Salento: sole, mare, jentu e rischio incidentabilità (sic)

di Gianni Ferraris

Siamo in spiaggia. Finalmente è passato il ferragosto. Meno persone. Bimbi giocano. Due di loro hanno appena finito un capolavoro di sabbia. Mura di cinta che racchiudono un anfiteatro, due piramidi piccoline e una cosa che assomiglia ad un tempio. Bello veramente, mi sono fermato ad osservare.  A pochi metri da noi quattro ragazzi ed una ragazza. Che siano  universitari lo si capisce dai discorsi che fanno. Non è che vado al mare per origliare, parlavano  tra loro a voce normale, era inevitabile ascoltare. Raccoglievo discorsi su esami prossimi venturi in informatica e simili. Poi commentavano anche  quella signora in topless. Senza molta ammirazione, anzi. Non mi dilungo su considerazioni estetiche sulla stessa  per amore di pacatezza, e perché dovrei forse entrare in un labirinto su buon e cattivo gusto. Comunque rimango del parere che ognuno è libero di fare come meglio crede se non limita la libertà altrui. E’ arcinoto che in spiaggia si vedono programmi e fuori programmi di ogni sorta, declinati sia al maschile che al femminile, ed è il luogo per eccellenza dove ci si mette a nudo.

Comunque erano proprio belle persone, i ragazzi, almeno così pareva. Mi faccio una nuotata, anzi una nuotatina. Mica ho energie a iosa. Quando torno, se ne sono andati. Guardando il posto che occupavano il primo pensiero che mi balenò in testa era: “i cretini di oggi saranno i dirigenti di domani”. Già, perché asciugamani, pinne e tutto il resto era sparito. Rimaneva una bottiglia d’acqua vuota e qualche tovagliolino lasciato lì. Ho guardato il bicchierino di plastica che qualcuno ha portato per me, pieno di sabbia a metà per le cicche. Annoto che il posto dove stavamo è, si, spiaggia libera, però a distanza esattamente di venti metri ci sono tre cestini al confine con uno stabilimento e a disposizione di tutti. Sopra c’è scritto: isola ecologica: carta, plastica, vetro. Per giusta informazione dirò  che i cinque idioti avevano accento settentrionale. Ah Salento Salento. Sarebbero sufficienti i criminali autoctoni  che lasciano immondizie dovunque, macchè, arrivano anche dal nord.

La sera si torna casa e mi fermo al solito, eterno semaforo. Siamo in territorio di Vernole. Ne avevo già parlato in queste pagine, di quella sera in cui andammo ad Acaja (frazione di Vernole), il sei per tre campeggia ancora davanti alla mia finestra, “Lune d’Acaja – Lo spettacolo ha inizio”. Si si, proprio quello che è stato annullato senza motivi noti. E sponsorizzato da: Comune di Vernole,  Regione Puglia, Provincia di Lecce, Camera di Commercio di Lecce. A parte il primo, gli altri enti hanno contribuito in solido alle serate mai iniziate?  E sanno che è stato tutto annullato?

E avevo detto della segnaletica di quel paese, che ti fa girare come un imbecille per tutto il paese senza possibilità apparente di uscirne più. Solo una coraggiosa e repentina scelta di andare a intuito potrà esserti d’aiuto.  E della viabilità salentina molto si dibatte. Chi arriva in Salento non può ignorarla. Né può rimanerne indifferente.

Si, lo so, i comuni hanno bisogno di fare cassa, però c’è qualcosa di inquietante in alcune   modalità. La differenza fra necessità di incassi rapidi e veloci e accattonaggio a volte è sottile.  Una sorta di perversione sintattica e lessicale, l’inno al non sense per quanto riguarda Vernole.   Il  Dali più surrealista non  ci sarebbe mai arrivato. Qui però non è un quadro che puoi guardare e leggere, compenetrarti o meno. Qui si tratta di un segnale stradale.    Tutto si risolve in quello che chiamerei “Il paradigma della presa per il ….. (traducasi con “in giro”)”. Forattini, Vauro, Staino, sembrano dei dilettanti a confronto.   Intanto annoto che il malefico cartello è messo sul palo del semaforo, se è verde non lo leggerai mai, perché   è logorroico e scritto piccolo piccolo. Se è rosso, invece, potrai tranquillamente leggere tutto, magari fare un paio di telefonate e se hai un bisognino impellente puoi scendere con tutta calma. Perché il rosso è eterno. Ancora più lungo in inverno. Ci sono passato una domenica novembrina, per andare  a vedere il mare. Era primo pomeriggio, in strada c’era la nostra auto e poi…. Il nulla. Il semaforo inquietantemente rosso. Per attimi eterni. “Lo fanno apposta!” ho pensato.  Così ti stanchi, passi, e… zac, la foto è fatta. Al ritorno,  sera, c’eravamo noi e poi… il nulla. Stesso interminabile tempo di attesa.

Ma veniamo al testo. Per dire che hanno messo fotocamere per multare chi passa con il rosso ho contato 83 parole. Guardando la foto noterete che la parola FOTOCAMERA (italiano) non viene mai citata neppure per sbaglio, al suo posto compare una non meglio identificata: “Apparecchiatura per il controllo elettronico della velocità (photored F17A). Il tutto benedetto dall’Art. 146, comma 3 del C.D.S.

Ora, è arcinoto a tutti cos’è il C.D.S. Chi non lo sa è un mentecatto e un disinformato. I turisti tedeschi vengono a frotte per vedere il C.D.S. Pare   ne parlino anche all’ O.N.U. – Due olandesi discutevano su chi di loro aveva il C.D.S. più bello.

Tu che leggi e non lo conosci non sai cosa ti sei perso.

Tutto il notevolissimo testo è condito con le dovute omologazioni, con tanto di numeri e date.   Uniche parole che si leggono, sia pure tra lo stupore generale,   forse sono  giuste e corrette, quanto meno dovevano esserlo  nei primi anni del secolo scorso. “STRADA AD ALTO RISCHIO DI INCIDENTABILITA’”. A volte ci sono tavole rotonde nei prati vicini per parlarne. Pare che gli esperti del Devoto Oli e del Garzanti ne abbiano discusso giornate intere. La Treccani ha inviato in loco i suoi esperti.

Ho memoria di viaggiatore, pensate, ci sono luoghi dove, molti metri prima, c’è un grande cartello con su scritto “a 150 metri incrocio pericoloso”, oppure “moderare la velocità” oppure, “incrocio video sorvegliato”. Quante banalità, imparino dai vernolitani.   E poi che senso ha non poter fare accattonaggio in un incrocio? Prevenzione? Ma per favore, non scherziamo, noi i segnali di “rischio incidentabilità” li mettiamo all’ultimo momento, e scritti piccoli. Mentre leggi “incidentabilità” ti sei già schiantato contro un trattore.   E io che pensavo che i segnali e cartelli stradali dovessero essere intuitivi, che bastasse guardarli di sfuggita per capirli. Mal me ne incolse. Ho capito comunque, perché l’hanno messo sul palo del semaforo, se lo mettevano prima,   per leggerlo ci si doveva distrarre e si rischiava di spalmarsi contro un ulivo secolare. Questione di salvaguardia del territorio, insomma.

E’ vero che ci piace ridere e sorridere, però immagino il povero turista tedesco o inglese che arriva lì e cerca disperatamente sul dizionario la parola “incidentabilità”. Soprattutto mi piace pensare ai commenti dopo che hanno telefonato a Bonn o a Londra, alla cugina laureata in lingue. Lanciamo loro da queste pagine un messaggio: Noi non c’entriamo. E’ stato uno spirito burlone.

Gli omòfoni del dialetto neretino a fumetti: casu

GLI OMOFONI DEL DIALETTO NERETINO A FUMETTI (8): casu.

Un giudice corrotto (se di corruzione si tratta…) che assolve un pecoraio non può essere che di sinistra…

_________

1 E per questo caso (o cacio?) che ho studiato fino a due minuti fa il pecoraio Armando è assolto.

Nel dialetto neretino casu può significare caso [dal latino casu(m), da càdere=cadere] oppure cacio [(come questa voce italiana, dal latino càseu(m)].

Sapori e profumi mai tramontati: le conserve

Sapori e profumi mai tramontati: le conserve

le melanzane sott’olio

di Daniela Lucaselli

Gustare nuove e vecchie pietanze. Rivivere i momenti nei quali si sente autenticamente il calore del focolare domestico è  riscoprire il valore genuino della terra e i sapori veri del cibo.

Sulla tavola ogni giorno si schiude una vera opera d’arte. Le forme originali presentano svariati colori che prendono corpo in suggestivi, armoniosi ed accattivanti sapori e profumi.

La natura in estate con la sua luce, il caldo, il sole appaga il lavoro duro e faticoso del contadino offrendogli copiosamente i suoi frutti nella loro genuinità. Ma l’estate è anche il tempo delle conserve. L’uomo, come la formica, prudentemente e saggiamente, in questo caso anche golosamente, pensa all’inverno arido e gelido.

Si rivive per incanto la gestualità domestica del passato quando la massaia sceglieva al momento giusto le melanzane, uno degli alimenti più sani e nutritivi della dieta mediterranea, da mettere sott’olio. Già questa prima operazione richiedeva oculatezza, in quanto l’ortaggio doveva essere maturo e al suo interno non doveva avere il seme.  Dopo di ciò le mondava, le asciugava delicatamente con un panno bianco, le sbucciava e le affettava tonde o le tagliava a listelli. Accuratamente le poneva strato  su strato, cospargendole con abbondante sale grosso ed arricchendole con ciuffetti di menta profumata, spicchi d’aglio e peperoncino tagliato a pezzetti, in una capasa. Su di esse veniva adagiato un tagliere di legno  della forma e della dimensione della bocca della capasa sul quale si poneva  il capapisasale, cioè  una grossa pietra, che aveva  la funzione di far  espellere tutta l’acqua amara che l’ortaggio conteneva. Le melanzane rimanevano così “a riposo” per 24 ore. Trascorso tale tempo, con sorprendente abilità, senza scomporre il tutto, la donna rivoltava la capasa facendo fuoriuscire, premendo se necessario il composto, tutta l’acqua nerastra che le melanzane avevano cacciato. A questo punto vi aggiungeva un buon aceto di vino bianco e  lasciava  riposare il tutto per altre 4-5 ore. Passato tale periodo la donna ripeteva il rituale della capasa rivoltata. L’ultima operazione consisteva nel versare del profumatissimo olio extravergine d’oliva che copriva il prelibato ortaggio come un mantello, pronto per essere gustato dopo una mesata come contorno vegetariano, con una croccante frisella col

Da Caravaggio, al Parmigianino, a Tamara de Lempicka…

a cura di Stefano Donno

 

Da Caravaggio, al Parmigianino, a Tamara de Lempicka: sì ma …tutti rigorosamente “falsi d’autore”
Rassegna di Marina Andrenucci

Cibus Mazzini dal 1 al 30 settembre 2010
Via Lamarmora 4 – Lecce

Inaugurazione il 1 settembre h. 19,30.  Introduce l’artista Francesca Leone

Cibus Mazzini ha attivato un percorso di promozione culturale ed
artistica con l’organizzazione di eventi che spaziano dalla
presentazione di libri alle esposizioni di arte. Continua dunque la
sua attività di promozione della cultura, con la rassegna dall’1 al 30
settembre 2010 dal titolo “Da Caravaggio, al Parmigianino, a Tamara de
Lempicka: sì ma …tutti rigorosamente falsi d’autore!”. I grandi
personaggi che hanno fatto grande il nostro patrimonio artistico
mondiale, ora “rivisti” dall’artista salentina Marina Andrenucci .
Dice di lei: “L’amore per l’arte nelle sue infinite forme mi ha
indotta a perfezionare la pittura nel suo aspetto tecnico attingendo
esclusivamente alle mie doti personali. L’ispirazione artistica,
decisamente figurativa, la trovo in ogni pensiero, in ogni immagine
così da spingermi a creare un filo conduttore tra la mente e la tela
al solo scopo di trasmettere quelle emozioni che provo nel riprodurre
i grandi Maestri. Le loro scelte, la ricerca dei particolari, ogni

Gli omòfoni del dialetto neretino a fumetti: scriddhare

GLI OMOFONI DEL DIALETTO NERETINO A FUMETTI (7): scriddhàre.

Un ordine apparentemente contraddittorio.

______

1 Totò, vieni a togliermi i semi a questi pomodori…e non strillare!

2 Dico io se è possibile che, con due donne, debba essere un maschio a togliere il seme ai pomodori!

3 Fratello mio, è possibile, è possibile. I tempi sono cambiati.

Scriddhàre nel dialetto neretino può significare strillare e togliere i semi (in dialetto criddhi, plurale di criddhu). Nel primo significato scriddhare può essere considerato deformazione di strillare (che è di origine onomatopeica) e non connesso, invece, col canto del grillo (pure esso in dialetto criddhu). Nel secondo  significato entra in campo l’omofono criddhu (il seme), per il quale il Rohfs si limita ad un confronto col calabrese arìddhu senza proporre, neppure per quest’ultimo, alcun etimo. Eppure non avrebbe comportato spreco di molto spazio aggiungere che nel glossario del Du Cange  è attestato quanto segue:

(ARILLI sono i chicchi secchi dell’uva, così detti dall’aridità. Glossario del medico Simone Genovese, dal codice regio 6959).
Rimane da spiegare la c– di criddhu. Ci vengono in soccorso le varianti in uso in altre zone del Leccese: riddhu a Lecce e riddu a Tricase. Risulta evidente che esse derivano per aferesi da arillo. In criddhu è intervenuto un fenomeno inverso rispetto a quello manifestato da vocaboli tipo crasta (vaso da fiori) che è, con metatesi, dal greco γάστρα (leggi gastra). Crasta diventa in altre zone rasta. Criddhu, perciò, è frutto di un processo imitativo inverso, di carattere ipercorrettivo.

Gli omòfoni del dialetto neretino a fumetti: mbaccare

GLI OMOFONI DEL DIALETTO NERETINO A FUMETTI (7): mbaccàre.

Magro è bello.

 

1 Che vi è successo? Vi vedo tutti e due sciupati…

2 Con questa crisi è da un mese che non ci becchiamo nemmeno un tozzo di pane.

3 Confermo…mamma mia che fame!

Mbaccare nel diletto neretino può significare essere sciupato, sfiorire e, per traslato mediato dall’immagine del fiore che reclina sullo stelo, addormentarsi (corrisponde all’italiano ammaccare, forse da un latino *macca, variante del classico màcula=macchia, con dissimilazione –mm->-mb-); può significare anche mangiare avidamente, divorare (in questo secondo significato non è riportato dal Rholfs, ma credo che corrisponda all’italiano imbeccare, con aferesi di i– e passaggio –e->-a-).

Il castello di Carovigno


di Marcello Gaballo

 

Una monografia dedicata ai restauri del castello di Carovigno, già della famiglia Dentice, conti di Frasso, e dal 1973 di proprietà dell’ amministrazione provinciale di Brindisi.
Il restauro, eseguito dall’ Autore del volume, ha restituito la preziosità ad una delle monumentali testimonianze delle fortificazioni in Puglia. Le vicende feudali di Carovigno inevitabilmente si ripercuotono sul complesso, che dal XIV secolo in poi registra interventi diversi, tra i quali il penultimo dovuto all’ ing. Gaetano Marcschizek (Napoli 1857-Lecce 1924).
Per gustare il recente restauro è stato fondamentale l’ apporto dell’ A. del volume nonchè progettista Fernando Russo, che descrive le diverse fasi dei lavori con esauriente e chiara documentazione iconografica.
Ne risulta un volume gradevole e ben impostato per la lettura del monumento, oltre che di buona qualità tipografica.

Castello Dentice di Frasso. Da fortezza a residenza. “Il Restauro”, Fernando Russo, Capurso (Bari), Edizioni Romanae, 2003, 132 pagine, album con 99 fotografie (colore, b/n di cui disegni, foto intere e particolari).
Presentazione del sindaco di Carovigno Angelo Lanzillotti e del sovrintendente per i beni architettonici e il paesaggio della Puglia Gian Marco Jacobitti. Testi di Fernando Russo, mentre il capitolo primo è di Marisa Milella.

 

Libri/ Il Segreto del gelso bianco

Il Segreto del gelso bianco

di Antonella e Franco Caprio
(Besa editrice)

26 agosto 2010 h. 17,30 al Fuori Rotta (Campomarino di Maruggio, Taranto)

La terra brunita spaccata dal sole, la fragranza delle scorze degli
agrumi che ardono nel braciere, il sapore della frutta appena colta
dall’albero, il gracchiare delle prime radio… è la Puglia della prima
metà del ‘900: una realtà rurale che rivive concretamente nelle pagine
del Segreto del gelso bianco (Besa Editrice, pp. 368, euro 18).
Antonella e Franco Caprio, con una prosa lirica e delicata che non
disdegna la mimesi di termini e costrutti dialettali, ricostruiscono
la propria saga famigliare, limitandosi a modificare solo i nomi di
luoghi e persone. Scorrono, così, dinanzi agli occhi del lettore,
innumerevoli personaggi di un mondo che fu: la figura arcigna del
bisnonno Federico Di Lauro, che emigra in America per cercar fortuna,
e forse anche per sottrarsi alle responsabilità di padre e di marito;
il nonno Pietro, costretto a diventare adulto prima ancora che
ragazzo, legato alla terra non meno che ai suoi cari; la sua prima
moglie Giulia, divorata dalla malattia, e poi Rosa, destinata a
colmare quel vuoto; e tanti altri ancora. Gradatamente però, il centro
ideale del romanzo diventa Marianna, figlia di Pietro e di Rosa e
madre dei due autori, colei che «strappava alla vita i mesi, le
settimane, i giorni, le ore e gli attimi, fino a poco tempo prima,
perduti in un letto di ammalata». È lei ad aver trasfuso i suoi
ricordi, gli aneddoti vissuti e quelli ascoltati in un diario divenuto

Gli omòfoni del dialetto neretino a fumetti: mpicciare

GLI OMOFONI DEL DIALETTO NERETINO A FUMETTI (5): mpicciàre.

Due verbi pericolosi…

1 E adesso che hai visto chi ha appiccato il fuoco è meglio per te non impicciarti…

2 Mi son messo già l’acqua in bocca…

‘Mpicciàre (di etimologia incerta, forse da un latino *adpiceàre, composto da ad=verso e *piceàre, da pìceus=di pece, da pix=pece, dal greco pissa) nel dialetto neretino è usato nel significato di accendere e come corrispondente dell’italiano impicciàre (dal francese antico empedechier, dal latino medioevale impedicàre=legare i piedi, dal classico in=dentro e pèdica=laccio per i piedi, a sua volta da pes=piede.

Gli omòfoni del dialetto neretino a fumetti: mazzu

GLI OMOFONI DEL DIALETTO NERETINO A FUMETTI (4): mazzu.

Che cosa non si fa per una donna…

______

1 Per questo mazzo son diventato più magro di dieci chili e ho rischiato che mi facesse un mazzo così ikl padrone del giardino da cui li ho colti.

2 Che uomo! Per me sarebbe capace di correre qualsiasi rischio…

Mazzu in dialetto neretino può significare mazzo (fascio) e, come in italiano, sedere, oltre che magro.

Il primo significato è dal latino medioevale màciu(m)=covone, a sua volta dal latino *màttea da cui è derivato l’italiano mazza. Per il secondo significato i vocabolari si limitano a dire che l’etimologia è incerta; per me è illuminante la locuzione farsi o fare (ad un altro) un mazzo così: è il lavoro dei mietitori che affaticava le spalle e anche le parti più in basso. Certo,  se poi penso che mazzo è collegato etimologicamente con  mazza (per somiglianza di forma) e che mazza è metaforicamente usato come sinonimo di pene, arrivo per metonimia (l’effetto per la causa, o, se preferite, il passivo per l’attivo) al significato di sedere: proposta etimologica diversa, nel senso che a priori sarebbe condivisa dagli omosessuali…

Benvenuti in Puglia

a cura di Stefano Donno

In Puglia o meglio nelle Puglie, che abbracciano le terre di Foggia,
di Barletta, di Bari, di Taranto, di Brindisi e di Lecce, non si passa
per andare altrove. Chi le vuole ammirare deve venire apposta in
questo “stivale” d’Italia, che si tuffa tutto intero nel mare sino a
“finibus terrae”, ultimo lembo che – secondo la leggenda – o va
visitato da vivi oppure, con l’anima, da morti. In pratica, si vuol
dire che tutti dovranno conoscere queste contrade, contrassegnate da
uno speciale, fascinoso richiamo, unico, irripetibile, meraviglioso.
Un segno da noi, pugliesi residenziali, non percepito, reso
sconosciuto, quindi non apprezzato, anche se immersi in esso. Un
immenso dono naturale, che, in quanto tale, sembra non far notizia,
non esprime ammirazione, non porta vanto. Gli altri, invece, lo
scoprono subito sin da quando, provenienti da lontano, varcano il
tavoliere foggiano e si incamminano verso la punta di Santa Maria di
Leuca, luogo che salda l’amoroso incontro tra l’Adriatico e lo Ionio.
Anni or sono, conversando ad Acquaviva di Marittima, vicina alla perla
di Castro, con gli allora Principi del Belgio, Alberto e Paola, oggi
regnanti, chiesi loro il perché avevano scelto, per una pausa vacanziera, il Salento, terra lontana, non facilmente accessibile, quasi esule. Chiesi, pure stando da noi, quale particolare seduzione li aveva catturati. La risposta fu netta: “la luce che si gode nei vostri luoghi, altrove non esiste”. Finalmente, il dono, rimasto occulto si manifestò anche ai miei occhi. Invero, al pari degli altri, qui dimoranti, mai ci avevo pensato, dimentico del tutto che proprio dalle coste adriatiche, pugliesi e salentine, si ammira la sorgente luce dell’alba.

Parimenti, dalle coste ioniche di Puglia si scorge, al tramonto, l’abbagliante palla di fuoco del sole, che, calante, insanguina un mare azzurro più del cielo. È proprio questa luce, unica, fiabesca, stregona, cangiante nella sua intensità, secondo le ore del giorno, ad avvolgere, affrescare, tingere, smorzare, accarezzare le bellezze di Puglia e del Salento, in minima parte, filmate in questa pubblicazione, voluta, impostata e descritta dalla passione dell’editore Lorenzo Capone e dai suoi figli, che, con gli occhi, spesso smarriti e sedotti, hanno arato l’intera Regione, fissando colori, meraviglie, usi, costumi, paesaggi, angoli remoti e tesori nascosti. Un vero e proprio zibaldone dalle molteplici effervescenti sfaccettature, che fluiscono ed esondano come un fiume in piena, rendendo dolcemente curioso, attonito, sazio lo sguardo su un Creato posseduto, sfavillante, divino e terreno.

Diciamolo pure: la Puglia, orgogliosamente ha tutto in sé. Certo, non possiede una economia forte e florida, fabbricata dall’imprenditorialità dell’uomo.
Però, trionfa e ammalia la sua natura, consolidata dai secoli. E su
tutto filtra la nostra luce, che reca esaltazione e splendidezza.
Indora palazzi, castelli, masserie, dolmen, aree archeologiche,
anfiteatri, cattedrali, cripte rupestri, ville, monumentali tappeti di
ulivi, paesaggi mozzafiato e tant’altro. Giocherella, a nascondiglio,
con i pupi, gli angeli grassi del barocco e i ricami dei rosoni
romanici. Accarezza e bacia spiagge stupende, sabbiate e rocciose,
dove fluttuano mari tersi e luccicanti. Ingemma una sequela di piccoli
borghi, di grumi di bianche casette e di gentili, medie città, aperti
all’accoglienza, all’ospitalità, all’amicizia, conditi di profumi caserecci e di piatti prelibati, innaffiati da vini genuini. Rende bagliori suggestivi sugli ottoni e sugli strumenti delle bande musicali, trionfo di armonie inedite e tradizionali, arricchite da marce baldanzose, circondate da spettacolari luminarie ornamentali, chiamate, oramai ad abbellire tutto il mondo. È sempre la nostra luce a scaldare antichi riti, usanze, costumi. Ravviva musei. Conforta eleganti silenzi. Avvampa pizziche vertiginose. Rende parlanti le trine di muretti a secco e le “paiare”, capolavori che sfidano le
celebrate architetture mondiali. È sempre questo godimento di luce a
dare più luce a fior di scrittori, di poeti, di artisti, di letterati, che scontano la colpa di essere nel giù più giù d’Italia, dove solo la voluta malizia dell’oblio ostinatamente oscura.

Prima di sera, residui squarci di luce perdurano nella danza di civiltà stratificate e di quanti – nei secoli – hanno percorso la nostra terra pugliese. Alcuni l’hanno invasa, sfregiata, conquistata mai, però, domata. Altri l’hanno amata e arricchita, lasciando vestigia e memorie, che vivono
ancora tra di noi, sprofondate nei secoli come le Grotte dei cervi di Porto Badisco, scoperte ma inviolate perfino all’aria e all’occhio di molti. In sintesi, gli spartiti armoniosi, scritti in questo volume esplodono di luccicante bellezza, che reclama conoscenza, e voglia di fruire degli occhi altrui in modo da renderli avidi di luce e di luci, per accecare il quotidiano buio della nostra epoca e rendere bagliori di speranza. Certo, non tutto è canto di elegia. Anche da noi frullano travagli, guasti, incertezze. Comunque, la nostra luce, unica, insuperabile, splende. Luce sovrana che aiuta ad amare la vita, a fruire delle cose belle, a salvaguardare il Creato, che, in Puglia,
affresca un trionfo di grazia di Dio, pressante offerta a farsi vedere
e a farsi amare. Venite in questa terra. La luce da capogiro non frastorna, fulmina il brutto, rifinisce il bello e luccica una sequela di meraviglie. Una luce da imbottigliare, da mettere – a ricordo – sul comodino delle vostre case con una bella etichetta: “made in Puglia”.

E luce è anche in lontananza. (Giacinto Urso)

Benvenuti in Puglia.

Libri/ Alla riscoperta della Magna Grecia. Storia, arte, civiltà

Vito Salierno, Alla riscoperta della Magna Grecia. Storia, arte, civiltà, Capone Editore, 2009, Formato 17×24 cm circa, cartonato con sovraccoperta, colore e b/n, pagine 160, 20,00 €.

Nessuno avrebbe mai potuto prevedere che, a partire dall’VIII secolo a. C., l’emigrazione dei Greci nell’Italia meridionale e nella Sicilia, alla ricerca di nuove terre da colonizzare, avrebbe portato al nascere di una civiltà italiota e siceliota che avrebbe influenzato e condizionato la stessa Roma. Costretti dalla ristrettezza del territorio coltivabile e da motivi di politica interna, i Greci si avventurarono sui mari, guidati da oracoli propiziatori rassicuranti, insediandosi in piccoli nuclei familiari lungo le coste di quella che fu la Magna Grecia per antonomasia, estesa alla Sicilia. Nel giro di tre secoli le piccole colonie, le apoikiai, si trasformarono in breve tempo in città, poleis, che superarono la stessa madre-patria: valga per tutte, Siracusa, che resisterà agli attacchi di Atene, decisa a sottometterla.
Lo stesso Strabone, che visse all’epoca di Augusto e dedicò all’Italia due libri della sua Geografia, si fece interprete della sua cultura di origine e diventò un tramite tra il sapere greco e le istanze romane. Non per nulla nella descrizione dell’Italia meridionale e insulare Strabone volle mettere in risalto la “grecità” delle istituzioni, delle cerimonie sacre, delle norme legislative, della vita sociale e culturale dei centri di origine greca. Più o meno nello stesso periodo, Diodoro Siculo scrisse in greco una monumentale opera di storia universale, la Biblioteca Storica, prediligendo

Gli omòfoni del dialetto neretino a fumetti: la corsa

GLI OMOFONI  DEL DIALETTO NERETINO A FUMETTI (3): la corsa.

Il cane è sempre migliore del suo padrone.

di Armando Polito

_________

1 Questa che ho trovato io e che sto tenendo bloccata da un’ora è una grancevola, non quei granchetti che prendi tu, babbeo!

2 Bravo, Jimmy! Oggi ti meriti dieci polpette! Ora che catturiamo questa grancevola dobbiamo telefonare a Massimo (Vaglio), perché lui sa come dobbiamo prepararci la zuppa.

Corsa 1=grancevola; la voce dialettale non è registrata nel dizionario del Rohlfs; potrebbe essere deformazione di *cauressa, femminile di caùru=granchio (dal greco bizantino càburos, probabilmente, per l’accento, attraverso un intermediario latino *cabùrus, con sincope di –b-, mentre la variante di Manduria càuru è direttamente dal greco) oppure derivare dal greco eolico corse=mandibola.

corsa 2: identico all’italiano, da corso, dal latino cursu(m), da cùrrere.

IL BARDO DI COPERTINO

di Paolo Vincenti

da http://www.elamilmago.com/world/taverna.htm

I bardi, presso i popoli celtici, erano dei poeti cantori che, come gli aedi nella Grecia antica, accompagnandosi con l’arpa, cantavano, in versi, fatti epici e avvenimenti leggendari, inni religiosi e genealogie. Poeti di corte, nei secoli successivi, celebravano nella  poesia le gesta dei loro signori. Non sappiamo se Maurizio Leo, nel 1991, si sia  ispirato a queste figure semileggendarie di poeti oppure ai canti di guerra degli antichissimi popoli germanici per il titolo della sua creatura editoriale, Il Bardo, appunto, che, partendo da Copertino, è stato pian piano distribuito  in tutta la provincia di Lecce. Ne ha fatta di strada, da allora, questo giornale dal titolo così accattivante, che ci evoca le misteriose atmosfere dei “Canti di Ossian” di James Macpherson, il quale, nel XVIII secolo, dall’Inghilterra, con questa sua opera (tradotta in Italia da Melchiorre Cesarotti) diffuse la moda della poesia bardita in tutta Europa. Forse il direttore- editore del Bardo si è ispirato proprio alle storie ossianesche dell’opera di Cesarotti del 1763, oppure è stato ispirato dall’ “Arminio” di Ippolito Pindemonte (1804), o da “Il Bardo della Selva Nera” di Vincenzo Monti (1806). Comunque sia, è proprio una bella avventura  quella del Bardo che, partito in sordina e con pochi, pochissimi mezzi finanziari, si è ritagliato uno spazio sempre maggiore nell’ambito della pubblicistica salentina e si è accreditato presso gli addetti ai lavori come un foglio culturale di alto valore, per la serietà dei suoi collaboratori e il rigore scientifico di tutti i loro contributi.Tutto questo mai rinunciando a quell’appeal che la rivista ( come tutti i prodotti della carta stampata, per noi incalliti bibliofili) reca in sè.  Probabilmente, Maurizio Leo non sarebbe andato oltre i primi numeri, se non avesse trovato sulla sua strada un gruppo di amici disposti ad aiutarlo, credendo fortemente nella sua iniziativa, e a coadiuvarlo nella redazione del giornale. Al  primo gruppo di lavoro, formato essenzialmente da Maurizio Leo e dalla moglie, sua inseparabile e silente compagna d’avventura, si sono poi aggiunti numerosi amici intellettuali, che hanno garantito allo squattrinato editore un supporto morale ed anche economico, ciascuno con i propri mezzi e secondo le proprie possibilità.

Free press, senza una cadenza regolare, ma contando, più o meno, tre uscite l’anno, Il Bardo, Fogli di culture si distingue dalle altre riviste, innanzitutto per il suo formato gigante ( “lenzuolo” nel linguaggio giornalistico), poi per le copertine, sempre molto originali e senza alcuna didascalia, di Caterina Gerardi, e per il bianco e nero al quale il giornale è rimasto caparbiamente fedele (e sia perciò lodato) in tutti questi anni. Anche il numero delle pagine può variare da 6 a 10, a 12,  in base alla mole dei materiali che arrivano in redazione per i vari numeri.

Grazie al Bardo, che va a completare la nostra emeroteca ideale, la storia di Copertino è stata riscoperta ed indagata a fondo dai collaboratori di questa rivista.  Sono state così scritte pagine nuove ed interessanti della antichissima storia di questo casale centrosalentino, quel  Convertino o Conventino patria di San Giuseppe Desa e di Frà Silvestro Calia, di cui si sono occupati, fin dal primo numero, studiosi come Giancarlo Vallone, Giovanni Cosi, Mario Cazzato, Giovanni Greco, Alessandro Laporta, Fernando Verdesca e Vittorio Zacchino. Si aggiungano i nomi di Luigi Manni, Luciano De Rosa, Antonio Edoardo Foscarini, Alvaro Ancora, Antonio Errico, Giuseppe Conte, Pierpaolo De Giorgi, Giovanni Greco, con pezzi di ricerca storica, letteraria, filologica, antropologica, recensioni, segnalazioni e cultura generale, sempre appassionati e originali. Ma addirittura, sul Bardo, hanno scritto Mario Marti, Ennio Bonea, Gino Pisanò, Donato Valli; insomma si è mosso lo stato maggiore della Repubblica delle Lettere salentina. A metà giornale, si trova un inserto, “Allestimento- prove di poesia”, che ospita liriche edite ed inedite di svariati autori. Non si potrebbe dare una definizione unitaria di questo inserto poetico per la eterogeneità dei brani che vi appaiono, anche se tutti, grossomodo, percorsi da una certa vena di sperimentalismo.  Scrive Maurizio Leo: “Ho voluto dei fogli dal vivo dove chiunque (poeti scrittori o altri ARTisti, purchè attraversino il valore della scrittura in pura e semplice ricerca) possa esprimere creato e/o rappresentato, il di-segno che è tutta un’esistenza”. Fra gli autori che si sono avvicendati su questo foglio “allestito”  da Leo a mo’ di silloge poetica, scorriamo i nomi di Walter Vergallo, Arrigo Colombo, Giuseppe Conte, Carlo Alberto Augeri, Elio Coriano, Antonio Tarsi, Tatàr Sàndor, Pierpaolo De Giorgi, Nicola De Donno, Vincenzo Ampolo, Florio Santini, Mauro Marino, Piero Rapanà, Maurizio Nocera, Kavafis, Marilena Cataldini, Michelangelo Zizzi, ed altri. La  poesia di Leo è molto vicina al beat, per il culto che  egli ha per autori come Allen Ginsberg e Jack Kerouac, e per una certa ricerca nella scrittura che lo porta, in alcuni casi, ad una forte tensione e ad impennate del senso, mentre, in altri, ad una deriva non sense.

Se pensiamo al Bardo, ai tantissimi contributi  su San Giuseppe Desa, il santo dei voli, amatissimo protettore della città,  e ai tanti interventi sul patrimonio artistico, archeologico, paesaggistico di Copertino, Conventio Populorum,  come recita lo stemma civico del paese,  subito  ci vengono incontro nella mente il suo magnifico Castello con il Torrione medievale e la Porta di San Giuseppe, L’Arco dei Pappi e la Cripta di San Michele con l’epigrafe dedicatoria del Cavaliere Sourè, la Colonna di San Sebastiano e la Chiesa di Santa Chiara,  il magnifico complesso della Grottella, che ci accoglie all’entrata del paese, e la Chiesa di Santa Maria di Casole, la ecc. Maurizio Leo, questo “piccolo Barone di Munchausen del suo paese”, come è stato definito da Stefano Donno, che per vivere fa il pizzaiolo e rincorre i suoi sogni letterari, è anche il fondatore di una indipendente casa editrice, “I quaderni del Bardo”, con la quale, da molti anni, porta avanti il suo discorso culturale. Sotto questa etichetta, Maurizio Leo ha pubblicato Dogmaginazione(1992),  L’albergo di latta (1994), Fobia ( 1995), Non suona più il jukebox nell’appartamento di allen (1998), Il bazar delle parole scomposte (2002), per citare solo alcuni titoli comunque rappresentativi del suo “agire poetico”. Ma sono stati pubblicati anche affermati autori, come Vittorio Zacchino, con Religiosità e tradizione nelle poesie di S.Giuseppe da Copertino (1993), Paolo Valesio, con Anniversari (1999), Vittore Fiore, con Nicola a Copertino (2003), Giovanni Cosi, con Sette lustri di vita lequilese (2003), Maurizio Nocera, con Figli vostro padre uccidete! (2004), Elio Coriano, con Dolorosa impotenza il mestiere delle parole (2004), ed altri.  

Sfogliando le pagine del Bardo, ancora, incontriamo i nomi di Lucio Romano, Ermanno Inguscio, Marcello Gaballo, Salvatore Muci, Giovanni Giancreco, grazie ai quali approfondiamo la nostra conoscenza della antica Terra Hydrunti. Ma un foglio di cultura è sempre solo un foglio di cultura. Non può fare rivoluzioni, non può spostare le opinioni della gente, non dà notizie di cronaca o di attualità, può essere del tutto ignorato dal grande pubblico dei lettori. Chi si approccia a questo foglio, magari attirato dal  grande formato o dal fatto che non costi nulla, però, sia avvisato: può ritrovarsi rapito dagli approfondimenti che offre questa miscellanea e

e può magari appassionarsi a tal punto da scoprire una sensibilità nuova, nei confronti della cultura, che non sapeva di avere. Il gusto di scoprire cose nuove ed interessanti della nostra storia patria può portare anche il semplice amatore a misurarsi con la ricerca, dapprima da neofita,  in maniera discontinua ed inesperta, e poi sempre più accuratamente, mano a mano che acquisisce un metodo di analisi, fino a diventare anch’egli un roditore di vecchie carte, al pari di quegli affermati studiosi che lo avevano primieramente entusiasmato. La conoscenza del passato, infatti, non siamo i primi a dirlo, porta consapevolezza del presente, ci rende più forti e fieri della nostra identità, ci aiuta a comprendere meglio quel patrimonio culturale di cui è depositario il nostro territorio, e , naturaliter, a diventarne  promoters, ossia divulgatori, cosicchè tutti  possiamo intraprendere un affascinante percorso a rebòurs,  all’indietro nella nostra storia, e, grazie a questa appassionata riscoperta delle nostre radici,  farci infine anche noi  bardi della salentinità.

PAOLO VINCENTI

Pubblicato su  “Espresso Sud”,  Giugno 2007 e poi in “A volo d’arsapo. Note bio-bibliografiche su Maurizio Nocera”, Il Raggio Verde Editore, Lecce 2008

Mayno della Spinetta

Mayno della Spinetta

(a ognuno i suoi briganti)

 

di Gianni Ferraris

Quando ci sono invasioni ed oppressori, c’è sempre chi si ribella. Come giustamente accade. Così i piemontesi arrivati in terra di Salento trovarono anche i briganti ad accoglierli. Se si stupirono era solo perché avevano la memoria corta.   Quando Napoleone arrivò in Piemonte, fu occupazione militare, sociale e civile .

Spinetta Marengo è sobborgo di Alessandria. Oggi un museo celebra la vittoria del piccolo duce corso nella battaglia omonima. Che proprio in quei territori si combattè. Napoleone era praticamente sconfitto quella volta, solo l’intervento e il sacrificio del generale Desaix diedero la svolta alla battaglia.

E a Spinetta   nacque Giuseppe Mayno intorno al 1785. Figlio di un carrettiere, Giuseppe, e di Maria Roveda, e secondo di sei fratelli, frequentò il seminario, ma la sua indole inquieta lo portò ad arruolarsi  nel regio esercito.  Nel 1794  era di stanza a Tortona (AL). Ma la disciplina evidentemente era un abito troppo stretto per lui. Litigò ferocemente con un ufficiale e, per salvarsi la pelle, disertò e si rifugiò   presso una comunità valdese del cuneese,  dove rimase fino al 1796, anno in cui si arruolò nell’Armata d’Italia. Congedatosi nel 1803, il 19 febbraio dello stesso anno sposò Cristina Ferraris, nipote del parroco di Spinetta.

Il giorno stesso del matrimonio, però, dovette fuggire latitante. Leggenda dice per non aver osservato il divieto di portare armi. Pare che la realtà fosse  perché era braccato per diserzione. Con i suoi fratelli, fuggì infatti dalla legge sulla coscrizione obbligatoria del 20 aprile 1802, imposta dai napoleonici occupanti.

Cosa non si fa per conquistare la libertà dall’invasore nemico e forestiero. Subito le sue azioni fecero di lui un  mito.  Fiero capo di una banda, si dice, di

Gli omòfoni del dialetto neretino a fumetti: la cagge

GLI OMOFONI  DEL DIALETTO NERETINO A FUMETTI (2): la cagge.

Il Socrate neretino.

di Armando Polito

_______

1 La Corte ha appurato che il professore Polito ha rovinato gli studenti abituandoli a ragionare con la propria testa. Perciò lo condanna a morte e ordina al boia scelto Benedetto Sadico di scaraventarlo domani mattina con un bel calcio nella calce viva.

2 Ragazzi, bisogna che mi inventi qualcosa…

3 Sbrigati a mangiarti quelle quattro polpette perché devo andare a vedermi la puntata del Grande fratello.

4 Va’ dove devi andare, che nella calce mi butto solo, senza il tuo calcio….

5 Tanto la calce di oggi non serve nemmeno per imbiancare…

6 Ragazzi, sto facendo un viaggio e due servizi: è da un mese che non mi faccio il bagno e ora mi ripulisco ben bene. E voi che pensavate di esservi liberati di me…alla prossima!

Cagge 1=calcio è dal latino calce(m), accusativo di calx/calcis=calcagno; cagge 2=calce è dal latino calce(m), accusativo di calx/calcis=calce, a sua volta dal greco chalix=pietruzza. Da notare come il dialetto, a differenza dell’italiano, ha conservato perfettamente l’originaria omofonia latina.

Piccoli seminaristi crescono… (decima parte)

La ragazza sulla terrazza dirimpetto. Una storia d’altri tempi nel Seminario Vescovile di Nardò

(decima parte)

di Alfredo Romano

Per lunghi quattro anni, sotto lo studio del Seminario in Corso Giuseppe Garibaldi, avevamo visto sfilare quasi soltanto funerali. L’ora era del primo pomeriggio. Il corteo proveniva dalla vicina Cattedrale ed era accompagnato dalla banda locale che insistentemente suonava la marcia funebre di Chopin (http://www.youtube.com/watch?v=3E-U4NtGpDs). Della banda faceva parte anche il nostro barbiere, famoso per tosare ogni seminarista in soli tre minuti e poi sotto a chi tocca. Si chiamava Antonio Stìfani, fratello del più famoso Luigi (anche lui barbiere) che suonava il violino nella pizzica tarantata registrata a Nardò da Diego Carpitella e Roberto Leydi nel 1966. Giusto in tempo di carnevale, oltre ai cortei funebri, captavamo in tarda serata il vociare allegro e sguaiato della gente mascherata giù nel Corso, mentre noi eravamo affaccendati a edificare lo spirito e la mente nel

Cresciuti a frise e menuncelle

di Antonio Bruno

Io dopo Carosello non sono mai andato a nanna! Lo confesso i miei genitori erano molto clementi e mi concedevano di vedere la trasmissione in prima serata, quando non pioveva. Come dici? Che c’entra la pioggia con la TV? Se fosse il 1963 e abitassi a San Cesario di Lecce, sapresti che appena una goccia di pioggia fosse apparsa ecco che d’incanto l’energia elettrica sarebbe stata staccata! E un lume a petrolio avrebbe illuminato una serata di “cunti”… ”azzate Giuvanni e nu durmire , visciu na nuveia scire e benire una te acqua , l’addrha te ientu , l’ addrha te triste maletiempu…”.

Ma Carosello non è mai stato nella mia infanzia; la menunceddrha si che invece ricordo molto bene come gustosa merenda estiva!

Ecco la mail in cui un nipote e figlio del Salento leccese che vive lontano da questa terra che si immerge nel grande lago salato mi scrive che ha il padre che è di Lecce e che suoi nonni lo hanno allevato a frise e menuncelle.
Poi guardate che scrive: Ora “menuncelle” è la pronuncia del termine da loro utilizzato per descrivere una specie di cetriolo tondo-melone che pare cresca solo laggiù in Puglia. Mio nonno è morto da anni, qui nessuno me le coltiva più e io vado in crisi d’astinenza. Ho fatto ricerche in internet e non trovo nulla, probabilmente il nome è sbagliato. Qualcuno mi sa dire come caspita si chiamano??? E poi conclude con un’offerta che non si può rifiutare ovvero:
Una birra virtuale a chi lo sa, una cena a chi me ne manda una cassetta.
Cominciamo con il collega Dottore Agronomo Francesco Serio dell’Ispa-Cnr francesco.serio@ispa.cnr.it che ci narra del Carosello e del Barattiere, due tipi di melone (Cucumis melo L.) tipici della Puglia. Pianta rustica erbacea annuale delle cucurbitacee a rapido sviluppo con fusto angoloso, flessibile, strisciante e rampicante. Il Carosello ha i frutti cilindrici ad estremità arrotondata, dalla buccia di colore verde chiaro con protuberanze, la polpa compatta con pochissimi semi che si mangiano immaturi, in alternativa al più comune cetriolo, crudi e cosparsi di sale o in insalata. Poi ci spiega il profilo di qualità di questi peponidi da cui si evidenzia una ridotta presenza di sodio rispetto al cetriolo e un minore contenuto di zuccheri semplici. Per tali peculiarità, continua il collega Serio, la diffusione e il consumo di carosello e barattiere, inizialmente limitata ad alcuni areali del territorio pugliese, sta uscendo dai confini regionali, interessando anche la grande distribuzione organizzata.
Il Salento leccese è ancora un centro di biodiversità per i meloni anche se le nuove cultivar hanno sostituito progressivamente le varietà locali tradizionali. Nel nostro territorio si coltiva la “Meloncella” “Menunceddrha” “Spureddrha” (Cucumis melo L. var. Chate (Hasselq.) Filov), che è stata tradizionalmente coltivata per i suoi frutti acerbi. Questa coltivazione è uno degli ecotipi pugliesi che potrebbe anche essere l’epigono di una coltivazione più ampia.
Voglio subito dire subito per chi si diletta a coltivare nel suo orto urbano oppure sul balcone come si coltiva: la “Meloncella” predilige i climi temperati o caldi con umidità costante e soprattutto per quelli che sono a nord penso che debbano tenere in debito conto la circostanza che teme il freddo e le brinate. Prima della semina il terreno deve essere ben lavorato, profondo, di medio impasto, ben concimato e con pH leggermente acido. La semina se fatta all’aperto si può effettuare da marzo a luglio se invece si utilizza una serra può essere effettuata da gennaio-febbraio per poi effettuare il trapianto in marzo-aprile su file distanti 40-60 cm l’una dall’altra. Per la semina in pieno campo si fanno le buche a un metro una dall’altra e si lasciano cadere quattro semi per buchetta.
La raccolta avviene in modo scalare a comincia dopo 74 giorni dalla semina.

Nel periodo da febbraio a giugno del 2003 è stata condotta una ricerca in serra fredda su quattro selezioni di popolazioni locali di Melone da consumo verde che sono coltivate in Puglia e specificamente il Barattiere, la Menunceddrha o Spureddrha Bianca, il Carosello di Polignano e il Carosello di Manduria. I ricercatori hanno valutato la morfologia delle piante, le caratteristiche della produzione e la quantità di peponidi delle quattro selezioni di popolazione. La differenza maggiore dal punto di vista Morfologico è tra il Barattiere da una parte e la Menunceddrha o Spureddrha Bianca, il Carosello di Polignano e il Carosello di Manduria dall’altro e anche tra queste ultime tre popolazioni ci sono differenze.
La popolazione più precoce è risultata la Menunceddrha o Spureddrha Bianca mentre la più tardiva e la meno produttiva è risultata la popolazione di Barattiere.
Dal 1996, gli scienziati del Istituto di Genetica Vegetale (IGV) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Bari ( Italia) e il Crop Science Institute dell’Università di Kassel (Germania) hanno studiato la conservazione e l’uso di agrobiodiversità nella Grecia salentina.
I risultati di queste indagini hanno indicato una forte erosione genetica delle varietà locali autoctone e l’urgente necessità della loro protezione sia in situ e ex situ.

La zona del Salento (Grecia salentina inclusa) è famosa per il Carosello melone cetriolo, meloncella o menuceddha (Cucumis melo L. subsp. melo convar. adzhur ( Pang. ) Grebenšc . var. Chate (Hasselq. ) Filov ). Sono stati raccolti dodici campioni di questa coltura. Sette varietà tipiche locali di melone (C. melo) tra cui la vecchia “Minna te moneca “( seno della monaca), Bianco Melone d’Inverno (poponia in Griko ) e Malune ZUCCARINO (melone dolce) , un tipo caratteristico con frutto lungo e profumato. Purtroppo non sono stati trovati esempi di vecchie varietà locali di cocomero (Citrullus lanatus (Thunb.) Matsumura et Nakai ) già coltivata in questa zona e caratterizzata da polpa gialla , e questi con ogni probabilità possono essere estinti.
Bibliografia
Coltivazione degli ortaggi e salvaguardia della biodiversità: il caso del carosello e del barattiere http://roma.cilea.it/plinio/Iniziative/iniziativa.asp?codIniziativa=IC82&Dettaglio=RC84#dettaglio
G. Laghetti , R. Accogli and K. Hammer: Different cucumber melon ( Cucumis melo L.) races cultivated in Salento (Italy)
Anna Bonasia, Francesco Montesano, Angelo Parente, Angelo Signore, Pietro Santamaria: Morfologia e produzioni di quattro popolazioni di melone da consumo verde
F. Martignano V. Falco B.R.G. Traclò K. Hammer: Agricultural biodiversity in Grecìa and Bovesìa, the two Griko-speaking areas in Italy ( Hammer et al. 1992; Laghetti et al. 1998; Hammer et al. 1999; Laghetti et al. 2003; Hammer et al. 2007a , 2007b , 2007c ; Hammer- Spahillari et al. 2007; Laghetti et al. 2007a , 2007b ; Miceli et al. 2007).

Gli omòfoni del dialetto neretino a fumetti: la carza

GLI OMOFONI DEL DIALETTO NERETINO A FUMETTI (1): la carza.

Quando sarebbe bene curare prima la memoria…

di Armando Polito

Si definiscono omofoni quelle parole che hanno suono e grafia identici ma etimologia e significati diversi. Questa loro caratteristica ne propizia l’uso in frasi ad effetto in cui al doppio senso è affidato il raggiungimento della finalità comica. Nel normale uso della lingua è il contesto a decretare il significato particolare con cui l’omofono è usato. Però, non sempre è così…

poco dopo a casa…

_____

1 Dottore, mi è spuntato un foruncolo su una guancia. Che mi consiglia di fare? 

Carza in dialetto neretino può indicare la parte inferiore della guancia, la superiore del collo (deformazione dell’italiano gàrgia/gòrgia, dal francese gorge, a sua volta dal latino tardo gurga=gola), nonché, sempre con la stessa etimologia, la branchia del pesce; indica anche la garza (di etimologia incerta, come la voce italiana).

2 Si applichi questa garza sulla guancia.

3 Ho dimenticato se devo mettere la garza sua sulla guancia mia o la guancia mia sulla garza sua.

Notizie utilissime per chi possiede alberi di olivo

 

Un olivo è come un bimbo che deve essere ben guidato e non costretto… nella sua crescita

di Antonio Bruno

L’olivo del Salento leccese non produce ogni anno e ciò accade quando i frutti vengono lasciati sull’albero sino a gennaio, febbraio in maniera da sovramaturare per poi essere raccolti dopo la caduta spontanea.
La raccolta precoce effettuata con il distacco forzato delle olive dalla pianta con l’ausilio degli scuotitori o di altre macchine ed una potatura leggera annuale, riducono il fenomeno dell’alternanza di produzione.
Se abbiamo una pianta di olivo e vogliamo fare in modo di correggere i sistemi sbagliati di allevamento e di potatura ci sono tanti studi che contribuiscono ad ottenere questo obiettivo. E nel 1928 il collega Benvenuto Murri si avventura a dare dei suggerimenti per consentire l’esecuzione di una potatura razionale dell’olivo.

“La qualità nasce nel campo” questo detto è riferito a quei prodotti alimentari che dopo essere stati raccolti vengono trasformati, ed questo il caso delle olive che dopo la raccolta vengono portate al frantoio per essere sottoposte alla molitura da cui si ricava l’oro giallo, l’olio della sapienza e dell’amicizia.
Il Salento leccese possiede un patrimonio immenso di oliveti, e tra questi vi sono gli olivi millenari che rappresentano l’adattamento delle varietà di olivo all’ambiente del Salento leccese. Purtroppo la carie del legno, che falcidia gli alberi di olivo e che viene combattuta con i tagli inferti dall’opera dell’uomo, fa si che non ci sia il legno vecchio, ovvero il cuore dei tronchi contorti dell’albero di olivo, purtroppo tale circostanza ci impedisce di datare con esattezza l’età delle piante. Ma se facessimo uno studio per mapparle geneticamente avremmo la gioia e la meraviglia di osservare il percorso dei coloni che vennero dalla Grecia, dei Cartaginesi, dei Saraceni, degli Svevi, dei Monaci Basiliani, dei Borboni e dei Francesi.

La presenza di tutti questi popoli nel Salento leccese e il loro legame con la pianta dell’olivo è la prova che l’uomo ha portato con se quelle piante e le ha messe a dimora e quando si è spostato di nuovo se l’è portate con se. Questa opera paziente e piena di attenzione dell’uomo ha fatto si che oggi siamo in possesso di un enorme patrimonio genetico.

L’olivo del Salento leccese non produce ogni anno e ciò accade quando i frutti vengono lasciati sull’albero sino a gennaio, febbraio in maniera da sovramaturare per poi essere raccolti dopo la caduta spontanea.
In tali condizioni la pianta non differenzia in inverno le gemme a fiore e, nell’annata successiva, sulla pianta ci saranno pochi frutti e quindi poca produzione di olio.
Se poi effettuiamo una potatura energica dopo l’anno di carica ecco che il fenomeno viene accentuato.

La raccolta precoce effettuata con il distacco forzato delle olive dalla pianta con l’ausilio degli scuotitori o di altre macchine ed una potatura leggera annuale, riducono il fenomeno dell’alternanza di produzione.
Gli scienziati del primo Novecento dicevano “L’olivo si pota con il temperino” e tra questi scienziati c’è anche il collega Dottore Agronomo leccese Benvenuto Murri.

Se abbiamo una pianta di olivo e vogliamo fare in modo di correggere i sistemi sbagliati di allevamento e di potatura ci sono tanti studi che contribuiscono ad ottenere questo obiettivo. E nel 1928 il collega Benvenuto Murri si avventura a dare dei suggerimenti per consentire l’esecuzione di una potatura razionale dell’olivo. La questione è tutta racchiusa nelle nozioni di fisiologia che dovrebbero essere il dominio incontrastato dei professionisti che guidano le squadre di potatori. In quegli anni il collega Murri si imbatté in specialisti potatori dell’olivo che seguivano i dettami prescritti da un antico proverbio “ulia te cimatura e fica te basciatura”.
Il collega afferma che tale proverbio induce a fare un gravissimo errore. Se è facile osservare che i nostri alberi hanno più frutto sulle cime rispetto agli altri rami dobbiamo avere la consapevolezza che tale comportamento dell’albero di olivo deriva da modo sbagliato di potare. Infatti potando in modo da favorire le cime dove erroneamente riteniamo avvenga in maniera esclusiva la fruttificazione e quindi tagliando sotto, la linfa affluisce più facilmente alle cime, lasciando poco alimentati gli altri rami inferiori.

Tenuto conto della fisiologia ne deriva che la potatura deve essere eseguita adottando il sistema dello svasamento, con il risultato di avere i rami non tutti perpendicolari ma obliqui tendenti a terra. In tal modo si ottiene il risultato di una uniformità di distribuzione della linfa che determinerebbe un minore aborto fiorale e in definitiva un prodotto uguale su tutti i rami.
Tutto questo deriva dall’applicazione della scienza agraria che proprio perché adotta il metodo scientifico arriva a conclusioni dopo pazienti esperimenti e prove comparative continue.

Come è noto la potatura si compone di interventi di potatura di formazione e di interventi di potatura di produzione o RIMONDA DEGLI ULIVI.
La prima e cioè la potatura di formazione o di allevamento, ha lo scopo di dare alla pianta dell’olivo una forma razionale, che in questa pianta nel 1928 era soprattutto quella a vaso. Come consiglia di eseguirla il collega Murri? Secondo il collega la prima operazione che il potatore deve fare è quella di stabilire bene l’altezza del futuro tronco, qui nel Salento leccese nel 1928 l’altezza che suggeriva l’esperienza doveva essere di metri 1,50 – 1,70 e non oltre e la ragione di questa scelta era collegata nell’esecuzione agevole dei lavori di potatura, rimonda, raccolta delle olive, irrorazioni. Il collega precisa che altezze maggiori del tronco rende più difficili e quindi costosi questi interventi sull’albero oltre che costituire una dispersione di materiali nutritivi.
L’olivo così costituito tornava ad essere interessato da interventi di potatura dopo due o tre anni quando, così come già scritto, si taglia il tronco all’altezza di metri 1,50 – 1,70 e su tre ramoscelli si impalca l’albero di olivo avendo l’accortezza di sceglierli in maniera tale che siano opposti ed equidistanti tra loro.
L’anno successivo i tre rametti lasciati l’anno precedente si tagliano a 60 centimetri dal loro punto di inserzione al tronco e su due gemme laterali ed opposte.
Allo stesso modo si continua nei 3 – 4 anni che seguono ottenendo alla fine il risultato di una pianta composta da 24 rami.

La potatura di produzione è corrispondente alla rimonda. Questa potatura è importante perché e dalla suo corretta esecuzione che dipende il successo produttivo dell’albero di ulivo.
Secondo il collega Murri è un errore madornale trascurare di fare questa potatura ogni anno. Infatti potando ogni anno si ha il risultato di equilibrare la produzione ottenendola costante ed inoltre non si sarebbe costretti, così come avviene quando pratichiamo la potatura discontinua, a fare grossi tagli che come sappiamo sono sempre dannosi.
In quegli anni si effettuava la potatura discontinua perché i proprietari, con il prodotto in rami e legno della stessa, pagavano la mano d’opera e magari ci guadagnavano anche qualche cosa.
Solo che tale guadagno accecava i proprietari dalle conseguenze della potatura forte che ha come naturale epilogo di vedere la pianta dell’olivo impegnata dopo tale intervento alla sua ricostituzione, e solo dopo che ciò sia avvenuto, destinare le energie a fare le olive.

Ma se la potatura è di produzione l’azione dei potatori dovrebbe essere informata dalla esigenza di mantenere l’equilibrio fra la parte aerea e le radici, operazione altamente delicata, perché bisogna anche proporzionare i rami fruttiferi, togliere i succhioni, il secco e quei rami torti che non hanno una posizione regolare e che impediscono il passaggio della luce e dell’aria e oltre a tutto questo necessita distribuire uniformemente tutta la ramaglia.

Un intervento particolare che si pratica sull’olivo è la slupatura, che consiste nell’eliminazione del legno morto generato dalla lupa o carie dell’olivo e che come ho già scritto impedisce di datare l’albero.
L’operazione si esegue a fine inverno con una sgorbia, utensile per intagliare, utilizzata per questi lavori dove si ravvisa la necessità di rimuovere grandi quantità di legno. Le sgorbie usate per operazioni di sgrossatura, in genere con l’ausilio del mazzuolo, presentano una lama prossima a 4 centimetri, con una curvatura lieve. Con la slupatura si asporta il legno malato e si mantiene quello sano.

Infine voglio ricordare che sull’olivo possono essere necessari degli interventi quando durante la potatura si sono notati attacchi di “rogna dell’ulivo” un batterio che si insedia su ferite dovute anche a grandine o gelate e provoca delle escrescenze di colore marrone scuro o nero che portano al deperimento del ramo.
L’intervento che si deve fare per risolvere il problema consiste nel potare i rami malati e bruciarli e di non lasciare le ferite esposte ma di proteggerle con apposito mastice.

Voglio concludere con delle considerazioni affermando che è bene fare in modo che la quantità massima della chioma dell’albero di olivo asportata sia un terzo tanto che da pochi metri di distanza non si dovrebbe notare che l’olivo è stato interessato dalla potatura.
Infine c’è anche da fare una considerazione della Professoressa Fiammetta Nizzi Grifi che da mamma sostiene che “Un olivo è come un bimbo che deve essere ben guidato e non costretto … nella sua crescita!”

Bibliografia
L’Agricoltura Salentina del 1928
Adriano Del Fabro Coltivare l’olivo e utilizzarne i frutti
Adriano Del Fabro Il grande libro della potatura e degli innesti
Cosimo Ridolfi Lezioni orali di agraria date in Empoli: Raccolte …, Volume 2
Giornale agrario toscano …, Volume 4 anno 1830
Glauco Bigongiali Il libro dell’olio e dell’olivo: come conoscere e riconoscere l’olio genuino
Accademia economico-agraria dei georgofili (Florence, Italy) I Georgofili: atti della Accademia dei georgofili
Casini, Marone L’imprenditore agricolo professionale. Testo di preparazione all’esame per l’iscrizione all’albo
Gino Capponi Antologia: giornale di scienze, lettere e arti, Volume 23
Gualberto Giorgini Come si coltiva l’olivo
Ada Cavazzani L’olivicoltura spagnola e italiana in Europa
Scipione Staffa da Vincenzo L’ Italia agricola industriale
Fiammetta Nizzi Grifi La potatura dell’olivo in Toscana Riflessioni tecniche

Libri/ Maglie. L’ambiente. La storia. Il dialetto. La cultura popolare (2)

 

Mario Marti: La Maglie di Emilio Panarese(in “Voce del  Sud“, Occasioni di lettura, Lecce, 2 dicembre ’95)

 

Questo è uno dei libri più solidi e compositi che mi siano passati per le mani in questi ultimi tempi: Maglie. L’ambiente. La storia. Il dialetto. La cultura popolare; voglio dire costruiti e scritti da un solo autore nella pluralità dei suoi interessi scientifici e culturali; e nel caso specifico da Emilio Panarese, di Maglie, per l’editore Congedo di Galatina; volume novantesimo della magnifica e ricca “Biblioteca di cultura pugliese”, fondata a suo tempo, da Michele Paone e ora diretta dallo stesso Mario Congedo (1995, pp. 490, in sedicesimo assai grande). Nulla davvero manca alla completezza della narrazione, della rievocazione e dell’analisi; nessun silenzio, più o meno consapevole, più o meno furbastro e dissimulato, potrebbe essere rilevato a scorno e in difetto della quadruplice indicazione del sottotitolo. Anzi direi che ambiente è parola usata in copertina con valore assai riduttivo, perché essa implica, in effetti nel volume, non soltanto gli aspetti naturali e climatici, ma anche tutti gli altri dovuti all’intervento dell’uomo a integrazione, a correzione o a danno, lungo l’intera trattazione: dallo

Suor Chiara D’Amato dei duchi di Seclì

di Raimondo Rodia
Seclì, chiesetta annessa all’ex convento francescano

Nella seconda metà del 500 (1550) divennero feudatari di Seclì con il titolo di duchi i D’Amato, nobili spagnoli venuti in Italia al seguito degli aragonesi, padroni dell’Italia meridionale. Con la famiglia D’Amato Seclì visse un periodo di sviluppo e benessere, trasformandosi da antica fortezza in residenza signorile, “la fortezza diventa palazzo”.

Del primo duca si hanno poche notizie. Il suo successore, Guido, fu un uomo coraggioso e colto. Partecipò alla battaglia di Lepanto, dove la flotta cristiana inflisse una durissima sconfitta alla flotta turca. Tornato nel suo feudo fece costruire il convento dei frati minori osservanti con l’annessa chiesa dedicata alla Madonna degli Angeli. Diede inizio alla costruzione del palazzo feudale ed ingrandì la chiesa matrice dedicata a S. Maria delle Grazie. Verso il 1610 a Guido successe Ottavio e a questi, verso il 1615 il figlio Francesco. Nel 1647, quando il popolo si ribellò alle numerose imposte dei signori spagnoli (rivolta di Masaniello a Napoli), l’ultimo dei D’Amato, Antonio, fu coinvolto in un episodio di rivolta popolare scoppiata nel Salento contro i signori locali. A seguito della rivolta scoppiata a Nardò, il duca neretino fece imprigionare don Antonio Bonsegna, alleato dei rivoltosi. II popolo neretino allora per ottenere la liberazione del Bonsegna mandò due frati francescani, del convento di Sant’Antonio da Padova di Nardò, dal barone di Seclì, Antonio D’Amato, minacciandolo che avrebbero sequestrato e poi bruciato la sorella Suor Chiara, se non avesse convinto il duca di Nardò, suo cugino, a rilasciare il Bonsegna. Questa rivolta ebbe fine con la liberazione del Bonsegna. Antonio era fratello di Suor Chiara, al secolo Isabella D’Amato duchessa di Seclì nata il 14 marzo 1618 e morta a Nardò il 7 luglio 1693, figlia del duca Francesco.
Isabella crebbe a Seclì nel palazzo paterno segnalandosi, fin dalla prima infanzia, per dolcezza, pietà e semplicità. Decisivi per la sua formazione furono i rapporti con i frati minori osservanti del locale convento di S. Antonio, dai quali apprese la narrazione degli eroici martìri subiti dai missionari francescani. A dieci anni la bambina aveva già deciso di dedicare la propria vita a Cristo e, di giorno in giorno, rafforzava il suo ardore cristiano e la sua spiritualità, che accompagnava con digiuni rigorosi e severe pene corporali. Trascorreva la sua giornata raccogliendosi in preghiera nella cappella di famiglia dove ebbe l’apparizione della Madonna. Era vestita di bianco e aveva una collana d’oro. Da allora le visioni non si contarono più.
Nel 1636, all’età di 18 anni, Isabella entrava nello storico monastero di S. Chiara a Nardò insieme alla sorella minore Giovanna. Dodici anni più tardi, il 10 agosto 1648, ella poteva finalmente prendere i voti con il nome di Suor Chiara. Ispirandosi a S. Caterina da Siena di cui assume il nome, Suor Chiara conduce la sua vita di clarissa all’interno della comunità monastica neretina, in preghiere, veglie penitenziali, autoflagellazioni, ratti, deliqui, bassi sfaccendamenti a favore delle consorelle, febbri a rischio mortale, e insperate guarigioni. Le sue estasi, aggiungendosi a costanti digiuni, le causavano forti debilitazioni e spossatezze che la gettavano solitamente in uno stato di profonda prostrazione. Esse arrivavano improvvise, “alle volte con il boccone in bocca”, e suor Chiara scoloriva e impietriva per ore, ridestandosi solamente quando la superiora la richiamava all’obbedienza.
Seclì, statua della Vergine conservata nella chiesetta

Durante l’estasi Suor Chiara si assentava dal mondo e senza rendersene conto, veniva assorbita completamente dalle visioni in cui si immergeva la sua mente. Talvolta mentre era in trance manifestava straordinarie qualità divinatorie e profetiche che le permettevano di vedere in anticipo eventi anche personali, come la sua stessa morte, in ogni dettaglio. Ma anche vicende fuori della sua portata relative a persone che non conosceva. Quelle estasi non di rado si accompagnavano alla levitazione, esattamente come succedeva al conterraneo San Giuseppe da Copertino. Ad una di quelle estasi fu presente il Cardinale Vincenzo Maria Orsini, il futuro Papa Benedetto XIII, nel corso di una sua visita a Nardò all’amico vescovo Orazio Fortunato.

Suor Chiara morì martedì 7 luglio 1693, dopo aver ricevuto l’estrema unzione e la benedizione papale “in articulo mortis” dal vescovo. Si aprì subito il processo di beatificazione che purtroppo non fu mai concluso. In una visione a Suor Chiara le appariva Gesù con due cuori nelle mani, uno era di carne, l’altro era di materiale lucente come il cristallo. Suor Chiara diceva di non avere il cuore perché le era stato tolto da Gesù ricevendo il suo che era lucente come il cristallo.
Erano trascorsi sette anni dalla morte di Suor Chiara ed il vescovo Mons. Orazio Fortunato ordinò la traslazione della salma dalla cripta alla sepoltura comune delle monache. Il vicario Orazio Giocoli, ricordandosi della confessione di Suor Chiara, volle accertarsi se tutto ciò fosse vero. Ordinò al medico De Pandis di aprire il petto e ricercare il cuore. Tutti gli organi erano al loro posto, il cuore non c’era.
Dopo la sua morte si diede inizio al processo di beatificazione, avendo Suor Chiara vissuto tutta la vita dedicandosi interamente a Dio e al prossimo e avendo compiuto numerosi miracoli. Si dice che qualche giorno dopo la sua morte, non avendo della defunta alcuna immagine, le consorelle decisero di riesumare il cadavere, conservato nella cripta del convento per far eseguire ad un pittore il ritratto.
Erano trascorsi oltre 8 giorni dalla morte, eppure il cadavere, estratto dal sepolcro, non era rigido, non presentava il “rigor mortis”, anzi il corpo si prestava facilmente ai movimenti che le suore gli facevano fare per metterlo seduto sulla sedia della cella, davanti al tavolo in adorazione del crocifisso, per il ritratto.
Quando il pittore cercò di mettere in una posizione più corretta il volto di Suor Chiara, questo si ritrasse quasi disapprovando di essere toccato dalle mani di un uomo. Fatto il ritratto, il processo di beatificazione ebbe inizio. I prelati incaricati per il processo dovevano vedere il corpo della suora, per questo si decise di riesumare nuovamente il cadavere di Suor Chiara. Ma aperto il sarcofago si vide, con grande stupore, che le spoglie di Isabella D’amato erano sparite e non avendole più trovate il processo di beatificazione non potette procedere.
Questo mistero fu spiegato solo molto tempo dopo, quando una suora del convento, in fin di vita, disse che Suor Chiara era stata sepolta dalle consorelle, dopo la riesumazione, in un luogo nascosto che sarebbe stato individuato dal ritrovamento di una lapide con il nome della defunta e la data della sua morte. Ma la lapide descritta dalla suora non si è ancora trovata.
Ancora oggi nel ristrutturato castello di Seclì, oggi di proprietà comunale, in quella che era la cappella di famiglia c’è come una macchia, sembra quasi di umido, accanto alla finestra, un ombra inginocchiata che non trova pace.
Molte storielle di fantasmi vengon raccontate sull’austero castello di Seclì ieri della nobile famiglia d’Amato ed oggi tornato a far parlare di sè.

Un tesoro nascosto in rete

Nu tesoru scusu intra lla rete

di Damiano Rotondo

Internet è una gigantesca libreria nella quale ci si può imbattere ogni giorno in gradevolissime sorprese. Una di queste è, per colui che voglia approfondire il tema della cultura salentina, il sito www.antoniogarrisiopere.it. Si tratta di una vera e propria acchjatura, un tesoro nascosto, un forziere in cui è racchiusa l’essenza stessa del paese di Cavallino, patria del sommo De Dominicis.

Il sito raccoglie, come il dominio suggerisce, le tantissime opere scritte da Antonio Garrisi. Mi dispiace di non aver trovato notizie biografiche sull’autore, che credo sia (o fosse?) originario di Cavallino e ha scritto soprattutto negli anni 80 e 90 dello, ahimè, scorso secolo, nonostante alcuni dei suoi lavori siano di questo secolo.

La pagina principale del sito è abbastanza semplice e spartana, aiutando in questo modo il lettore a visualizzare in maniera rapida ed efficace il contenuto, senza perdersi in particolarità grafiche che, se è vero che abbelliscono un sito web, molto spesso finiscono per renderlo poco navigabile.

Alle opere si può accedere sia utilizzando la barra laterale, dove sono tutte elencate con una piccola immagine, sia dalla barra superiore dove è invece possibile scegliere il tema da approfondire: Libreria serve per ritornare alla home page; Cavallino raccoglie i libri che parlano della storia, della gente e, in generale, del paese di Cavallino; in Racconti l’internauta può trovare tre raccolte di cunti: cose te pacci è un’antologia di cinquanta novelle e fiabe della tradizione orale leccese e documentano la parlata leccese intorno agli anni 30 dello scorso secolo; li cunti te Papa Caliazzu è una selezione di storielle, aneddoti, racconti burleschi, che hanno per protagonista il curato Papa Galeazzo. Costui è un bizzarro arciprete di Lucugnano, frazione del comune di Tricase, ispirato probabilmente ad un parroco realmente esistito nel XVII secolo; infine Suntu… fatti nesci è una raccolta di vecchie storie di Cavallino nonché

Un pugile suonato… ma non tanto

OGGI PARLIAMO DI SUÈNNU.

Un pugile suonato… ma non tanto.

 

di Armando Polito

1 Quasi quasi ora chiedo all’arbitro di continuare domani… con quel colpo che mi ha dato alla tempia mi sta calando il sonno. Speriamo che questo disgraziato non mi venga pure in sogno!

 

Suènnu nel dialetto neretino può significare tempia, sonno e sogno, si tratta, insomma, di una parola, come dicono gli addetti ai lavori, polisemica.  La voce è dal latino somnu(m) che in epoca classica significava sonno (mentre somnium, da somnum, significava sogno ed ha dato vita alla voce italiana) e in epoca tarda anche sogno. La polisemia della voce dialettale mi dà l’occasione di ricordare che, nonostante gli indubbi progressi, ancora oggi non si è riusciti ad individuare la zona del cervello nella quale avrebbero origine i sogni e per il sonno non mi pare che si sia andati al di là dell’individuazione delle sue fasi. Da qui per suènnu anche il significato di tempia quale parte del contenitore dell’organo che presiede ai due fenomeni, senza tralasciare il dato sperimentale noto da tempi immemorabili che una botta in testa (in generale) può far perdere i sensi dopo aver visto (già in sogno?) le stelle…

Piccoli seminaristi crescono… (nona parte)

 

L’AMICIZIA NEL SEMINARIO VESCOVILE DI NARDÒ DAL 1960 AL 1965 (Nona parte)

di Alfredo Romano

In Seminario era d’obbligo, tra compagni, chiamarsi per cognome. La cosa ci sembrò alquanto strana, ma non facemmo obiezioni: faceva parte di una serie di nuove regole di vita cui ci saremmo dovuti adeguare. Il termine amicizia era bandito, tra seminaristi non poteva darsi. Forse perché, mi sarei chiesto anni dopo, il termine, nella sua radice, viene da amore, a dire un intenso sentimento di affetto, un’inclinazione profonda verso qualcuno/a, recita lo Zingarelli. Ma, data la proibizione, era naturale che tra compagni si stringessero amicizie per questioni di carattere, per interessi comuni, per simpatia spontanea, perché trovavi l’altro generoso, allegro,

Paesaggi di pietra e paesaggi di tufo

PARCO COSTA SANTA MARIA DI LEUCA – OTRANTO E PORTO DI TRICASE.  “PAESAGGI DI PIETRA” E “PAESAGGI DI TUFO”.

 

di Marco Cavalera

 

Lo storico Vincenzo Cazzato, nel saggio “Paesaggi di pietra: viaggiatori nel Salento fra sette e novecento”, riassume in modo sintetico la più intima essenza di Salento: “paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità della vita; pietre intrise di umanità e di sudore […]. Le pietre sono testimonianze di rapporti remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o di muretti […]. In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura”.

Uno dei luoghi del Salento, maggiormente interessato dalla presenza di strutture in pietra a secco, è il tratto di costa compreso tra la località Ciolo (Gagliano del Capo) e Punta Ristola (Santa Maria di Leuca), incluso nell’area del Parco Naturale Regionale “Otranto – Santa Maria di Leuca”.

L’area presenta un’interminabile rete di tratturi, muretti a secco – alcuni dei quali realizzati con particolari tecniche costruttive per proteggere le colture dalle forti raffiche di grecale e scirocco provenienti dal mare – e numerosi ripari trulli formi. Si tratta di evidenze legate alla civiltà agropastorale del Salento.

La zona è raggiungibile dalla Strada Provinciale 358, con non poche difficoltà dovute ai repentini dislivelli del banco di roccia, ai continui salti di quota e alla presenza di Macchia Mediterranea.

Meno caratteristiche delle strutture in pietra a secco, ma ugualmente eloquenti testimoni dell’inciviltà di una parte della gente salentina, sono le costruzioni abusive realizzate in uno dei punti più inaccessibili e impervi di questo tratto di costa. Si tratta – nello specifico – di due abitazioni, risalenti

Castro, perle très pure du Salento

 

Castro, mon grand amour: perle très pure du Salento, entre lumineux feux d’histoire et rayonnements de modernité

de Rocco Boccadamo

On a pas l’impression de rêver, on perçoit la réelle sensation que la divine Pallas Athéna pour les Grecs ou déesse Minerve pour les Romains – dont le nom constitue partie intégrante du surnom original du petit bourg que je m’apprête a nommer justement Castrum Minervae – peut-être à cause d’une forte déception, elle aurait distillé aux alentours une petite pluie de larmes ; larmes qui, arrosant et pénétrant le terrain, se seraient transformées en humus particulier qui, à son tour, serait à l’origine d’une vaste gamme, ou mieux d’un concentré, de beautés naturelles extraordinaires et admirables qu’on note diffusées dans cette souriante et amène contrée du Salento.
Un point presque invisible sur les cartes géographiques, qui cependant donne, en soit même, l’avantage de ressembler à l’ombilic de l’accouplement entre les dernières épaisseurs du vert de l’Adriatique et les plus animées nuances de bleu intense, de la mer Ionienne.

Comme par l’effet d’un miracle étrange, mais il ne s’agit pas d’un miracle, Castro est une «vieille» ville sur les traces de son antique et glorieuse histoire, bourrée aussi d’épisodes de saccages et destructions à l’oeuvre de hordes de pirates et de garnisons conquérantes qui jetaient l’ancre depuis  les rives très proches du Canal d’Otrante. Castro se présente, en même temps, joyeusement jeune, du moment qu’elle a réussi à garder, de nos jours encore, une grande envie de vivre et de croissance: ici, on doit le souligner, le problème de la baisse de la natalité n’existe pas, si non dans des termes modestes, de sorte que les jeunes, les adolescents et les enfants sembles nombreux, du moins en rapport du nombre de personnes âgées.
Castro la minuscule, cependant centre important dans l’histoire de la chrétienté. Beaucoup, peut-être, ne savent pas, que pour plusieurs siècles

Ritiri ed esercizi spirituali nel Seminario Vescovile di Nardò

 

Ritiri ed esercizi spirituali nel Seminario Vescovile di Nardò dal 1960 al 1965.

(Ottava parte)

di Alfredo Romano

Verso la fine di ogni mese era d’uso la pratica del ritiro spirituale che iniziava il pomeriggio di sabato e finiva il giorno dopo di domenica a pranzo. Una volta l’anno, invece, c’erano gli esercizi spirituali. Se il ritiro durava quasi un giorno, gli esercizi, invece, tre giorni di fila e si tenevano a dicembre. Diciamo subito che il ritiro creava un inconveniente non da poco per noi seminaristi: una domenica al mese non era permessa la visita parenti. E noi che ogni domenica aspettavamo le nostre mamme come “anime sante”, per dirla alla maniera salentina. Il ritiro consisteva, oltre la messa, in un alternarsi di funzioni, canti, preghiere, rosari e in una sequenza di prediche, riflessioni e meditazioni tenute e dettate generalmente dal nostro padre spirituale; eccezionalmente anche da un padre dei frati minori conventuali di Copertino, padre Angelo Pino. Regola principale del ritiro era il silenzio assoluto. Nell’alternanza delle pratiche da eseguire spiccava la recita del rosario che aveva luogo più volte nel cortile (al posto della ricreazione) dove i seminaristi lo recitavano mentalmente col solo movimento delle labbra avendo una coroncina tra le mani e camminando ininterrottamente, ognuno per conto proprio, chi in un verso chi nell’altro, intorno al porticato. Il silenzio era rotto soltanto dal confuso calpestio delle scarpe, non dissimile da quello di un gregge. L’atmosfera era talmente surreale, che non di rado, scontrandosi con un compagno che girava nel verso opposto, ci scappava una smorfia, per non dire un improvviso scoppio di risa da frenare a tutti i costi serrandosi la bocca fino a mordersi. Poi si saliva in studio e lì, ognuno alla sua scrivania, doveva rispondere per iscritto a dei quesiti dettati dal padre spirituale sui quali invitava a riflettere e a meditare. Il quaderno poi veniva consegnato allo stesso padre che prendeva visione di quanto scritto. Sorprendentemente ho trovato, ammuffito dal tempo, uno di quei vecchi quaderni. Devo dire che l’ho riletto con fatica: è riemerso un mondo assurdo e oscuro che avevo dimenticato. Mi sono chiesto se fossi stato proprio io a scrivere quelle note. Sì, le avevo scritte io e ho provato un senso di cum passione da farmi tenerezza quasi. Certo, sarebbe facile giudicare oggi col senno di poi.

Se il periodo del ritiro mensile suscitava un certo sconforto in tutti noi, che

Uno strano modo per selezionare gli amici

di Armando Polito 

Nelle sere estive, si sa, è abituale cenare all’aperto da soli o in piacevole compagnia. A me capita spesso, anzi sfrutto tutti i pretesti per non mancare all’appuntamento con la geca Natalina (non capisco perché dovrei dire geco femmina, dal momento che perfino la compagna dell’asino si chiama asina). A Nardò la bestiolina, graziosa, lo ammetto, solo per me e per pochi altri, è chiamata lucèrta fracitàna o lucerta libbròsa. L’ultima denominazione è la più chiara ed inquietante, corrispondendo alla traduzione italiana lucertola lebbrosa; alla povera bestiolina è stato, così, appioppato un nome che evoca una terribile malattia infettiva unicamente perché la conformazione della sua pelle ne ricorda vagamente gli effetti orripilanti. Meno inquietante a prima vista lucèrta fracitàna in cui lucèrta è, come nel nesso precedente, nient’altro che la denominazione italiana antica, variante del latino classico lacèrta. E fracitàna? Non è altro che una forma aggettivale ottenuta aggiungendo il relativo suffisso all’aggettivo fracido, variante regionale centrale di

Sentieri a Sud

Kurumuny
presenta
SENTIERI A SUD
Rassegna di incontri, letteratura, visioni
e musica al chiaro di luna

 
 
Sentieri a Sud è un’occasione per ritrovarsi al di là dei rumori della quotidianità, per sentire ancora il Sibilo Lungo della terra e condividere momenti intensi, fatti di poesia, letteratura, canto e musica, modalità espressive legate profondamente alla terra e ai suoi uomini.
Quattro incontri in compagnia di artisti, scrittori, registi, ricercatori spaziando attraverso arte, storia, politica, musica e visioni: uno scambio che è anche relazione, in un luogo altro, quasi ai margini, un luogo dell’anima che però diventa realtà concreta.
La partecipazione è aperta a tutti e l’ingresso è gratuito.
 
 
quarto sentiero – la festa
12 agosto ore 21.00
 
Presentazione del libro con cd musicale
  Uccio Bandello – la voce della tradizione
 
Il lavoro, un omaggio a uno dei più grandi cantori del Salento a più di dieci anni dalla sua scomparsa, è anche motivo per ripensare a queste grandi figure – alberi di canto – e al ruolo di primissimo piano che hanno ricoperto.
 
Prenderanno parte alla presentazione gli autori degli interventi di cui si compone il book-let:
Tonio Bandello (figlio di Uccio); Luigi Chiriatti (curatore del volume); Flavia Gervasi (dottoranda presso l’università di Montreal); Sergio Torsello (Responsabile scientifico Istituto Diego Carpitella).
 
A seguire intervento musicale a cura dei cantori di Martano.

 
Il Libro
Per capire la storia di un popolo bisogna conoscerne il ritmo, la musica, la

Là dove c’era un tratturo domani ci sarà… un’autostrada

 
ph Marco Cavalera

Tratto di strada campestre, importante testimonianza della civiltà contadina, interessato dal progetto del nuovo tracciato della S.S. 275

 

di Marco Cavalera

 

Un altro frammento di storia della civiltà contadina salentina sarà, forse, sepolto per sempre da un nero nastro di asfalto. Si tratta di un tratto di strada campestre, lunga circa 2,5 chilometri e larga poco meno di 2 metri, che si caratterizza per la presenza di carraie scavate sul banco di roccia. I solchi sono larghi dai 20 ai 30 centimetri, presentano una profondità massima di 15 centimetri e si sviluppano, in maniera pressoché continua, per tutta la lunghezza del tracciato.

Il tratto viario, ubicato interamente nel Comune di Tricase, insiste nelle località Macchie di Ponente e Serra del Fico e lambisce silenti ruderi di antichi edifici rurali e strutture in pietra a secco (liame e pajare).

Ai lati della stradina si individuano numerosi blocchi di pietra calcarea, infissi verticalmente nel terreno o reimpiegati nei muretti a secco.

Le ricognizioni di superficie, effettuate nelle proprietà poste ai margini della strada carraia, hanno permesso di rinvenire alcuni manufatti di ceramica, per lo più di epoca moderna, da attribuire ad una intensiva frequentazione agricolo-pastorale di quest’area. Si tratta di un elemento che consente di ipotizzare un utilizzo della strada campestre in un’epoca non antecedente al Medioevo.

La carrareccia è stata individuata a seguito dei sopralluoghi effettuati dal Comitato 275 nelle aree interessate dal progetto di ammodernamento della S.S. 275.

Sulla base di quanto proposto nel progetto, il nuovo tracciato della S.S. 275

Libri/ Crepuscolo nel mare di Gallipoli

“CREPUSCOLO NEL MARE DI GALLIPOLI”  DI MAURIZIO NOCERA

di Paolo Vincenti

Per la collana “I poeti de L’uomo e il mare”, Maurizio Nocera ha pubblicato   Crepuscolo nel mare di Gallipoli (2004), che è il Quaderno n.6, edito dalla conosciuta associazione gallipolina “L’uomo e il mare”, fondata da Augusto Benemeglio (già “Augusto Buono Libero”, autore di un altro, indimenticabile, poetico omaggio a Gallipoli,  L’isola della luce, che, ci sembra, faccia il paio con il libro che qui si presenta).

Questo poemetto, come spiega lo stesso Nocera nell’ Avvertenza, nasce da un debito di riconoscenza dell’autore nei confronti della “Città bella”, un debito contratto molti anni fa, avendo, il tugliese  Nocera,  trascorso molta parte della sua infanzia ed adolescenza nella città jonica, da cui proveniva la sua famiglia. Ed anche oggi, egli che vive a Lecce, rimane legatissimo a Gallipoli, anche per avere sposato una gallipolina, Anna Donno, scrittrice ed operatrice culturale, presidente della sezione italiana della AWMR.

Come molte opere di Nocera, Crepuscolo nel mare di Gallipoli è una miscellanea, un mix apparentemente informe  dove, insieme ai versi del suo poemetto, trovano posto le lettere degli amici, le foto di Gallipoli, un ricordo di Ernesto Barba, scritti eterogenei ed addirittura un omaggio a Massimo Troisi, attore napoletano molto amato dal Nocera, anche per la comune passione per Pablo Neruda (passione che ha portato Nocera fino in Cile, dove oggi gode di un notevole prestigio come divulgatore dell’opera nerudiana).

colonna angolare con stemma di Gallipoli (ph M. Gaballo)

Il richiamo delle sirene gallipolitane ha  sempre esercitato un fascino irresistibile sul poeta Nocera che  da sempre ama, riamato, la città jonica,

Libri/ Le mani di Persefone

Le mani di Persefone di Pierpaolo D’Auria e Michele Tursi
(Besa editrice)

Lido Zeus di Gallipoli
Litorane Gallipoli-Leuca, Baia Verde (Le)
8 agosto 2010  h. 11,00

 

Due anziani coniugi calabresi, emigrati a Berlino, muoiono in un incidente stradale alle porte di Taranto di ritorno da un viaggio a Locri. Nell’auto vengono ritrovati dei reperti archeologici di cui si ignorano l’origine, il valore e l’autenticità. Viene aperta un’inchiesta. La figlia dei due anziani, archeologa e docente all’Università di Berlino, giunge a Taranto per il riconoscimento dei corpi. Attraverso una serie di circostanze e colpi di scena, scopre particolari a lei ignoti sul suo passato e su quello dei suoi genitori.
Intanto, la magistratura assegna a un archeologo della Soprintendenza
di Taranto l’incarico di effettuare una perizia sui reperti. Questi
scopre che si tratta delle mani della “Persefone in trono”, esposta al
Pergamon Museum di Berlino. Pezzi di inestimabile valore di cui la

Non se ne parla: piccole quotidiane maratone del ricordo

di Rocco Boccadamo

Si suole sostenere che, relativamente ad una coppia, sebbene protagonista di un tranquillo e intenso sodalizio matrimoniale protrattosi per molti decenni, allorquando e dopo che scocca l’ora della dipartita per uno dei componenti, tutto finisce, si esaurisce e svanisce, anche per l’altro che rimane.

In realtà, non sempre accade propriamente così, anzi. Per averne conferma, basta soffermarsi un attimo su talune immagini o situazioni presenti nel paese natio e luogo delle vacanze estive di chi scrive.

Qui vi sono, difatti, alcune donne, fra loro, se ne citano ad esempio due, Lucia e Antonia, le quali, rimaste sole ormai da una quindicina d’anni e navigando pressappoco a latitudine d’età intorno agli ottanta, durante la precisata lunga parentesi temporale di tre lustri  – vuoi con il caldo torrido, vuoi con la pioggia o il vento, vuoi con i rigori dell’inverno – non hanno fatto passare una giornata senza recarsi, rigorosamente a piedi (del resto non sanno guidare e non posseggono né auto, né biciclette), dalla loro abitazione al sito in cui, alla fine, siano tutti destinati a trovare ospitalità.

Rimaste sole, dunque, dette donne, e però affatto isolate, nessuna interruzione del contatto, del colloquio, della complicità ideale, ma, al contrario, una vera e propria continuità d’affetto e sentimenti con il partner andatosene: giusto come ai tempi della convivenza fisica.

L’abito indossato da queste persone è permanentemente di colore nero, non sempre si portano appresso mazzetti di fiori o piantine verdi, quel che conta per la loro sensibilità è il permanere e il rivivere il bisogno della frequentazione, della visita giornaliera  ad un’immagine, ad un ricordo.

Magari le interpreti in discorso trascorrono, talvolta, notti inframmezzate dall’insonnia, ma la stanchezza e il torpore sono resi meno pesanti dall’attesa della nuova alba, dall’ansia di ritornare lì.

In tal modo, si perpetua idealmente e con immutata intensità il confronto, lo scambio di vedute con il compagno, sulle cose della famiglia, le attività e i programmi dei figli, la crescita dei nipotini, esattamente come se la vicinanza e la coabitazione fisica fra le mura della “casa degli sposi” non si fossero mai spezzati.

Non c’è che dire, figure semplici, senza grilli per la testa, cuori e sentimenti anch’essi semplici e però in certo senso esemplari, il quadretto può forse apparire fuori del tempo, mentre per fortuna così non è.

Anche il giorno d’oggi v’è posto, deve esserci posto, per gente di tale pasta: i loro passi e le loro abitudini, nella silenziosità che li contraddistingue, lasciano segni, ben più di tanti eventi eclatanti che si materializzano e si succedono d’intorno, alla stregua di meteore e, in quanto tali, svaniscono, poi, nel volgere d’un baleno.

La via dell’olio a Maglie

La “Via te l’oju” a Maglie

Ricostruito, grazie alle ricerche storiche del prof. Emilio Panarese, il percorso dell’antica “Via te l’oju” a Maglie.

Per iniziativa del dr. Francesco Tarantino (georgofilo, agronomo e paesaggista magliese), che ha avviato il progetto di recupero di questa antica carrareccia, riprende cosi’ vita anche una festa del ‘700.

Tra i lavori intrapresi sono di particolare interesse il consolidamento statico della chiesa rupestre di “San Donato” e l’installazione di un’apposita cartellonistica descrittiva ed informativa dello stato dei luoghi e delle presenze storiche, naturalistiche e paesaggistiche.

Protagonisti di questo lavoro di squadra, un gruppo di appassionati facenti parte del comitato organizzatore fra cui: Fabrizio Licchetta, Luca Leucci, Vincenzo Menavento, Massimo Minosi e Oliver Valentini.

 

 

L’antica carrareccia della “Via te l’oju” (ph Fabio Massimo Conte)

La “via te l’oju”, un’antica mulattiera larga appena due metri, iniziava dai fondi Mùrica e Kamàra (oggi attraversati dalle vie: E. Nisi, N. Macchia, E. Paiano, Ospedale M. Tamborino) col nome di ‘Via di San Donato’ saliva su e, all’inizio della via vecchia per Cutrofiano, volgeva a sinistra passando dietro l’antico (dal 1585) convento dei francescani (dietro l’attuale Ospedale) e davanti alla cappella della Madonna di Leuche[1] cioè all’inizio della via Clementina Palma (circa dov’è oggi la stele della Madunnina), poi di nuovo voltando a sinistra giungeva, per la vie oggi dette ‘Valacca’ e ‘Di Vittorio’, sulla Via vecchia per Gallipoli.

L’antica carrareccia della “Via te l’oju” (ph Fabio Massimo Conte)

Da qui si dirigeva verso la masseria Muntarrune piccinnu[2], dov’era la cappella di san Donato, e di là quindi verso il porto di Gallipoli dove veniva scaricato l’olio portato a dorso di mulo.

[…] « Nel ‘700 il Rev.do Capitolo di Maglie aveva l’obbligo di celebrare ogni anno una messa il 7 di agosto, giorno di san Donato, seguita da una festicciola e da fuochi di artificio»

La chiesa rupestre di “San Donato” (ph Fabio Massimo Conte)

[1] Santa Maria di Leuche, strada dalla cappella alla via vecchia per Gallipoli o “via te l’oju”, cfr. Catasto Onciario di Maglie, 1752, c.270 “Saverio Giannotta, dr. dell’una e dell’altra legge, possiede alli Conventi una chesura seminatoria e olivata nom.ta  la Madonna di Leuche  con cappella della Gloriosissima Vergine avanti”. La cappella, che esisteva ancora nella prima metà del ‘900, era nel luogo che corrisponde a quello dov’è oggi la stele votiva della Madunnina, in fondo alla via C. Palma.

Quella che erroneamente è detta ai nostri giorni chiesetta della Madonna di Leuca, sulla via omonima subito dopo le tribune dello stadio, era anticamente la chiesa di s. Andrea.

[2] «Notizie del 1752: san Donato grande seù Rio/ san Donato Piccinnu con cappella appresso e giardino / per le chiusure nom.te San Donato grande/ lo Palombaro / le Tagliate / li Càrdami / lo Balli / la chiusura seminatoria e olivata nom.ta Montarone nel luogo detto san Donato seù Rio.»

 

Notizie di Emilio Panarese, estr. da “Antica toponomastica salentina dal ‘400 al ‘700 (da fonti magliesi). Dizionario storico-filologico-etimologico” [in corso di stampa]

I falsi prodotti alimentari italiani: l’imbroglione e l’imbrogliato

di Antonio Bruno
Era il 1969 quando un cantautore genovese profetizzava l’arrivo dei cinesi a milioni http://www.youtube.com/watch?v=Rc122rcx1_E e in quegli anni si andava alla ricerca della Cina perchè ritenuto il paese dell’uguaglianza dove il popolo aveva il potere e dove trionfava la giustizia sociale. Oggi la Cina è un paese che ha un tasso di sviluppo altissimo e che è uno dei maggiori esportatori di prodotti agroalimentari verso tutto il mondo e, quindi, anche verso l’Italia.
L’interscambio nel 2008 tra Italia e Cina vede l’Italia allo stesso tempo tra i principali clienti (import 23 mld Euro = 218mld Yen) e tra i maggiori fornitori della Cina: (export 6,4 mld Euro = 60,7mld Yen).
Secondo il Rapporto annuale WTO nel 2007 Import/export di merci nel mondo ha raggiunto il valore di 28.194 mld USA Dollari.
Si stima che la vendita di prodotti contraffatti rappresenti circa il 5-7% del commercio globale.
La contraffazione dei prodotto alimentari riguarda l’identità aziendale del prodotto con apposizione di un’etichetta falsa e l’ identità merceologica del prodotto (composizione o procedimento).

La falsificazione dell’origine geografica dei prodotti agroalimentari e delle bevande provoca ingenti danni economici ai produttori italiani e nel caso sia accompagnata anche da criminali interventi sulle loro identità merceologiche può provocare danni alla salute delle persone che consumano questi prodotti agroalimentari contraffatti.
Nel caso del pomodoro concentrato sono quasi triplicati (+174%) gli sbarchi nell’Unione Europea di concentrato triplo di pomodoro dalla Cina (gennaio-marzo 2010). E per di più con una forte riduzione dei prezzi industriali (-15%, con una punta di -30% rispetto a prodotti similari statunitensi) che trascina verso il basso il valore di tutti i derivati comunitari. In Cina operano 7 mastodontici impianti con tecnologia italiana.

Ma non c’è solo la Cina nella contraffazione stanno affiorando anche l’Africa e l’Albania da cui provengono tartufi scadenti e importati a prezzi stracciati ma poi rivenduti ai prezzi di quelli originali del Piemonte (famosa Alba per quello bianco) e da alcune zone del centro e del Sud tra cui la Salentina leccese Corigliano d’Otranto.

Dal Sud America e Sud Africa arrivano Arance e Limoni che attraverso ditte spagnole e olandesi diventano agrumi della CEE e poi con un vero e proprio miracolo si trasformano in Agrumi della Sicilia!
I funghi ormai arrivano tutti dall’Est Europeo e divengono italianissimi, venduti in ottobre vicino ai nostri boschi oramai privi di funghi italiani. Dall’Argentina, dall’Ungheria e dalla Cina arriva un prodotto di sintesi da riso o mais che somiglia moltissimo al miele e che viene venduto appunto come miele italianissimo!

Ci sono i cloni dell’olio, del parmigiano, del prosciutto, del caffè e del vino di marche importanti: la corte di giustizia europea vietò alla Danimarca di commercializzare il Danish Grana imitazione del Grana Padano e il Parmigiano Reggiano imitato dall’argentino “Reggianito” o dal “Parmisan italian type” fatto negli USA. Sempre la corte di giustizia europea vietò in Austria ad una ditta di chiamare il suo prodotto “Cambozola”perchè imitava il Gorgonzola.

Come difendersi? A Salerno l’Università ha istituito il Centro Studi sul Falso, una struttura attraverso la quale alcuni docenti e ricercatori dell’Ateneo, appartenenti ad aree scientifiche molto diverse tra loro (sociologi, antropologi, psicologi, archeologi, storici dell’arte, giuristi, merceologi, economisti e studiosi di discipline letterarie), hanno intrapreso una riflessione in comune attorno alle tematiche della falsificazione e da questa esperienza è nato un Museo che si chiama appunto: il museo del falso.
I principi dell’imbroglio. Gli eroi dell’inganno. I grandi artisti della frode. I verbali di polizia sono pieni: ogni anno migliaia di persone cadono nelle sottili reti tese da abili giocolieri della parola.

Ma cosa significa Falso? E’ notizia o affermazione logica che non corrisponde alla realtà, in contrapposizione con vero e per estensione indica ciò che non appare come è, qualcosa che è stato alterato o contraffatto, colui che manca di sincerità. I falsi prodotti italiani sono prodotti che appaiono italiani, ma non lo sono! Ma l’imbroglio si fa in due: l’imbroglione e l’imbrogliato. Ma si sa che l’imbrogliato è un imbroglione che si è fatto imbrogliare! Basta prendere le giuste decisioni e allora la frode diviene quasi impossibile.

La nostra vulnerabilità è strettamente collegata alla perdita del collegamento tra prodotto e luoghi in cui matura, viene preparato e confezionato per poi poter essere consumato. A ogni frutto corrisponde un albero o una pianta sulla quale è cresciuto. E tu, si dico proprio a te, sai qual’è l’albero che ha prodotto la mela che hai mangiato ieri? Conosci la pianta da cui è stato raccolto il pomodoro che poi è diventato la passata da cui ricavi il sugo per la tua pasta? Sai quel grano da cui è stata ricavata la farina della tua pasta e da quale campo è stato raccolto? E’ cambiato tutto e abbiamo affidato la nostra vita nelle mani di pochi sconosciuti. E si sa che chi non ti conosce ha meno problemi a rifilarti una fregatura! Non basta affidarsi alla legge, ai Nuclei anti sofisticazione all’autorità. C’è necessità di prevenire!

L’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomie Forestali ha da poco istituito un dipartimento che dedica la propria attività alla sicurezza alimentare e alla tutela dei consumatori. I Dottori Agronomi e i Dottori Forestali del Salento leccese danno un eguale di attenzione ai consumatori del Salento leccese e vogliono partecipare a tutti i cittadini la figura professionale di Dottore Agronomo e del Dottore Forestale quale soggetto competente nella gestione delle azioni che coinvolgono l’intera filiera agroalimentare.

Abbiamo la fortuna di avere ancora un territorio con un tipo di agricoltura non intensiva ed a basso utilizzo di pesticidi, e questo fa del Salento leccese una delle aree più vocate per fornire al mercato ed ai consumatori un prodotto di grande genuinità e salubrità.
Le esperienze di accorciamento della filiera produttore consumatore attraverso la costituzione di Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) che abbiano rapporti solo con i Dottori Agronomi e i Dottori Forestali consulenti delle aziende del Salento leccese che “mettono la faccia” garantendo il prodotto è una delle soluzioni che sicuramente mettono al riparo da frodi alimentari.
In tal modo si risolve anche quello che viene definito il “problema strutturale” dell’agricoltura del Salento leccese ovvero la circostanza che le aziende, per la stragrande maggioranza ,sono inferiori a un ettaro: i piccoli produttori agricoli attraverso la garanzia dei Dottori Agronomi e i Dottori Forestali del Salento leccese possono offrire ai Gas i loro prodotti di qualità.

Voglio concludere con Dante che nella Divina Commedia ha messo i truffatori nell’inferno più profondo , sotto alle prostitute e ai violenti e con San Tommaso che considerava il raggiro e la frode i frutti intossicati dell’intelligenza e della natura angelica dell’uomo, e perciò più gravi e condannabili. Noi Dottori Agronomi e i Dottori Forestali del Salento leccese consci di tutto questo smascheriamo i truffatori e gli imbroglioni che spacciano gli alimenti per ciò che non sono e lo facciamo proponendovi di farvi nutrire dalla bontà e dalla prelibatezza dei prodotti tipici garantiti da noi e provenienti delle migliaia di aziende di questa penisola immersa nel Grande lago salato.
Bibliografia
Salvatore Casillo, Il falso è servito. La falsificazione del nostro cibo quotidiano, Liguori Editore, 2001, pp. 96-97
ICE – Ministero per lo sviluppo Economico: Il DESK ITALIANO A TUTELA DELLA PROPRIETA’ INTELLETTUALE presso ICE Canton
La Nazione On Line 09-07-2001
Alla ricerca del tartufo del Salento http://www.thepuglia.com/2010/04/alla-ricerca-del-tartufo-del-salento/
Roberto Mattei: Allarme per l’import di pomodoro cinese 23/2010 • L’Informatore Agrario
Salvatore Casillo: IL MUSEO DEL FALSO GLI INGANNI “SMONTATI” Quando la ricerca scientifica sperimenta nuove forme di divulgazione
Antonio Bruno: Tu sei ciò che mangi e se è sano e genuino ciò che mangi sei sano e genuino pure tu!http://centrostudiagronomi.blogspot.com/2010/02/tu-sei-cio-che-mangi-e-se-e-sano-e.html
Antonio Bruno: Una filiera corta, anzi, cortissima… salentina!http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/06/07/una-filiera-corta-anzi-cortissima-salentina/

Muretti a secco, ecco le indicazioni tecniche per gli interventi di ripristino

Con la deliberazione n° 1554/2010 la Giunta regionale pugliese ha approvato le indicazioni tecniche per gli interventi di ripristino dei muretti a secco nelle aree naturali protette e nei Siti Natura 2000 in relazione al bando per i contributi previsti dall’azione 1, misura 216 del Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013.

La delibera è stata pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia – n. 120 del 14-07-2010, il cui link è riportato in calce a questa nota.

Tra le motivazioni, che stralciamo dalla delibera in oggetto, ci piace riportare le seguenti:

CONSIDERATA l’importanza dei muretti a secco dal punto di vista della conservazione della natura e la loro importanza sotto l’aspetto idrogeologico, nel mantenimento delle connessioni biotiche
e nell’aumento della biodiversità;

CONSIDERATO che tali interventi sono assimilabili a quelli necessari al mantenimento in uno stato di conservazione soddisfacente delle specie e degli habitat presenti nel sito;

CONSIDERATO che l’art. 5, lett. c del bando pubblicato sul BURP n. 71 del 4-05-2009 prevede che il beneficiario del finanziamento dell’intervento
si impegna a “rispettare l’originale tipologia costruttiva del muretto a secco senza apportare elementi estranei come reti, malta cementizia, ecc.”.

http://www.regione.puglia.it/web/files/agricoltura/indicazionimuretti1554_2010.pdf

Il tesoro degli aragonesi: somiglianze tra la lingua catalana e la lingua salentina

 

Barcellona, Monumento de Colón immortala la statua dedicata a Cristoforo Colombo che si trova alla fine delle famose Ramblas, poco prima del porto

 

di Damiano Rotondo

Una bandiera sventola nella Plaça de Sant Jaume, dal palazzo di origine medievale che è oggi conosciuto come Palau de la Generalitat, sede della presidenza della Catalunya. Sullo sfondo color dorato son disegnate quattro bande di un vivido color rosso.

Una delle leggende sull’origine della “Senyera”, una delle bandiere più antiche d’Europa e forse la prima ad essere usata come bandiera di uno stato, afferma che, ai tempi dell’assedio di Barcellona da parte dei mori (IX secolo), il re Carlo il Calvo tracciò con le sue dita insanguinate quattro righe sullo scudo dorato del moribondo Goffredo il Villoso, conte di Barcellona e considerato fondatore della nazione catalana. Qualunque sia la vera origine e la datazione della Senyera (la leggenda è falsa in quanto contiene un anacronismo: Carlo il Calvo morì 20 anni prima di Goffredo il Villoso), venne adottata dai sovrani della corona d’Aragona ed utilizzata nei territori da loro conquistati. Un delfino guizzante fu aggiunto per formare lo stemma della circoscrizione della Terra d’Otranto, al quale venne messa in bocca una mezzaluna quando Alfonso d’Aragona fu protagonista di una nuova vittoria contro gli invasori islamici, in questo caso di etnia turca, nel 1481.

Bari, piazza A. Moro, stemma della provincia di Lecce (ph M. Gaballo)

Quello stemma, leggermente modificato, è usato ancor oggi, a più di mezzo millennio di distanza dalla vittoria degli aragonesi, come stemma della provincia di Lecce.

Il dominio aragonese non ha lasciato traccia di sè solamente nell’araldica

L’alimentazione nel Seminario di Nardò 1960-1965

di Alfredo Romano

Cinquanta anni fa, nella maggior parte delle famiglie del Salento, la gran parte del salario veniva speso per l’alimentazione. La carne si mangiava raramente, ma la cucina semplice delle nostre mamme, che si basava essenzialmente su verdura e legumi, la cosiddetta cucina mediterranea allora considerata povera, oggi la paghi cara al ristorante. Si era poveri, ma una pignatta te fave nette cu le cicore creste era pur sempre un gran piatto, anche se non lo sapevamo, per non dire che un bicchiere di rosato a tavola non mancava mai.

L’ingresso in Seminario cambiò radicalmente il nostro modo di mangiare. Ce ne accorgemmo fin da subito che potevamo dire addio alla cucina delle nostre mamme: una frisa, pane,  vino e zucchero, quei pansarotti caddi caddi, ‘na frittura te pupiddhi
Il refettorio era situato al piano terra, vi si accedeva dal cortile. Il secondo giorno, a cena, ci servirono una minestra te gnòcculi (oggi tubettini!). Il mio compagno di classe Rocco non immaginava quanto gli sarebbe costata cara quella minestra. Rocco era il nostro gigante, altissimo per la sua età, non 11, ma 16 anni gli avresti dato. Siccome in tanti non riuscivamo a mandare giù quella specie di brodaglia dal sapore di pesce nauseabondo, alcuni di noi candidamente alzammo il dito indice per attirare l’attenzione del superiore e dirgli candidamente che non riuscivamo a mandar giù quella roba. Il superiore si avvicinò dapprima a Rocco e gli intimò di mangiare senza tante storie, al che Rocco fece un gesto con la mano, quasi a dire “e come faccio!”, ma il superiore, con la coda dell’occhio, s’avvide del gesto, si voltò di scatto e gli mollò un ceffone memorabile intimandogli di uscire dal refettorio. Dopodiché, siccome anch’io ero uno di quelli che aveva alzato l’indice della

Il tormentone estivo. Grande Salento o Regione Salento?

di Gianni Ferraris

Il tormentone estivo è partito. Si chiama “Regione Salento”. Da  straniero,  cerco di essere il più possibile attento a cotanto dibattere. Cerco di comprendere. Da molto nord arrivano voci che parlano di  “autonomia”, che dicono: “padroni a casa nostra” e simili sciocchezze che hanno come scopo, negli intenti dei maggiori sostenitori di questa nefandezza,  la marginalizzazione ulteriore delle zone svantaggiate dell’Italia, spacciando il tutto con il nome altisonante di “federalismo”. Sentir parlare  di una nuova regione, mi rende perplesso e titubante. Anche perché sento rivendicazioni di autonomia da quello che, con un neologismo incredibilmente osceno, si chiama “baricentrismo”.  Pensare che, in fisica,  il baricentro ha una funzione insostituibile per gli equilibri, giusto per fare un esercizio lessicale.

“Noi siamo differenti dal resto della Puglia” o delle Puglie, come studiavo alle elementari. Questo si dice per giustificare la scelta di spaccare in due una regione che è, si, lunga all’eccesso, ma la cui divisione rischia di creare due  povertà e raddoppiare i problemi,  piuttosto che creare nuove opportunità.

E poi, diciamola tutta, dalla politica di questi giorni, ogni cambiamento sembra portare verso il peggio. Si sono succeduti governi, di ogni indirizzo politico, che avevano fra i punti del programma l’abolizione delle province, inutili carrozzoni che gestiscono denaro e pacchetti di voti. Nulla si è mosso in questo senso, soprattutto per l’opposizione di partiti localisti che pochissimo hanno da spartire con l’unità nazionale e con il buon senso. E le

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!