, l’atto colpevole… Chi manca col pensiero, ha già il demonio in casa.
– … al tuo fianco possono trovarsi tante persone: in casa, scuola, ufficio, lavoro, per istrada, sui treni, nei negozi, nei caffè, ovunque… Persone maggiori o minori di età, note ed estranee, simpatiche od antipatiche… Non tutte però possono essere buone per te e per la tua virtù: ci son tanti emissari di Satana, tanti corruttori di anime!… Unico scampo è la fuga. Passa in rivista i tuoi amici; vedi quali devi fuggire.
– E quali e quante perdite nelle letture cattive! Prima di tutto perdita di tempo… dissipazione dello spirito… snervamento del cuore… ché il giovine… tali letture lo sfibrano e rammolliscono e ne fanno un essere romantico che vive di sogni e d’idealità irraggiungibili… perdita del pudore, perché tali letture iniettano copiosamente il veleno della corruzione… ché la carta non arrossisce.
– Proteggi la purezza contro l’attrattiva del piacere e del divertimento, perché quasi tutti gli spettacoli, le letture hanno il solo scopo di stuzzicare la curiosità e la sensualità. Prima tattica offensiva la mortificazione del tuo corpo.
– La purezza è una riserva aurea anche per la Patria. Che può dare alla Patria il giovane che ha dissipate le sue energie nell’ebbrezza della passione
?

Talvolta, pedalando per le strade sterrate della campagna, puntavo verso l’aeroporto militare di Galatina, distante pochi km. Sostavo nei pressi e assistevo al miracolo del decollo e dell’atterraggio degli aerei con tanto di rombo assordante. Stavo lì delle ore, a boccaperta. Una volta fui sorpreso da un temporale e l’unico scampo fu quello di rifugiarmi sotto un solitario albero di carrube, mentre tuoni e saette sconvolgevano il cielo e la terra. In seguito, avrei appreso che gli alberi solitari attirano i fulmini, sicché Giove tonante quella volta deve essersi mosso a mia compassione. Tornai a casa che ero tutto fradicio e non potei evitare il severo rimbrotto di mia madre.

Ma l’estate vuol dire mare soprattutto e talvolta mio padre, dopo la pennichella, stipava nella sua Seicento, tra fratelli e cugini, una decina di bambini e di corsa al mare, alla spiaggia di Santa Maria, oppure a Rivabella di Gallipoli. Trasgressione? Sì! E mi tuffavo in acqua con i soli calzoncini (non vanno di moda oggi?), ma senza canottiera, come invece mi sarebbe stato d’obbligo. Certo, sulla soglia dell’adolescenza, sulla spiaggia che offriva alla vista le nude gambe di belle ragazze, come non sentirmi “turbato”? Eppure sulla spiaggia tutto accadeva con naturalezza, in bella allegria: chi disteso a prendere il sole, chi in acqua a nuotare, chi a schiamazzare e a giocare sulla sabbia quasi fosse una festa. Che diritto avevo io di scoprire il peccato sulla spiaggia dove uomini e donne godevano semplicemente della bellezza del mare e dello stare insieme, magari in una pausa dal lavoro?
Fortuna che i miei (che erano sì religiosi, ma non integralisti) non davano peso agli assurdi divieti del rettore. Avrei dovuto rinunciare al mare? Ma come? Una cosa avrei rimproverato volentieri a mio padre, non tanto l’averci portati via dal paese natale, quanto l’averci destinati in un luogo lontano dal mare: emigranti sì, ma almeno il mare dappresso! Quando d’estate, in Salento, finite le vacanze, fuoriesco da quel nostro mare verdazzurro, fresco e profumato degli scogli e mi volto a guardarlo per l’ultima volta, ecco io… piango. Sì, piango. Sempre!

Un commento a Piccoli seminaristi crescono (quindicesima parte)

  1. Gentilissimo Sig. Alfredo “siamo” ormai arrivati alla quindicesima puntata della saga, ma ogni racconto riserva sempre belle sorprese e curiosi aneddoti, ormai la sua storia è diventato un appuntamento fisso tra gli spigolatori (io credo).

    Complimenti.

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