Per il polpo Paul anche l’archeologia della parola

IL POLPO GIACOMINO

di Armando Polito

 

Se il polpo Paul non è una montatura,

per maghi e indovini è fregatura!

Signori, vi presento Giacomino:

al suo confronto Paul è un salamino.

Non sono quattro versi (?) dell’ultimo motivo rap scritto da vattelappesca ma solo un pretesto di mia invenzione per  introdurre il discorso sulla voce neritina mbistìre che in italiano ha un corrispondente formale in investire ed uno semantico in indovinare.

Cercherò di analizzare questa divaricazione partendo dall’italiano.

L’investitura nel Medioevo era l’assegnazione di un feudo, di un beneficio ecclesiastico, di una carica e simili da parte del sovrano o di altra autorità avente titolo; la voce per estensione indicava anche la cerimonia solenne che accompagnava tale atto, in cui il momento culminante era quello in cui il concedente toccava la veste del beneficiario.
Ai tempi nostri investitura viene usato, spesso in senso sarcastico, per indicare il passaggio di consegne da un personaggio molto rilevante (dal campo politico a quello economico) che per motivi di età consegna il potere nelle mani del suo delfino (se fosse meno rincoglionito lo consegnerebbe nelle mani, pardon nelle pinne del cetaceo, visti i risultati che sortiscono certi passaggi tra gli umani…).
Connesso con investitura è investire, che nel Medioevo significava insignire qualcuno di un feudo, di un beneficio, di un titolo e simili, oggi porre ufficialmente qualcuno nella condizione di esercitare un ufficio o una carica: investire un giudice dei pieni poteri.
Da questo significato deriva per investire anche quello economico di impiegare un capitale in qualcosa: è come se l’investitore ufficialmente ponesse il capitale, affidandolo ad un altro, nella condizione di produrre un profitto (almeno nelle intenzioni!); lo stesso, naturalmente, per il sostantivo correlato: investimento.
Ma investire significa anche assalire qualcuno con gesti o parole minacciose (investirono l’arbitro di insulti) o urtare violentemente qualcosa o qualcuno: non credo che alla base di questi due concetti (e del sostantivo correlato col secondo: investimento) sia il medioevale tocco (per quanto energico) della veste, ma, piuttosto il significato militare di attaccare (avvolgendo il nemico da ogni parte, come fa una veste) che il latino medioevale investìre aveva accanto all’altro di attribuire un beneficio feudale.
Comunque, è fuori discussione che investire è dal latino investìre=coprire, adornare, composto da in=su+vestìre=vestire, da vestis=veste.
Quali voci sono usate nel dialetto neritino per esprimere tutti questi concetti?
Può sembrare strano, ma l’unica voce che è il corrispondente formale dell’italiano investire, cioè ‘mbistìre, è usato nel senso di indovinare, azzeccare; da investire, con passaggio –v->-b– (*inbestìre), –n->-m– (*imbestìre), –e->-i– (*imbistìre) e aferesi di i-, attraverso i seguenti passaggi concettuali: ricoprire>cogliere nel segno>azzeccare.

Quali voci, a questo punto, si usano, sempre a Nardò, per gli altri significati di investire?

Per il concetto di urtare violentemente qualcosa o qualcuno c’è ‘rrunzàre (che usato assolutamente, cioè senza complemento oggetto, significa fare un lavoro in malo modo); il suo corrispondente italiano è arronzare (nel significato marinaresco di speronare per una manovra errata), da ad (dal latino ad=presso) e ronzare, forse variante di rombare, da rombo, dal latino rhombu(m), dal greco rombos=movimento, da rembo=vagare, agire a caso; la voce neritina è da arronzare, con aferesi di a-, passaggio –o->-u– e ampliamento del campo semantico.

Per il concetto di impiegare un capitale il neritino usa il generico ‘ccattàre=comprare (àggiu ccattàtu sti tìtuli=ho comprato questi titoli); il corrispondente italiano formale è accattare, dal latino *accaptàre, composto da ad=presso e captàre=cercare di prendere, intensivo di càpere=prendere; ‘ccattàre è da accattare, con aferesi di a-.
Negli ultimi tempi, però, dopo le note disavventure corse dai piccoli azionisti, cattàre ha lasciato il passo a minàre=buttare (àggiu minàtu li sordi sobbra a ‘stu tìtulu=ho investito con risultati fallimentari i miei soldi su questo titolo); il corrispondente italiano formale è menare, dal latino minàre=spingere innanzi a sé con grida o percosse, da minari=minacciare; da notare come la voce neritina è tal quale l’originale latino; e non posso fare a meno di ricordare come l’uso letterario di menare nel senso di trascinare, travolgere, spostare con forza, se volto al passivo, ricorda la situazione di coloro che hanno investito, anzi minàtu i loro risparmi.

Spero di non aver detto troppe sciocchezze; ad ogni modo si può sempre sottoporre il tutto al controllo del polpo Paul: per lui, che indovina il futuro, la conoscenza del passato (che cos’è la filologia se non l’archeologia della parola?) dovrebbe essere uno scherzo. E poi, ci siamo dimenticati di Giacomino?

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