Lo sfizio di vedere in/finito

di Lino Manca

Una voce chiede: “Cosa c’è nell’ocra?”. Lino, come un punto, si guarda attorno. E vede il paese. Il suo contesto. Le cose nella luce. Stanno le case nell’ocra, ma non sono fisse, sembra che si siano fermate in attesa di qualcosa. Lino osserva le case di calce. Appare il sole, uno spicchio di sole spia dalle terrazze. Le guarda per tutto il giorno. Le case si guardano in faccia una di fronte all’altra. In fila come bambini. La luce si spande sull’asfalto. E sulle sponde del fiume di luce vengono a stare altre case. Si dispongono attorno al sole come una rosa. Le strade si incurvano, ed anche esse stanno ad aspettare qualcosa. Sopraggiungono altre case nuove come verdi brattee di carciofo. Si fermano nel viola della sera. Lino s’incammina verso il paese, e guardandosi da una parte e dall’altra, vede che c’è attesa a stormire come le chiome degli ulivi.

La voce chiede di nuovo. Lino non conta i passi. Comincia un altro giorno. Si sente il rumore di carri sui ciottoli della strada. Dalle case di tufo, dagli orti di giuggiole, dalle strade di polvere sbucano donne come formiche. Entrano nelle stalle e ne escono con ceste piene di olive. Chissà dove le nascondono.

Cavalli nitriscono. Carri di legno guidati dalle guardie del vescovo si fermano davanti alle case, ne scendono uomini barbuti che entrano nelle stalle con irruenza. Escono con ceste di olive che svuotano sui carri. Uomini e donne delle case cercano di ostacolare gli uomini barbuti . Si ribellano. Ma le guardie li tengono a bada sino a riempire tutti i carri di olive. Se ne vanno lapidati dai rimbrotti della popolazione, che guarda allontanarsi un bel po’ dei loro sé.

Una donna, bella, con i capelli neri, ricci e fermati sulla nuca da un nastro rosso, esce da una stalla seguita dalle sue pecore bianche. Attraversa tutta la strada, svolta a destra verso il campanile, passando dal Largo Chiesa, e imbocca una lunga strada curva piena di ombre. Guarda in avanti. Nell’aria del mattino si divertono le campane delle pecore. I loro zoccoli risuonano sul selciato. Si sente un colloquiare sottovoce. Dai cortili la salutano uomini con le mani sporche di creta. Dietro  gli archi dei cortili sono esposte al sole centinaia di ciotole, appena scese dal tornio, per la quiete delle pance , e centinaia di tegole che asciugano per assicurare la quiete delle notti. Alcuni figuli buttano fascine nelle fornaci infuocate. La donna risponde con un sorriso a tutti. La chiamano “Pacienzia”.

Attorniata dalle sue pecore oltrepassa la Chiesa piccola con il campanile a vela. E subito dopo s’introduce in una campagna recintata con fichi e fichi d’India. Le pecore brucano l’erba dappertutto, contente. Alcune capre si arrampicano a mangiare le foglie di fico. E la polvere del sole si appiccica alla loro lana.

Pacienzia si scioglie i capelli ricci per farsi ombra nello sfolgorio di mezzogiorno. Si cinge il nastro rosso alla vita. E comincia a curvarsi sulla terra a raccogliere cicoria, accorta a non perdere i suoi seni. A mattino inoltrato si riposa sulla pietra del pozzo. Ha appena tagliato con un coltello un pezzo di pane, quando avverte dei passi. Un uomo viene deciso con i baffi all’insù. Capisce che è il proprietario della campagna dalla sua andatura. E ne indovina le intenzioni, quando le gira attorno con gli occhi accigliati, a maledire le pecore che gli rubano l’erba e violano la sua proprietà.

Pacienzia tenta di mimare gli stessi passi di danza degli ulivi, quando si sollevano sulle radici per abbracciare la luna, nel tentativo di acquietare i rossori che turbinano nel cielo. Ascolta l’ansia delle chiome e si avvita nella sua bellezza arricciando i capelli. Vede l’uomo accigliato che monta sulle spirali della pizzica. Sempre più avvolgenti . La stringe più da vicino, con un braccio la cinge, nell’altra mano riconosce il suo stesso coltello del pane, che brucia in un luccichio il nastro rosso della sua vita. Se ne duole soltanto un’ asina, chissà dove nascosta, il suo raglio disperato strappa il cielo che si vergogna nell’ocra . Tutt’intorno è assenza. È già il tramonto. Distesa nel suo rossore, non tarda a vedere la sua fine, a capire che non potrà più seguire la sua gregge sperduta oltre i fichi d’India. In fondo, all’incrocio della strada, appena scorge delle parvenze d’uomo che aspettano all’ombra di sette eucalipti. E decide di allontanarsi dal suo sé, trafitto dal tramonto. E se ne va a stormire sotto gli eucalipti con le altre ombre sui confini della realtà.

Comincia un altro giorno. La voce insiste. Adesso Lino sorride come un bambino appena si riaccende la luce. Stavolta è dentro il paese. E aspetta anche lui come le cose nella luce. È intrigato come le case di calce per l’appuntamento. Guarda negli occhi di ogni casa. Sfoglia l’identità degli abitanti come petali di un fiore. Ne enumera i mestieri. Riflette i loro linguaggi. Accenna un riso a ripassare i loro trucchi, i marchingegni dei loro commerci, i risultati delle loro avventure. Ma ciò che l’intriga è altro. Egli sa. Lino osserva la catrame delle strade appiccicarsi alle scarpe. Ma vede nell’ocra ancora lei, Pacienzia, la sua passione, luminosa come i pomodori d’inverno sulle piante rinsecchite dallo scirocco negli orti rari. Vede ancora la sua capacità di sopportare in silenzio il furto delle olive per andarsi a riprendere quanto perduto, portando le sue pecore nella campagna del padrone. La vede altera sbandierare i suoi capelli ricci nella luce delle case sporche di creta.

Nell’ocra c’è la passione che sceglie di rimanere oltre il suo estrinsecarsi come io fratto/costretto ad allontanarsi dal suo sé.

E non è una sua invenzione. È scritto nei libri di storia . Nell’opera dell’ Editore Congedo sulla storia di San Pietro in Lama, scritta da A. Costantini, M. Cazzato e G. Vallone, sono riportati tanti episodi di pastori puniti dai proprietari terrieri per aver “danneggiato” la loro proprietà, come documentato da una “Nota di fatto e Ragioni per il conte Sig.D.Diego Genoini Governatore in Lecce” del 1709. Tra fine ‘600 e primi anni del 1700 Angelo Guido, “un maestro fabbricatore”, nominato dal vescovo luogotenente per raccogliere le “decime” ed, impropriamente, per amministrare la giustizia nel paese, è protagonista spietato di inauditi soprusi nei confronti dei cittadini e non solo dei poveri. La “Nota” racconta che detto “Angelo Guido” a difesa della sua proprietà condannò una volta un certo Domenico Signore ad “una furia di bastonate… così atroce… che se ne morì”. In un’altra occasione fu un certo Domenico Litti, pastore, ad essere condannato alla stessa pena delle bastonate per aver portato le sue pecore a brucare nella proprietà del Guido, e per essere guarito “fu necessario più fiate involgerlo in un cuoio di castrato”. Il più sconvolgente sopruso riguarda una donna non identificata, che viene condannata “evacuando un vaso di sterco umano nella (sua) bocca… dopo averla bastonata, e ferita con un colpo di coltello”.

Non è una sua invenzione. Semmai, è merito della sua immaginazione, della sua poesia, riuscire a vedere ancora oggi il ri/tratto dell’ingiustizia , è merito della sua immaginazione e della sua poesia aver dato al rifiuto dell’ingiustizia il volto di una donna, che è la protagonista della storia dei poveri della nostra terra, ed è lei, la donna, che sostiene con fermezza e con l’esempio la naturale proprietà di ogni essere umano a gestire, a governare i suoi giorni, autonomamente , con l’interezza delle sue capacità.

E perciò riesce a vedere Pacienzia che persiste ancora oggi a rimanere oltre la morte per indicare l’obiettivo di una visione universalistica delle possibilità dell’uomo. L’ocra, il contaminarsi di storia, passione ed immaginazione, risultano gli occhiali indispensabili per scoprire che l’esser umano, come l’ulivo, vive “fuori delle mura dell’oggi” ed è severamente impegnato in una “lotta ad essere” che non può essere ridotta a scontro io/altro, essendo l’altro il contesto di ciascuno.

Si configura invece come “fatica a compiersi”, una fatica a compiere ogni propria possibilità, a svolgere le proprietà di ciascuno per la “realizzazione del sé”, che è un processo, ed ad ogni tappa del suo svolgersi, ciascuno è chiamato a cercare cosa manca ancora di sé, il suo altro, l’altro di sé. Nel contesto c’è l’ocra, la premessa per una nuova relazione io/altro.

Lino vede ora Pacienzia che ride sotto gli eucalipti, come può ridere un’ombra. Finalmente in mezzo alle sue pecore, tasta le loro mammelle, ad una ad una, per controllare se hanno latte. Appena vede Lino, le va incontro, si accovaccia ai suoi piedi, prende da terra una scheggia di specchio, la spezza a metà, un frammento porge a Lino invitandolo a guardare dentro, e nell’altro frammento si guarda e cerca di vedere anche le sue pecore.

Lino guarda nel suo frammento di specchio. È così piccolo. Ma vi trova anche l’altro di sé che lo interroga.

(da “Ocra” di Lino Manca, Lupo Editore)

Un commento a Lo sfizio di vedere in/finito

  1. Troppo breve accidenti, come un assaggio di cosa ottima, il tempo di entrare, uno sfizio, ed è già finito. Bellissimo!

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