Tra rovi e more selvatiche

Quando al Rohlfs diede alla testa il lùmbaru della scràscia

di Armando Polito

Resiste disperatamente ai diserbanti e alle trasformazioni del paesaggio, ma temo che abbia gli anni contati la salentina scràscia cioè il rovo (Rubus fruticosus), un tempo presenza puntuale non solo ai margini delle stradine di campagna o dei muretti a secco, ma anche in pieno campo.
Oggi, addirittura, ne viene coltivata una varietà con spine meno pungenti del “modello” originale, ma il suo frutto (vedremo a breve le varianti con cui nel Salento viene chiamato), utilizzato fresco o per la preparazione di marmellate, gelatine, sciroppi, ha un sapore… lasciamo perdere.
Non lascerò perdere, invece, l’occasione di spendere qualche ulteriore parola sulle voci dialettali, in particolare su quella del frutto che sembra aver ereditato, dal punto di vista dell’etimologia, tutte quelle spine che, nella realtà ed etimologicamente, contraddistinguono la pianta, dalla quale comincio.
Per scràscia il Rohlfs recita: ”da una base preromanica *scaràgia o *scràja”. La ricostruzione è perfetta dal punto di vista fonetico (il gruppo –sci– in salentino è l’esito normale di un originario –dj- o –j-); tuttavia, come tutte le forme ricostruite, anche questa lascia l’amaro in bocca, destinato a durare finchè non comparirà, magari su uno sbiadito graffito pompeiano, una sua inequivocabile attestazione1. E con scràscia chiudo ricordando il derivato scrasciàre=escoriare, nonché il toponimo Scrascèta2 (in basso l’omonima masseria) la cui terminazione –èta sembra il plurale del suffisso latino –ètum designante insieme di piante (cannètum, castanètum, etc. etc.) e conservatosi nell’italiano –èto.

villa Scrasceta in agro di Nardò

Da una pianta simile ci si poteva aspettare un frutto il cui nome non ponesse pure lui almeno qualche problema? Come succede nei casi più complicati, il primo passo da fare è lo studio delle varianti; per brevità non riporto il nome dei singoli paesi: a) nel Leccese: lùmbaru, ùmmaru, caròmbulo, cararòmbulu, coròmbulu, caravòmbulu, caratròmbulu, cròmbulu, ròmbulo, rùmbulu, rùmbulo; b) nel Brindisino: alùmmiru, lumbru, lùmmiru, rùmmele, rùmulu; c) nel Tarantino: alùmbre, alùmmire, alùmere, lumbra, lumbru, lùmmere, lùmmiru, lùmmuru, rùmulu. L’etimologia del nome del frutto in questione il Rohlfs la riporta alla voce alùmmire: dal greco agriòmoron=mora selvatica; agriòmoron nel testo del Rohlfs è scritto in caratteri greci (che qui, al pari di quelli diacritici, non è possibile riportare pena la visione di segni strani) con la penultima o corrispondente alla lettera greca omega; la voce esiste ma è un aggettivo che significa “duramente folle” (da àgrios=selvatico, violento+moròs=folle); in realtà Rohlfs avrebbe dovuto scrivere: “dalla locuzione greca àgrion moron (con la prima “o” di questo secondo componente corrispondente alla lettera greca omicron); àgrion=agreste, moron=mora. Dopo questo rilievo che rende, ove ce ne fosse stato bisogno, più umano e, dunque, simpatico uno studioso forse unico, cerco di rimediare dicendo subito che, pur con l’aiuto della biogenetica, senza di lui io non sarei giunto all’etimologia del nome del nostro frutto nemmeno nel 3050. Posso solo, come mi accingo a fare, ripercorrere all’inverso la strada da lui tracciata: tra le varianti sopra riportate la più vicina ad àgrion moron è caròmbulo attraverso i passaggi :*agriònmoro>*gariònmoro (metatesi ag->ga-)>*cariònmoro (passaggio g->c-)>*carònmoro (sincope di –i-)> *caròmmoro (assimilazione progressiva –nm->-mm-)>*caròmboro (dissimilazione –mm->-mb-)> *caròmburo (passaggio –o->-u-)>caròmbulo (passaggio –r->-l-). Non a caso mi pare che da caròmbulo derivino (per vari fenomeni fonetici) tutte le altre varianti e anche ùmmaru, attraverso la trafila caròmbulo>ròmbulu (aferesi di ca-)>rùmbulu>*rumblu (sincope di –u-)>lumbru (metatesi tra r-e –l-),>lùmbaru (epentesi di –a-; è la variante di Nardò, almeno quella riportata dal Rholfs, perché io, sinceramente, non la conoscevo)>l’ùmbaru (errata discrezione di l– come componente di articolo)>*ùmbaru> ùmmaru (assimilazione –mb->-mm-).

Con tutti questi passaggi comincia a girarmi la testa e chi ha avuto la pazienza di seguirmi avra già fatto indigestione di more selvatiche. Meglio smettere…per oggi.

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1In realtà scaragia comparirebbe in un testo latino (traduzione di un originale etrusco)  che Curzio Inghirami dice di avere rinvenuto a Scornello presso Volterra il 9 ottobre 1635 (Etruscarum antiquitatum fragmenta, Francoforte, 1637, pag. 177): Publicam pecuniam, aut sacram si quis abstulerit scaragia morte damnabitur  [Se qualcuno avrà sottratto denaro pubblico o sacro sia condannato a morte col rovo (?)]. Il punto interrogativo posto accanto a rovo in  traduzione era doveroso e perchè non sono a conoscenza di simile supplizio nel mondo etrusco e perché il testo di cui ci dà notizia l’Inghirami è andato perduto, il che rende impossibile anche datarlo. Nella migliore delle ipotesi potrebbe il traduttore dall’etrusco aver operato una semplice trascrizione in caratteri latini (anche perché si tratta di una locuzione tecnica) e perciò scaragia potrebbe essere di origine etrusca. Poi, come se non bastasse, non è da negare assolutamente, vista la congruenza semantica e fonetica, un rapporto con l’albanese škjer o škjir=strappare (G. Rohlfs, Nuovi scavi linguistici in Magna Grecia, Palermo, 1972, pag. 139. Per finire, la nostra voce è apparsa, pur nella variante del caso, in altro distretto territoriale: scraja=scheggia (Giuseppe Cremonese, Vocabolario del dialetto agnonese, Bastone, Agnone, 1893, pag. 109; Agnola è una frazione di Carro, comune in provincia di La Spezia).

2 La più antica testimonianza del toponimo (in pheudo Scraiete) compare in un atto del 1376 (Angela Frascadore, Le pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò 1292-1508, Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981, pag. 48), la successiva (in feudo Strageti) in un atto del 1427 (Angela Frascadore, op. cit., pag. 84), una terza (in loco nominato la Scraseida) nella visita pastorale del 1460 [C. G. Centonze-A. De Lorenzis-N. Caputo, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Congedo, Galatina, 1988, pag. 168].

2 Commenti a Tra rovi e more selvatiche

  1. Devo ammettere che ogni volta che leggo una ricostruzione delle trasformazioni che hanno portato un lemma ad assumere la forma odierna, rimango stupefatto ed immagino tutte quelle generazioni di nostri antenati che, probabilmente a loro insaputa, senza rendersi conto dei piccoli cambiamenti che aggiungevano, facevano evolvere la nostra lingua. Scoprire tutto ciò mi fa avvicinare maggiormente alla mia lingua, che vedo quasi come una creatura viva… forse in via d’estinzione, e che al pari delle sue controparti biologiche, ha bisogno di un nostro sforzo per evitare che venga inclusa un giorno nella ormai già lunga lista delle “lingue morte”

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