Piccoli seminaristi crescono… (nona parte)

 

L’AMICIZIA NEL SEMINARIO VESCOVILE DI NARDÒ DAL 1960 AL 1965 (Nona parte)

di Alfredo Romano

In Seminario era d’obbligo, tra compagni, chiamarsi per cognome. La cosa ci sembrò alquanto strana, ma non facemmo obiezioni: faceva parte di una serie di nuove regole di vita cui ci saremmo dovuti adeguare. Il termine amicizia era bandito, tra seminaristi non poteva darsi. Forse perché, mi sarei chiesto anni dopo, il termine, nella sua radice, viene da amore, a dire un intenso sentimento di affetto, un’inclinazione profonda verso qualcuno/a, recita lo Zingarelli. Ma, data la proibizione, era naturale che tra compagni si stringessero amicizie per questioni di carattere, per interessi comuni, per simpatia spontanea, perché trovavi l’altro generoso, allegro, intelligente.

Come in tutte le comunità, c’erano anche le antipatie e, ragazzi quali eravamo, non mancavano dispetti, ingiurie, ripicche e rancori.
In genere, era più facile entrare in confidenza col compagno che ti era vicino nei vari luoghi di convivenza. Ecco, tutto ciò veniva visto come fumo negli occhi e, ogni tre mesi, per evitare che si formassero tra seminaristi legami duraturi, si arrivava all’appuntamento con le “grandi manovre”: in camerata si rimescolavano le brande, in studio le scrivanie, in classe il banco, a refettorio il posto a sedere, perfino in cappella ci si cambiava di scanno. Uno sconvolgimento generale cui provvedevamo noi stessi, con gran fatica bisogna dire, obbedendo a una lista di assegnazione dei posti preordinata e studiata dal vice rettore non si sa con quale criterio. A tutt’oggi sarei curioso di saperlo. Questo scambiarci di posto ogni tre mesi, se da una parte costituiva una novità nel grigiore quotidiano, dall’altra ti costringeva ad annusare, per così dire, i nuovi compagni assegnati. E di nuovo la fatica di esplorarne di nuovi con risultati non sempre positivi, perché potevano capitarti dei poco di buono o dei non graditi anche senza alcun motivo. Diventati più grandi, però, negli ultimi anni, dimezzati anche nel numero, ci si conosceva a tal punto che, pur con tutti gli scambi di posto, resistevano delle amicizie consolidate nel tempo. Certe antipatie erano state smussate ormai, ci sentivamo come fratelli, per cui consideravamo del tutto ridicole le cosiddette grandi manovre. Forse qualche sociologo potrebbe oggi accampare l’idea che il rimescolio dei posti andava nella direzione giusta, perché così eri costretto a misurarti con compagni diversi, quasi un fatto di democrazia della conoscenza. Però che fatica ogni volta tessere e ritessere nuove amicizie.

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