Ritiri ed esercizi spirituali nel Seminario Vescovile di Nardò

 

Ritiri ed esercizi spirituali nel Seminario Vescovile di Nardò dal 1960 al 1965.

(Ottava parte)

di Alfredo Romano

Verso la fine di ogni mese era d’uso la pratica del ritiro spirituale che iniziava il pomeriggio di sabato e finiva il giorno dopo di domenica a pranzo. Una volta l’anno, invece, c’erano gli esercizi spirituali. Se il ritiro durava quasi un giorno, gli esercizi, invece, tre giorni di fila e si tenevano a dicembre. Diciamo subito che il ritiro creava un inconveniente non da poco per noi seminaristi: una domenica al mese non era permessa la visita parenti. E noi che ogni domenica aspettavamo le nostre mamme come “anime sante”, per dirla alla maniera salentina. Il ritiro consisteva, oltre la messa, in un alternarsi di funzioni, canti, preghiere, rosari e in una sequenza di prediche, riflessioni e meditazioni tenute e dettate generalmente dal nostro padre spirituale; eccezionalmente anche da un padre dei frati minori conventuali di Copertino, padre Angelo Pino. Regola principale del ritiro era il silenzio assoluto. Nell’alternanza delle pratiche da eseguire spiccava la recita del rosario che aveva luogo più volte nel cortile (al posto della ricreazione) dove i seminaristi lo recitavano mentalmente col solo movimento delle labbra avendo una coroncina tra le mani e camminando ininterrottamente, ognuno per conto proprio, chi in un verso chi nell’altro, intorno al porticato. Il silenzio era rotto soltanto dal confuso calpestio delle scarpe, non dissimile da quello di un gregge. L’atmosfera era talmente surreale, che non di rado, scontrandosi con un compagno che girava nel verso opposto, ci scappava una smorfia, per non dire un improvviso scoppio di risa da frenare a tutti i costi serrandosi la bocca fino a mordersi. Poi si saliva in studio e lì, ognuno alla sua scrivania, doveva rispondere per iscritto a dei quesiti dettati dal padre spirituale sui quali invitava a riflettere e a meditare. Il quaderno poi veniva consegnato allo stesso padre che prendeva visione di quanto scritto. Sorprendentemente ho trovato, ammuffito dal tempo, uno di quei vecchi quaderni. Devo dire che l’ho riletto con fatica: è riemerso un mondo assurdo e oscuro che avevo dimenticato. Mi sono chiesto se fossi stato proprio io a scrivere quelle note. Sì, le avevo scritte io e ho provato un senso di cum passione da farmi tenerezza quasi. Certo, sarebbe facile giudicare oggi col senno di poi.

Se il periodo del ritiro mensile suscitava un certo sconforto in tutti noi, che dire degli esercizi spirituali che duravano tre giorni? Venerdì, sabato e domenica? In pratica si trattava di un ritiro più lungo, visto che era tutto un alternarsi di silenzi, meditazioni e pratiche devozionali. Il giorno prima che cominciassero gli esercizi mi prendeva una desolazione tale che, sì, mi scappava qualche lacrima: come sopportare tre giorni di silenzio assoluto? Ci penso a volte e mi chiedo come sia stato possibile sopravvivere, io e i miei compagni, a quel tipo di regole inflitte, in fondo, a degli adolescenti. Certo, i superiori asserivano che le prove erano mandate da Dio che così voleva saggiare la nostra vocazione… Ma perché questo Dio presentato sempre come un tiranno che incuteva paura e minacciava ogni sorta di fiamme infernali? Certo, sto parlando di tanti anni fa, quando si credeva che la religiosità andasse inculcata nella tenera infanzia prima che fosse troppo tardi, secondo il motto che il virgulto andava piegato finché era tenero. Si era lontani dal considerare la religione, se vuoi, come una gioiosa risorsa di vita; imperava, invece, il mito della sofferenza quasi che con maggiori penitenze si potessero guadagnare più punti presso Dio. Un dio padrone piuttosto che un dio padre.

Gli anni, tanti, sono trascorsi e, visto che adesso sono qui a raccontare, mi dico che forse ne è valsa la pena. In fondo raccontare è come riprendersi la vita, dilatarla, come insegna la bella Sherazad nelle Mille e una notte.
Gli esercizi spirituali, a differenza del ritiro, non erano tenuti dal padre spirituale, ma da predicatori di fama. Uno di questi, ricordo, era don Cosimo Ruppi, oggi arcivescovo di Lecce. Aveva una maestria e una potenza di voce tale nel predicare, da restare sbalorditi. Quasi quasi mi veniva da dire: Jata a quiddha mamma ca l’hae llattatu! (Beata quella mamma che gli ha dato il latte!) come finivano col dire in tempo di Quaresima le donne di Collemeto quando esaltavano le qualità di un frate predicatore appena sceso dal pulpito. Ed eccovi alcuni scampoli di domande su cui occorreva riflettere e meditare per iscritto, domande che traggo dal mio quaderno sopravvissuto.
Ritiro spirituale del 2-3 ottobre 1964: 1. Credi nell’esistenza degli angeli e su tutto ciò che la Chiesa insegna su di essi? 2. Quale il tuo giudizio sugli angeli ribelli? 3. Durante le vacanze il demonio certamente ti ha tentato: come ti sei comportato nella scelta? 4. Chi è Dio per te? Pensi spesso a Dio?


Ritiro spirituale del 7-8 novembre 1964: 1. Perché Dio è tanto buono nell’opera della Creazione, della Redenzione, nell’esercizio della Divina Provvidenza, nel creare l’inferno e nel minacciare di mandarci se non ci comportiamo bene? 2. Quale il tuo grado di bontà nella preghiera, nell’ubbidienza, nell’osservanza della regola, nel giuoco, nello studio, a refettorio, nel modo di parlare, nel desiderio e nell’impegno di fare bene tutte le azioni, nel fuggire il peccato? 3. Che voto ti darebbe il Signore? Dio vuole il tuo bene, tutto ciò che Egli ti chiede, lo chiede per il tuo bene: osservanza dei Comandamenti, accettazione del dolore, della sofferenza, delle umiliazioni, della morte, fuga dalle tentazioniNe sei convinto? Quali propositi vuoi fare?

Ritiro spirituale del 12-13 dicembre 1964 (Tema: purezza e retta intenzione). Premessa: L’impurità rende l’uomo simile agli animali, odioso a Dio. Essa rovina e imbratta l’anima, rende debole l’intelligenza e la volontà, guasta gli affetti del cuore, dà nausea per le cose spirituali, rende noiosa la preghiera, riempie di vergogna, fa fuggire anche la Confessione. 1. In quale stato di purezza si trova la tua anima? 2. Come vuoi agire d’ora in avanti? 3. Agisci sempre con retta intenzione oppure ricorri a raggiri, sotterfugi, bugie, compromessi col peccato? 4. Sei convinto che devi eliminare dalla tua vita la passione per l’orgoglio, l’impurità e la mancanza di retta intenzione?

Si tratta di domande così complesse nelle quali forse solo un teologo avrebbe potuto districarsi. Naturalmente nel mio quaderno c’è una risposta per ogni domanda, ma non mi sembra opportuno rivelare qui le riflessioni di un adolescente dal pensiero ancora ingenuo e rudimentale che avrebbe preferito magari, nel frattempo, tirare quattro calci a un pallone, correre in bicicletta o rifilare uno scherzo a qualche coetaneo.

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