Rimbocchiamoci le maniche!

 

‘NFURDICAMUNDE LI MANICHE!

di Armando Polito

Mi ha spinto a stilare queste poche righe il recente post Nardò. Un comitato spontaneo per dire “basta” alla scriteriata amministrazione della città. Poche le righe che mi accingo a scrivere, ma troppe per trovare ospitalità nello spazio dedicato alle risposte, a costo di far pensare a qualcuno che sono un maniaco della visibilità (basta che me lo faccia, pubblicamente, sapere e scomparirò…). Rimbocchiamoci le maniche è la traduzione italiana del titolo in dialetto neretino, anzi, più alla lettera, rimbocchiamone le maniche. Il lettore mi perdonerà se a questo punto dovrà sorbirsi (ma non è, neppure questo, un obbligo…) la solita tiritera etimologica, in questo caso frutto, più che di deformazione professionale, del bisogno di stemperare la rabbia prima delle considerazioni finali. Allora: ‘nfurdicàre deriva secondo il Rohlfs (la sua proposta, per quanto possa valere il mio parere, è ineccepibile) da un latino *infulticàre, composto da in=dentro+ *fulticàre, forma frequentativa dal supino fultum del classico fulcìre=rafforzare. L’espressione italiana (come quella dialettale) dal significato letterale (piegare le maniche attorno al braccio significa rafforzarle con pieghe multiple) ha sviluppato quello metaforico di darsi da fare (la manica costituisce un impaccio, perciò va ridimensionata). Non va dimenticato, però, che il gesto, scherzosamente o non, prelude pure al venire alle mani. È questa la situazione in cui l’Umanità si è sempre cacciata (lo dimostra la storia) di fronte al potere che non agisce per il bene concreto della collettività, ma è prevaricatore dell’interesse collettivo in difesa di quello di pochi. Lo stesso regime, la democrazia, che fa della libertà la sua bandiera ha solo determinato uno spostamento dei gestori del potere (Rivoluzione francese, tanto per citare un solo esempio, docet) mantenendo le antiche velleità di esportazione anche in culture diverse: e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Meglio non parlare delle religioni, di tutte, che sulla paura della morte hanno costruito le loro fortune, offrendo ognuna le sue lusinghe consolatorie: in particolare, poi, quella cattolica, continua ad avere la spudoratezza di pretendere di esportare il Vangelo presso popolazioni primitive dalle quali dovremmo, al contrario, imparare, visto che in non poche di queste culture chi delinque è costretto spontaneamente a uscire fuori dal contesto sociale, senza bisogno di indagini e vari gradi di processo…

Sicché appaiono eroi Socrate, Cristo, Gandhi, Martin Luter King, Falcone, Borsellino, Ambrosoli e tanti altri noti e anonimi, rei di avere solo fatto il proprio dovere in una società per la quale, secondo il pensiero di cui si è fatto recentemente degno portavoce Andreotti, “se la sarebbero cercata”.

Ma, in rapporto al post che mi ha ispirato, cosa possiamo fare? Data l’inutilità dell’intervento violento (come ho detto prima ampiamente dimostrata dalla storia) non rimane che darsi da fare: ma come?

Io non credo minimamente, e da tempo, alla verginità politica e strumentale nemmeno delle formazioni cosiddette spontanee, tant’è che non mi vergogno di dire che non mi reco ad esercitare il diritto di voto da più di trent’anni (chiunque può controllare…): ho rinunciato, paradossalmente, ad un diritto fondamentale per preservare quello che è alla base di tutti: la libertà.

Chi ancora crede che una trota e simili (la metafora è offensiva per i relativi animali) debbano guadagnare infinitamente di più rispetto al più geniale dei ricercatori (evito volutamente di parlare della innumerevole schiera di giovani e meno giovani senz’altro intellettivamente ed intellettualmente superiori a trote ed affini) è libero di continuare a votare. Io continuerò nel mio atteggiamento perchè credo che solo l’astensione massiccia potrà portare qualcosa di pacificamente rivoluzionario. Ne ho piene le scatole di individui (e sto usando un eufemismo) di destra, sinistra e di centro che non hanno (indipendentemente dalle legge elettorale in vigore) problemi di elezione, mentre credo che abbiano problemi di erezione proprio quelli che, direttamente o indirettamente, vogliono far credere di avercelo duro…

Chissà se, in un empito di presunzione, dopo L’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, non vedrà la luce, a distanza di secoli, sulla scia dell’Uomo qualunque, il mio Elogio del qualunquismo

E questa volta la mia fantasia vien meno nel concepire la solita vignetta: l’ironia (soprattutto l’autoironia) nasconde, in fondo un sorriso di umana comprensione e di larvata, più o meno sana, complicità. Qui non mi è riuscita la dissacrazione che tanto amo: per me è brutto segno!

6 Commenti a Rimbocchiamoci le maniche!

  1. Forte! Approvo tutto, soprattutto quanto concerne la politica e le religioni, imbastarditesi al fine di costruire, appunto, “le loro fortune”. E lo dico da, cattolicamente, credente; anzi, proprio per questo ne avrei da aggiungere di peggio.
    Complimenti per la mancanza di ipocrisia… per il saper parlare -W Dio – senza peli sulla lingua!

  2. Sembra calato da un romanzo letterario di metà ottocento: “Ho rinunciato, paradossalmente, ad un diritto fondamentale per preservare quello che è alla base di tutti: la libertà”. Ha quasi sapore rivoluzionario; lenta e sapiente introspezione del senso della vita. E se a tratti ti viene voglia quasi di contraddirlo alla fine con la sua asserzione tutta nuova e modernissima, ti convince e poi faccio fatica a non crederci.
    Grazie Armando

  3. Prima di leggere guardate questo video e poi meditiamoci un attimo sopra: http://video.mediaset.it/video/iene/puntata/181348/lucci-la-crisi-in-costa-smeralda.html
    Ora, fatto salvo (così non apriamo nemmeno la complessa questione) il diritto alla proprietà privata (così evitiamo pastoie ideologiche ottocentesche tra destra, sinistra, centro, alto, basso ecc) converrete che in un sistema in cui quello che guadagna un operaio in un anno di lavoro per un altro costituisce la spesa per trascorrere la serata c’è qualcosa che non va? E vogliamo correggere il sistema? E come? Rincoglionendoci completamente di fronte al grande fratello, le partite di pallone e i culi (belli, lo ammetto, ma non è questo il punto) delle veline? L’unico modo per nutrire una coscienza politica per cercare un vivere comunitario più equo e giusto, che rispetti l’individuo non a svantaggio degli interessi collettivi e viceversa, resta la formazione in una scuola pubblica statale laica, l’unico avamposto da cui può nascere una qualche spinta alla trasformazione, il neo più pericoloso per chi nel sistema si crogiola: e infatti lo stanno demolendo! E questa non è questione di “deformazione professionale”. L’altra alternativa è la lotta armata, ammesso che sia valida. Per me non è quella giusta, ma non è detto che abbia ragione in questo! Astenersi dalla partecipazione e dal voto credo serva ancora meno della violenza, la libertà non si difende passivamente!

  4. Caro Pier Paolo, secondo me avresti ragione se partecipare non fosse, senza tenere conto degli inciuci, complicità e connivenza con un potere reale (sostegno alla maggioranza in carica) o potenziale (appoggio all’opposizione) e il voto non costituisse la ratifica di un sistema destinato a diventare, comunque, regime, dal momento che l’esercizio del potere da nessuno è inteso come servizio. Sulle varie forme di rincoglionimento sono totalmente d’accordo con te, come pure sul parallelo processo di annichilimento della scuola, sempre con lo stesso fine che, purtroppo, coinciderà con la fine della dignità non solo culturale di un popolo ma anche di ogni sua residua speranza nel futuro e con l’avvento di una dittatura che subentrerà a questa democrazia profondamente malata e incapace di intraprendere qualsiasi terapia che non sia l’acqua distillata che col suo effetto placebo costituisce solo il rinvio dell’esito esiziale . Vorrei sbagliarmi, ma rimango convinto che qualcosa, forse, potrà cambiare solo quando la percentuale degli astenuti raggiungerà almeno il 60% e si dovrà pur tenere conto del carattere solo apparentemente menefreghista e passivo di questo atteggiamento. E, se continua così, non ne siamo lontani…

  5. Mah, è una speranza…. strana. Siamo in un sistema che non prevede soglie minime. Allo stato delle cose vota circa il 70% degli aventi diritto, la metà di questi vince l’altra metà (meno uno) perde. Vale a dire che il sistema è tenuto in piedi dal 35% degli aventi diritto, contro il 65, quindi. Ma questa è la democrazia. Se anche si superasse il 60% di astenuti non cambierebbe assolutamente nulla. Resta il problema degli eletti, questo si che è drammatico. In realtà siamo vicinissimi alle soglie statunitensi di votazioni. Questo ritengo sia un male. Non tanto per la scelta in sè che, se mirata e “organizzata” e premeditata con conoscenza di causa potrebbe essere momento di discussione, quanto perchè non meno del 90% degli astenuti se ne (permettetemi una divagazione cammilieriana) scatafotte proprio e pensa che il valore aggiunto più grande sia il superenalotto o le tette della barista. Detto puesto ammetto ce le scorse elezioni non ho votato. Per scelta, perchè nessuno mi rappresentava. Non mi sento però assolutamente autorizzato a dire di essere stato parte di una maggioranza. Anzi, ero molto solo. Anche perchè non amo il superenalotto (delle tette della barista non dico perchè questo è luogo colto).

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