Il potere e la pensione

ANCHE SE NON E’ UN PROBLEMA SOLO  SALENTINO…  

 Il potere e la pensione

 di Armando Polito

In qualche blog recente e nei relativi commenti è emerso il grido di dolore di giovani e meno giovani impegnati nel mondo della scuola. Da ex insegnante ho già manifestato tutta la mia solidarietà ma oggi voglio fare qualcosa in più, a modo mio, nell’analisi di un fenomeno che, aggravato dalla precarietà, non è, purtroppo, solo salentino, come recita il titolo principale, ma ha il suo principale responsabile, secondo me, nel primo dei due sostantivi che compaiono nel sottotitolo.

I concetti di potere e di pensione hanno avuto, fino ad ora, un destino completamente diverso, nel senso che, mentre quello di potere ha conservato nel tempo il suo ventaglio di definizioni tanto vasto da andare dai pannoloni (potere assorbente) alla religione (potere temporale), pensione, invece, ha percorso una strada più tormentata, perdendo, per giunta, alcuni pezzi…

Vale la pena ricordare che in passato la voce indicava il salario che veniva corrisposto ai funzionari in servizio o l’onere di cui erano gravati i benefici ecclesiastici o il tributo che veniva pagato dai sudditi al signore o dagli stati sconfitti allo stato vincitore. Solo la cosidddetta pensione di grazia, cioè il vitalizio concesso per magnanimità dal sovrano a chi l’aveva servito con diligenza, può essere assimilata all’attuale significato di pensione: somma di denaro corrisposta periodicamente da un ente pubblico o privato a chi cessa la propria attività lavorativa per aver superato un dato limite di età, per aver prestato un certo numero di anni di servizio, per invalidità, ecc. e che, in caso di morte del titolare, può essere trasmessa a determinati congiunti. Dal concetto di onere, di peso [(non a caso pensione deriva dal latino pensiòne(m)=peso, pesatura, da pèndere=pesare] si è passati poi, per completare il quadro delle definizioni, ad indicare anche la prestazione di vitto e alloggio, dietro pagamento di un prezzo stabilito (ecco il peso) o la somma versata per tale prestazione (sempre questo è il peso) o, estensivamente, l’esercizio pubblico di tipo alberghiero che fornisce prestazioni comprensive di vitto e alloggio, naturalmente a pagamento (il peso è sempre quello)1.

Va anche ricordato a tal proposito che effetti in pensione sono dette le cambiali cedute ad una banca per ottenere l’anticipazione di una somma e per le quali è previsto il riscatto prima della scadenza, mediante il rimborso della somma e pagamento del relativo interesse; pensione di titoli, invece, è detta l’anticipazione su titoli che dovranno essere riscattati col rimborso della somma e il pagamento degli interessi.

L’idea della sofferenza investe anche le locuzioni di uso comune quali il fondo pensione (in cui fondo più che come sostantivo è da interpretarsi come  prima  persona  singolare  del  presente  indicativo  di  fondere)  e  la pensione d’annata (per la quale propongo, per avvicinarci al senso autentico, l’eliminazione dell’apostrofo).

E quella che un tempo veniva detta liquidazione e ora pomposamente TFR (acronimo di trattamento di fine rapporto) sfugge a questo destino infame? Neppure per sogno! Sono convinto che chi ha inventato questa nuova locuzione  è  un assiduo frequentatore di puttane; infatti, il trattamento di fine rapporto è ciò che finisce nelle mani della prostituta dopo la prestazione e lo stesso avviene per il TFR: finisce a puttane. E pensare che già la parola liquidazione sarebbe andata bene: bastava aggiungere un apostrofo (liquid’azione) per dare un’idea del povero lavoratore smerdato, pardon pisciato, oppure dare nuova vita al suo sinonimo più ricorrente, buonuscita, da interpretrarsi come l’unica uscita buona per il governo, cioè la morte del pensionando. A proposito di TFR, chi ci garantisce che i fondi relativi non saranno dirottati a risanare il bilancio di qualche carrozzone statale o, addirittura, privato?  Perché, dico io, non si è risparmiato almeno sulle sigle, visto che fra poco una sola potrà avere almeno cinque significati, scrivendo sui treni TFR in sostituzione di FS ? Per i soliti maligni sarebbe valso come Trasferimento Fondi Rubati, per i nostri governanti, invece, come Time Real Full=tutto in tempo reale, a sottolinearne la velocità, in concorrenza con il TEE (Trans Europe Express); il vecchio FS, poi, poteva essere riciclato passandolo ai pensionandi (per i maligni di prima sarebbe valso Fessi Scemi)2.

Per farla completa, l’aggiornamento semantico dovrebbe riguardare anche i lavoratori attivi, per cui bustapaga è da interpretarsi, ormai, come un invito a pagare la busta, ora più che mai virtuale, cioè vuota, che un tempo conteneva la retribuzione mensile.

Si diceva all’inizio che la pensione rispetto al potere ha percorso una strada più accidentata, divenuta oggi quasi impercorribile con i mezzi di una volta: fuor di metafora, l’innalzamento del livello medio della vita e la stagnazione dell’incremento demografico stanno facendo scoppiare il vecchio sistema rendendo  improrogabile il ricorso, da un lato, all’ innalzamento  dell’età    minima  pensionabile, dall’altro  a  varie  forme  di integrazione di una pensione che è destinata via via a calare fino a ridursi forse al (non del!) 30% di quella attuale.

Se sulle forme integrative è in corso un animato dibattito ed è forse troppo presto (soprattutto per un profano come me) per valutarne i pro e i contro, voglio dire la mia sull’innalzamento dell’età minima.

Chi propone incentivi per il lavoratore che, potendo andare in pensione,  decide di restare a lavorare, non può permettersi, secondo me, la spudoratezza di ergersi, come fa, a tutore dei giovani e del loro diritto ad un lavoro degnamente retribuito e che garantisca loro di vivere dignitosamente, come, peraltro, sancito dalla Costituzione; né, tantomeno, pretendere che gli stessi giovani, non in grado di sfamare nemmeno se stessi, sfornino (naturalmente, dopo essersi sposati indebitandosi fino al collo!) figli solo per il piacere di innalzare il tasso di natalità.3

E allora, cosa fare? Non sta a me dirlo. Sta ad altri, cosiddetti esperti, studiare prima il fenomeno e delle soluzioni che non trovino l’alibi del loro fallimento nella storia ormai consunta della coperta troppo corta; sta ad altri, poi, i cosiddetti politici, mettere in atto quelle soluzioni, senza riguardi per il proprio orticello non solo ideologico, possibilmente con provvedimenti, come oggi si dice, bipartisan.

Ma torniamo a noi. La strada della pensione risulta accidentata anche da risvolti di carattere psicologico di non poco conto.

In passato nemmeno tanto lontano esisteva un fenomeno che potremmo chiamare con un gioco allitterativo depressione da pensione: era la condizione del pensionato che non solo non accettava di buon grado il cambiamento, per così dire, ambientale, ma, quel che è peggio, avvertiva una sensazione di inutilità sociale, quasi di parassitismo, tanto più intensa quanto più soddisfacente era il suo stato fisico. E, se non si dava ad un altro lavoro  (era  difficile  ricominciare, a meno che, uscito  dalla porta  come pensionato non rientrasse dalla finestra come consulente, ma questo non riguardava certo l’operaio…) o non aveva nessun hobby da coltivare, erano guai, guai seri. Addirittura c’era chi si dava da fare, pur avendo raggiunto il limite massimo d’età,  per ottenere eccezionalmente una proroga (anche questo non era il caso dell’operaio…).

Pure allora non mancavano le eccezioni: i pensionati baby che, potendosi permettere un altro lavoro, erano immuni da qualsiasi rischio depressivo.

La situazione poi, si sa,  è cambiata radicalmente e, di fronte all’idea di dover lavorare fino ad ottant’anni, i lavoratori, che idioti non sono, si sono precipitati, non appena possibile, in una frenetica corsa verso la prima finestra disponibile stando ben attenti a non inciampare nel famigerato scalone.4

E chi, pur potendolo fare, non si è nemmeno posto sui blocchi di partenza è un idiota? No, è un furbo o, più precisamente, un disonesto e ora spiego perché.

Il posto di lavoro non assume per tutti gli stessi connotati: c’è chi fa il minimo indispensabile, c’è il cosiddetto lavativo, c’è chi, addirittura, lavora più del dovuto o per eccessivo senso di responsabilità (fenomeno, ad onor del vero, in via di estinzione) o per quella passione che non ti fa sentire la fatica (gli uni e gli altri sono, per me, i veri eroi del nostro tempo); in questi casi, pur con le dovute distinzioni, il posto sempre (lavativo a parte) di lavoro è.

Per altri, invece, e arrivo al dunque, il posto più che di lavoro è di potere, di un potere che si esercita  in  modo molto variegato, legato alle varie opportunità di sfruttamento a fini personali, dunque illegittimo ed illegale, disonesto e perverso, della funzione connessa con questo posto che, di lavoro, lo è solo nominalmente.

Per essere più chiaro (ma chi deve capire ha già capito), se un operatore della scuola, un professore di italiano ad esempio, è diventato più esperto nella pratica della raccomandazione piuttosto che in quella dell’analisi logica, come pensi che possa (praticamente illicenziabile com’è) andare in pensione e rinunciare, così, non solo a una parte dello stipendio che in servizio, sia pure indegnamente, percepisce ma, quel che più  per lui conta, ai proventi delle raccomandazioni che, se praticate in modo sistematico, garantiscono un profitto mensile infinitamente superiore a quello dello stipendio? Se lo facesse, lo dico persino io, sarebbe un idiota.

E che pensare, invece, del professore che, conoscendo l’analisi logica e ignorando la  raccomandazione, dopo  essere  andato  in pensione  chiede  di rientrare col rischio consapevole di beccarsi una sede disagiata?

Non è una figura immaginaria, anche se il fenomeno è piuttosto raro; ma, rifaccio la domanda: che pensare di lui? Che sia un irriducibile romantico, ma sostanzialmente un idiota che conoscerà pure l’analisi logica ma manca di qualsiasi logica? No, non è un idiota: la sua decisione sarà pure il tentativo di rimediare alla depressione da pensione ritornando nell’ambiente che forse è l’unico in cui si sente realizzato e gratificato; ma un fatto è certo: si tratta, a differenza del caso precedente (e la differenza non è da poco!), di una persona onesta, di un uomo che considera il posto di lavoro come un servizio (magari mal retribuito, ma senza arrotondamenti, diciamo, esterni e  non  ufficiali, accettati o imposti) e  non come un potere da sfruttare in modo preponderante, se non esclusivo, per vantaggi personali.

Così tra potere e pensione si è instaurato un rapporto di proporzionalità inversa: più pensione=meno potere, meno pensione=più potere.

La pensione per molti, dal livello più alto al più basso, è, perciò, da rimandare perché rappresenta la fine del loro potere, nella cui gestione sono diventati preparatissimi, continuando, magari, ad essere incompetenti (le due cose non sono in contrasto) proprio nelle funzioni per cui, almeno sulla carta, hanno occupato quel posto.5

E ora avanzo una proposta allo studioso di statistica prima, poi ai politici, successivamente  alla Guardia di finanza e ai Carabinieri e infine alla Magistratura.

Allo statistico dico: facciamo il conteggio di quelli che, pur avendo maturato il diritto alla pensione, restano ancorati al loro posto, magari con approfondimenti e distinzioni di carattere settoriale, lasciando fuori, naturalmente, i nostalgici del rientro di cui ho parlato prima, fra l’altro numericamente irrilevanti.

Ai politici dico: stendete, con accordo bipartisan, leggi chiare ed inequivocabili in cui sia penalmente rilevante non solo la grossa tangente ma anche la più o meno piccola regalia, senza nessuna differenza tra quelle accettate  (corruzione)  e  quelle    richieste   (concussione), stabilendo   come sanzione principale la destituzione e la perdita di pensione e indennità di fine rapporto (ciò risolverebbe di botto il problema delle pensioni da pagare agli onesti e nel contempo metterebbe a disposizione dei giovani in trepida attesa chissà quanti posti di lavoro).

Alla Guardia di Finanza e ai Carabinieri dico: utilizzando gli studi fatti dallo statistico, organizziamo una bella indagine sull’onestà presente e pregressa di questi indefessi lavoratori; non dovrebbero essere indagini molto complicate, dal momento che, per lo più, essi si vantano addirittura in pubblico del loro modo di lavorare come se fosse un merito, quando non ne esibiscono sfacciatamente i frutti.

Alla Magistratura dico: applicate la legge senza sconti per nessuno. In fondo, ne siete o non ne siete voi gli interpreti? E allora, una volta tanto, fate prevalere la vostra maggiore considerazione per gli onesti, al di là di contorsionismi giuridici e bizantine acrobazie.

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1 La stessa etimologia ha pigione (somma pagata per l’affitto di un bene immobile), voce diffusasi dai dialetti settentrionali nel XIV secolo attraverso una precedente (XI secolo) forma pisone.

2 Oggi, in sostituzione di FS è usato, come ognun sa, Trenitalia e debbo onestamente ammettere che tale sigla rende molto meglio della precedente la lentezza dei nostri treni e la conseguente durata del viaggio, anche se chi l’ha creata pensava solo alla sua (dico io vacuamente patriottica)  pomposità evocativa, in omaggio alla mania furbesca di cambiare il nome al servizio o all’istituzione quando l’una o l’altra non funzionano, lasciando, naturalmente, immutata la sostanza.

3 Un tempo, almeno, c’era quella che in dialetto siciliano si chiamava fuitina, tradizionale fuga prematrimoniale di giovani promessi sposi, in genere concordata con le famiglie, in virtù della quale, rendendosi indispensabile una rapidissima riparazione dell’onore femminile violato (ma, per lo più, il bebè era subito in arrivo), era giustificato procedere a nozze senza l’onere di costosi ricevimenti. Ora alla fuitina si è sostituita la convivenza, ma, in questo caso (grazie anche alla cultura anticoncezionale o, a seconda dei punti di vista, per colpa sua), di bebè per lo più non si vede nemmeno l’ombra, mentre i conviventi (fra l’altro, gli omosessuali che, almeno per ora, non possono, per motivi tecnici,  avere figli all’interno del loro rapporto) cominciano a reclamare diritti che certamente comporteranno ulteriori oneri per lo Stato. E non è finita, perché bisognerà mettere in conto i costi per l’assistenza a quei bambini che, magari, nati da coppie ultracinquantenni, avranno qualche problema. Bella situazione!

4 Politici e sindacalisti sono riusciti a riesumare e a rianimare questa voce (che fino ad allora indicava la scala grande e sontuosa presente all’interno di edifici monumentali) nel suo significato obsoleto di grado, livello; solo per questo andrebbe conferito loro il premio (ig)Nobel per la lette(a)ratura…

5 E’ il caso, per esempio (ma non è l’unico) di tanti professori (universitari!) che, diventati tali non certo per scienza, continuano imperterriti ad occupare il loro posto per poter sistemare (naturalmente come docenti) amanti, figli, nipoti e collaboratori domestici (più cernie, anzi trote, di loro), precludendo così la meritata carriera a tanti validi giovani.

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