Cartoline da Tuglie. La chiesa matrice

Una facciata, quasi un volto

 di Luigi Scorrano

In molti la ricordano ancora, col suo aspetto biancastro o ingrigito, con le tracce della stanchezza che il tempo lascia sui monumenti oltre che sulle facce delle persone. Appena restaurata, la facciata della Chiesa Matrice provocava un effetto choc, con il suo colore che poteva risultare troppo acceso, con la quasi sfacciata evidenza della sua mole subito tornata ad imporsi nello spazio della piazza. Ora, però, anche quel colore così vivo sì è un poco velato, o forse l’occhio vi si è abituato e l ’effetto è quello di collocare la facciata della chiesa tra le immagini familiari; non più staccata dagli edifici circostanti ma con essi in colloquio pacato e cordiale come s’addice allo spazio urbano d’una piazza cordiale anch’essa, con un aspetto quotidiano che non incute soggezione.

Una facciata è come un volto: vi si stratifica la memoria degli anni e degli avvenimenti. La si può assumere come testimone di eventi che sono ormai lontani dal nostro tempo; si può facilmente immaginare che resterà, anche dopo la stagione della nostra vita, a vegliare sulla vita del paese.

Una facciata, quella della nostra Chiesa Matrice, senza pretese, aperta, fraterna alla dimensione della quotidianità nella quale siamo immersi. L’orizzontalità dei suoi piani è bilanciata dalla verticalità di rilevanti elementi architettonici; il sagrato-terrazza, con la sua balaustra di confine, piccolo balcone dove sostare in piacevoli incontri, costituisce un sorridente invito all’indugio. Le aperture geometricamente disposte sull’ increspata uniformità della sua superficie, fanno suono e movimento: creano un ritmo di pause d’ombra nella piena musica della luce che la investe e l’abbevera: un ritmo, anche, di chiaroscuro pittorico che aggiunge fascino e magia.

Semplicità è la sua divisa; inappariscenza, quasi a dire la sobrietà della gente che si rifugia nell’ombra della chiesa lasciando sulla soglia la pienezza della luce.

Vive, la facciata-volto della chiesa, della luce che la bagna quieta nel primo mattino, che la fa trionfante nella gloria del mezzogiorno, che ne ammorbidisce i tratti quando l’ultima chiarità si fa tenera e annunzia l’ora dell’ombra. Per chi l’ama e per chi l’ha familiare nella mente anche di lontano, essa è come un volto amato che più lo si esplora più sembra concedere di sé mantenendo però sempre qualcosa di segreto; forse di indicibile.

Un volto che accompagna i nostri giorni, e che interroghiamo anche quando sembriamo distratti o incuranti.

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