Piccoli seminaristi crescono (tredicesima parte)

I giochi nel Seminario Vescovile di Nardò dal 1960 al 1965
(Tredicesima parte)

di Alfredo Romano

Il gioco in Seminario rappresentava una disciplina come le altre: c’erano dei tempi, dei modi, delle regole da rispettare. Giocare, soprattutto, era obbligatorio: non potevi esimerti, non potevi addurre scuse, dire oggi non mi va. Era obbligatorio, ma, al tempo stesso, in caso di mancanza disciplinare, venivi punito restando fuorigioco. Il gioco si svolgeva in cortile durante le quattro ricreazioni giornaliere della durata di 10-15 minuti l’una. Nell’area scoperta del cortile c’erano due campetti per la pallacanestro; il biliardino e il ping-pong, invece, stazionavano all’interno del porticato. A rotazione giornaliera, ognuna delle quattro camerate era coinvolta in uno dei tre sport. Nel giocare non ci si cambiava d’abito, si tenevano gli stessi indumenti di tutti i giorni, scarpe comprese. Addosso avevi sempre lo spolverino che serviva a evitare l’usura dei pantaloni, della camicia bianca senza collo, oppure del maglione nelle stagioni fredde. Il nostro corredo era modesto, misurato, l’abito doveva durarti più a lungo possibile. Sessantacinque seminaristi a giocare tutti insieme nel cortile facevano un gran baccano, gridavano soprattutto quelli della pallacanestro. Eravamo dei ragazzi e giocavamo con tanto impegno e tanta e tanta foga. Dal quarto d’ora di gioco si usciva sfiniti e sudati per poi tornare ai nostri doveri ancora accalorati e col fiato addosso.

Il gioco veniva interrotto dalla campanella e, incredibilmente, in un attimo si smorzava tutto quel vociare e gridare, quasi l’ordine fosse stato dato dalla bacchetta di un direttore d’orchestra. D’improvviso come catapultati un silenzio surreale. Ci piaceva giocare e forse il gioco ha rappresentato per noi quella valvola di sfogo senza la quale non avremmo sopportato di sottoporci per anni a un sistema educativo così rigido. Dopo cinque anni di pallacanestro, di biliardino e di ping-pong, eravamo ormai diventati nel campo dei maestri imbattibili.

Molti anni dopo, durante una vacanza estiva a Collemeto, mi capitò di entrare in una sala giochi dove c’era un tennis da tavolo. Un mio cugino, ben ferrato in questo tipo di sport, mi sfidò. Non giocavo da anni, per cui la prima partita mi servì per riprendere un po’ di confidenza con la racchetta, battute e schiacciate varie. Ma persi clamorosamente. Seguirono altre partite e, con mia sorpresa, le vinsi tutte, e mio cugino che non si rassegnava e voleva sempre la rivincita. Niente, ero stato in Seminario. E questo bastava.

Ma, nel gioco, c’era per noi una lieta sorpresa settimanale: ogni martedì, invece della solita passeggiata, s’andava dritti al campo sportivo di Nardò sulla via di Lecce. Per un’ora il campo era tutto nostro. Per far giocare a pallone tutte le camerate, il campo da gioco veniva diviso in quattro campetti. Alcune linee di campo naturalmente erano ideali e i portieri paravano anch’essi davanti a porte ideali. Mentre si giocava, immaginavamo la folla sugli spalti della domenica e il tifo sperticato per la squadra di casa. Per noi, però, non c’era anima viva: il campo era di nostra esclusiva e nessun estraneo poteva ficcarci il naso a quell’ora. Al ricordo, era come quando ai primi del ‘900 le signore si bagnavano a mare di tutto vestite in un’area di mare loro riservata con tanto di recinzione. Ma se qualche “borghese” avesse potuto sbirciare, sono sicuro che si sarebbe fatto delle gran belle risate. Non perché giocassimo male, no, ma per la nostra “tenuta sportiva”. Il problema si poneva più per i seminaristi di IV e V ginnasio che portavano la tonaca, quella normale da prete che arrivava fino ai piedi. Sicché, per calciare, tirare, ecc., dovevano per forza sollevare con ambo le mani la tonaca davanti perché non intralciasse il movimento dei piedi nel gioco. E la cosa, francamente, sconfinava nel comico.

In V ginnasio, ci trasferimmo nel Seminario nuovo in Via dell’Incoronata. Lì, per fortuna, c’era un campetto di calcio tutto per noi e, grazie a Dio (è il caso di dire) ci fu permesso di giocare senza tonaca, con i soli pantaloni e la camicia bianca: tanto c’era un recinto che ci salvaguardava da occhi indiscreti.
Ho trovato un foglio in cui, in occasione di una partita di calcio disputata il giorno 11 febbraio 1965, festa nazionale allora dei Patti Lateranensi, mi divertii a scrivere qualche nota di cronaca, velata qua e là d’ironia per farsi qualche risata, che poi mi si fece leggere al microfono durante la cena. Titolo: Incontro calcistico tra la Prima camerata e il Resto del Seminario.

«Tempo nuvoloso, spira un lieve venticello, il campo è erboso e pietroso. Nell’attesa i giocatori si allenano così come fanno i bandisti prima del concerto. Al 1° minuto Cairo compie la prima azione gettandosi per terra e rotolandosi come un salame, mentre Seclì prende il tiro e segna: 1-0 per la Prima camerata. Ma già al 2° minuto Nicoletti segna il pareggio: 1-1. Si perde tempo perché nel campo succedono, come al solito, gravi discussioni e disordini. De Blasi corre e corre come facesse ginnastica, cosa che gioverà di sicuro al suo fisico. Caputo, portiere della Prima camerata, pare abbia paura della palla e appena può vede di scansarla. Le scarpe di Tòzzoli, invece, quando calciano il pallone, hanno il pregio di essere volanti. Presicce, gigante qual è, oscilla con le gambe nell’inseguire la palla. Luigi Barone non fa che tirare in porta, ma la palla va sempre lontano un miglio. Al 10° segna Cuppone: 2-1 per la Prima camerata. Inizia il 2° tempo con i giocatori che vanno sul campo con i piedi gonfi, la testa bassa e ciondoloni. Al posto di Caputo, difende la porta Giaffreda. Sul campo si nota Cairo che si destreggia furioso con la palla, sembra quasi un altro Jair. Cuppone grida sempre passa! passa!, ma, appena avuta la palla, gliela sfilano subito. De Blasi gioca per farsi ammirare: s’avvicina alla palla e si getta a terra lasciandola andare per conto suo. Intanto il Resto del Seminario pareggia su rigore: 2-2, ha segnato Nicoletti. Nel frattempo il nostro Rettore don Vincenzo, che assiste alla partita, si avvicina a Fanuli, che se ne sta quieto quieto in disparte, e gli domanda: “E tu perché non giochi?” “Perché non mi hanno giocato” risponde (proprio così), serio, Fanuli. Ultimi minuti del 2° tempo e D’Ippolito segna il 3-2 per il Resto del Seminario. Giaffreda, il portiere, ha fatto di tutto per parare, ma si è buttato sulla palla quando questa era già in rete da un pezzo. Come mai la Prima camerata quest’anno perde sempre contro il Resto del Seminario? Ha dei bravi giocatori, è vero, ma c’è una spiegazione: quando è imminente una sfida avvengono i peggiori litigi e discussioni cui uno abbia mai assistito. Quelli che non sanno giocare, inizialmente scartati, si sono ribellati rivendicando il diritto al gioco. Adesso, prima della partita, si sorteggiano i giocatori. Cosa giusta, certo, anche democratica, ma poi capita anche che i migliori restino fuori e… addio risultato!».

L’eterno dilemma del detto: L’importante non è vincere, ma partecipare! 

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