Piccoli seminaristi crescono. L’igiene e sanità nel Seminario Vescovile di Nardò. 1960-1965

L’igiene e sanità nel Seminario Vescovile di Nardò. 1960-1965.

(Quattordicesima parte)

 

di Alfredo Romano

I seminaristi, in gran parte, provenivano da famiglie modeste. Ciò non nel senso di indigenti, dal momento che si campava con dignità e resisteva una cultura del vivere e del pensare che si tramandava da secoli; non mancava neppure la casa di proprietà col mobilio indispensabile, ma tutto il resto era un lusso: un lusso era l’acqua dentro casa, un lusso era il bagno, la doccia. Fuori, nel giardinetto, c’era la fossa biologica.
Entrati in Seminario, noi ragazzi trovammo dei servizi igienici che erano quasi un lusso rispetto a quelli di casa: ogni camerata disponeva di gabinetti e lavandini con acqua corrente. Mancava il bidet naturalmente, ma, a dire il vero, a quei tempi non era ancora entrato nelle case degli italiani (Non c’è da meravigliarsi, perché, pressappoco dieci anni dopo, nei 14 mesi di militare, 1974-1975, nelle caserme di Foligno e poi di Trento, in quanto a servizi igienici trovai una situazione analoga). C’erano anche le docce, ma si trovavano a pianterreno, adiacenti al cortile, e ne usufruivamo una volta la settimana, a volte anche ogni 15 gg. Nel cortile, invece, luogo della ricreazione, c’erano a disposizione due gabinetti con le turche, che, per quanto si vuole, erano più igienici di quelli in camerata con le tazze. Una novità per noi fu l’uso dello spazzolino da denti: stranamente, però, era d’obbligo usarlo solo la sera prima di mettersi a letto. La biancheria certo non abbondava, per cui i cambi non potevano essere frequenti. E dire che si sudava di brutto nel giocare in ricreazione. Adesso, a pensarci, mi meraviglio, se non addirittura resto incredulo, ma allora era considerato normale tutto ciò. I più, in ogni caso, per quel che potevano, ci tenevano a mantenere un certo decoro nella pulizia e nell’uso del vestiario. Certuni, però, non amavano l’acqua, né cambi vari di biancheria e, se ti capitava di averli prossimi in camerata, in studio, o a refettorio, venivi tramortito da certi ‘profumi’ che vi lascio immaginare. Per questo, a volte, si faceva intervenire il vice rettore. Chi non è stato mai in una comunità non può capire. Questo succedeva in ogni modo più quando si era ragazzini, ché, più grandicelli, si diveniva più responsabili.
Mi capitò, una volta, di trovarmi delle croste sul cuoio capelluto. Lo feci presente a don Giorgio Crusafio, il vice rettore, che, amorevolmente debbo dire, mi portò nel reparto docce, si munì di una bacinella d’acqua calda e con dei batuffoli d’ovatta strofinò pazientemente a lungo fino a farle scomparire. Ecco, questo è un ricordo dolce che ho di don Giorgio. Rammento anche quando scoprii di avere delle unghie incarnite. Stavo a colloquio col padre spirituale don Raffaele Mastria e non so come lo misi al corrente dei miei fastidi. “Ci penso io,” mi disse “va’ a lavarti i piedi e torna”. Non me lo feci ripetere due volte. Don Raffaele, che era uomo robusto, soffrì un bel po’ a star piegato sui miei piedi con la sua forbicetta, ma mi risolse il problema. Racconto questi due episodi, per dire che, in certe situazioni, il superiore smetteva i suoi panni e si calava volentieri in quelli del genitore: eravamo pur sempre dei ragazzi bisognosi d’affetto e di attenzione.

In Seminario non c’era riscaldamento: non ce l’avevamo neanche in casa a dire il vero. Ma a casa, almeno, di sera soprattutto, c’era sempre un fuocherello nel caminetto (lu focalìre) intorno al quale si raccontavano storie, fatti e misfatti accalorati dalla vampa. Ecco, in alcuni giorni d’inverno, quando il freddo era più intenso, sognavamo sia pure un braciere (‘na caddarina te focu) per un po’ di calore sulle mani, le mie mani sempre screpolate e sanguinanti. E che dire dello scaldaletto (lu scarfaliettu) che la mamma passava sotto le coperte qualche minuto prima di coricarti, trovando non solo il calore sui piedi, ma anche quel buon odore di braci di legna d’ulivo?

Quando un seminarista s’ammalava seriamente per febbre o influenza, andava dritto nel reparto infermeria. I superiori, a meno che la cosa non fosse grave, non avvertivano i genitori, per cui  soffrivi un po’ di solitudine aspettando ogni tanto che arrivasse un superiore, o l’ora del cibo e delle medicine, per parlare con qualcuno. Personalmente, non mancava anno in cui non mi prendesse a girare la testa con perdita dell’equilibrio e spaventosi conati, tanto da costringermi a letto per alcuni giorni. Forse dipendeva dal fatto che prendessi freddo dopo mangiato. Per un caso del genere, però, non si andava in infermeria. Sta di fatto che dovevo starmene a letto tutto solo nella grande camerata, immobile, ché non potevo girare neppure la testa. Non so come, ma una volta i miei furono informati che stavo male. D’un tratto s’aprì la porta della camerata e m’apparve mio padre che avanzava a passi decisi. Che gioia vederlo, non mi sembrava vero. Eravamo soli, s’avvicinò e, vedendomi in quello stato, diede inizio a una serie di ‘giaculatorie’ (per me alquanto familiari) in cui non risparmiava né santi e né madonne: perfino san Giuseppe da Copertino andò a scomodare. Cercai di calmarlo, dicendogli che stavo meglio… Niente, voleva a tutti i costi portarmi via. Feci fatica a indurlo a ragionare. Infine, dopo un lungo e tormentato abbraccio, andò via rilanciando qualche altro santo prima risparmiato. Ma io, ah… gli sarei corso volentieri dietro gli sarei corso…
Era il Natale del 1964 e stavo in vacanza a casa per cinque giorni. In tutta Italia c’era un’epidemia influenzale e me la beccai anch’io. Così, causa malattia, il ritorno in Seminario fu rimandato di una settimana. Mai influenza fu così ‘benedetta’, con mia madre che mi accudiva amorevolmente, i fratellini che mi giocavano intorno e mio padre contento di vedermi quando tornava dal lavoro. C’era miglior paradiso? Ma poi dovetti tornare e, più che il Seminario, trovai un lazzaretto: metà dei seminaristi (sul mio quaderno compare la cifra 37) erano influenzati e ricoverati in infermeria. La scuola funzionava a singhiozzo, lo studio pure, non c’era più campanella che scandisse le azioni giornaliere. In quella situazione d’emergenza i seminaristi validi furono reclutati per assistere gli infermi. A me, sebbene ancora convalescente, fu affibbiato l’incarico di vivandiere. Ricordo che, insieme a minestrine e brodini vari era permesso distribuire agli ammalati anche un po’ di vino rosso, considerato, nel caso, un genere di conforto. Annotai sul quaderno: A letto ci corichiamo caldi caldi, il vino ci ha portato un bel sonno ristoratore.

Ma voglio raccontarvi un episodio tra il serio e il faceto. Fin da piccolo soffrivo di otite all’orecchio destro. Per alcuni anni la cosa non mi aveva dato preoccupazioni, ma, forse per qualche folata di vento, freddo o altro, l’otite si risvegliò. Furono informati i miei, occorreva visita medica specialistica: l’appuntamento con l’otorino fu fissato in un primo pomeriggio di alcuni giorni dopo. Mio padre venne a prendermi con la sua Seicento e, passando per Galàtone, arrivammo a Galatina, dove, nel reparto dell’ospedale, trovammo gente già in attesa, quindi ahi voglia ad aspettare. Io, vestito da seminarista, ero oggetto d’attenzione e mi sentivo a disagio. Mio padre, però, aveva in testa un piano ben preciso e voleva sbrigarsi a tutti i costi. Sicché, confabulando con gli altri pazienti in attesa, inventandosi non so quale scusa, ottenne che io passassi avanti: giovò di sicuro la vista curiosa di un ragazzo con addosso un baby clergyman. Otite o no, quel giorno per me era come un giorno di vacanza che rompeva la monotonia e il rigore del Seminario: ero così contento della mia otite che in avvenire speravo di averne a iosa. Mi aspettava, però, una sorpresa, perché, terminata la visita, procuratosi mio padre i farmaci necessari per la cura, invece di far ritorno a Nardò, imboccò la strada per Collemeto distante sei km. Mi voltai verso mio padre come per dirgli: Ma cce sta ffaci? (Ma che stai facendo?). Lui mi strizzò l’occhio e: “Nu’ mboi šciamu ‘ccasa? Ca màmmata e lli frati toi sta tte spèttanu!”(Non vuoi che andiamo a casa? Ché tua madre e i fratelli tuoi ti stanno aspettando!). A casa erano tutti in festa al mio arrivo e, con mia meraviglia, notai la tavola apparecchiata. Mia madre aveva già preparato nel caminetto la legna per la brace e mio padre si mise all’opera per arrostire l’agnello. Era, ricordo, un giorno di dicembre, era quasi buio e avevo l’ordine di rientrare in Seminario entro le ore 18.  Proprio a quell’ora, invece, iniziava il nostro inusuale banchetto con maccarruni fatti‘ccasa, agnello a volontà, vino rosato della botte, contorno di finocchi al sapore d’anice e cicorie salentine ben cicciate. Malgrado il giorno feriale e l’ora insolita per una cena, l’aria era di festa, come fosse Natale. “Nah,” ripeteva papà “mangia, fìju miu, ca ddhai ‘llu Seminariu te tanu sempre gnòcculi!” (Toh, mangia, figlio mio, ché lì in Seminario ti danno sempre ditalini!). Non era mai accaduto a casa mia, così, in un giorno qualsiasi, mangiare ‘da signori’. I miei fratelli sembravano più compiaciuti di me e anche loro si auguravano una ricomparsa della mia otite perché tornassero a mangiare più spesso l’agnello arrosto. Ancora oggi mi rievocano quell’episodio. In Seminario arrivammo poco dopo le 19, mio padre si scusò per il ritardo e addusse il motivo del troppo tempo in attesa dall’otorino. Alle 20, però, come al solito, mi aspettava un’altra cena con i miei compagni, la solita, quella degli gnòcculi: un qualche fio lo dovevo pagare!

Fu verso la fine del V ginnasio, era maggio credo, quando mi venne il primo dolor di denti della mia vita. Stavamo nel Seminario nuovo, alla periferia di Nardò e, per andare dal dentista, c’era un bel po’ di strada da fare. Avevo 16 anni, ero grande ormai e dal dentista ci potevo andare anche da solo. Don Giorgio mi offrì di andarci con la sua nuova e fiammante bicicletta (femminile s’intende, visto che si pedalava in tonaca). Così, con tonaca, zimarra e ‘saturno’ in testa, inforcai la bicicletta  per recarmi dal dentista. Che bello era pedalare tutto solo per le vie della città. Mi voltavo a destra e a manca catturando in libertà l’aria impregnata della tarda primavera, le ignare facce della gente per strada, i variopinti colori dei vestiti, le facciate delle case e dei palazzi, le insegne dei negozi, le strida delle rondini… Avevo come l’impressione che tutti si voltassero a guardarmi e dicessero: Nah, cce beddhu papiceddhu sta be ppassa! (Toh, che bel piccolo prete sta passando!). Pedalavo con disarmante incantamento e, come capita quando si è innamorati, avevo voglia di abbracciare tutto il mondo, di far partecipe ogni passante della mia manifesta e sconfinata felicità.

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