Rocco Cataldi, l’uomo, il poeta

di Paolo Vincenti

L’anno scorso è scomparso Rocco Cataldi. Parabita ricorda un suo figlio devoto ed uno dei più rappresentativi poeti dialettali pugliesi degli ultimi anni. Uno dei temi ricorrenti nella sua poetica era il mondo degli umili, quella civiltà contadina alla quale egli si sentiva profondamente radicato e dalla quale mai volle staccarsi, rivendicandone orgogliosamente l’appartenenza in tutti i suoi scritti. Una civiltà contadina che era, però, al suo crepuscolo e questo determinava in Cataldi un senso di profonda nostalgia ed amarezza.

Il filo che lo teneva legato a quel mondo in dissoluzione era quello della memoria, del ricordo del buon tempo antico, un tempo fatto di semplicità di gesti e di parole, un tempo in cui bisognava certo tirare la cinghia per andare avanti alla meglio, ma in cui vi era una genuinità di sentimenti ed una bontà di intenti che, nella società ipertecnologica del 2000, Cataldi vedeva irrimediabilmente compromessi. Di qui, l’amaro sfogo contro le brutture e la tristezza dei tempi.

Poesia della memoria, la sua, quindi, e poesia pedagogica, cioè poesia che vuole insegnare, sul modello del Parini, che Cataldi amava, nel tentativo, da lui stesso dichiarato, di una restaurazione di quei principi morali ai quali era legato per formazione, come ad un “Pansieri fissu”. Quegli stessi valori che suo padre, uomo umile ed illetterato (che ricorda nella poesia “ Ci dici tà?”, una delle sue più belle), gli aveva trasmesso, e che lui voleva trasmettere ai suoi allievi, insieme alla “Speranza” di un domani migliore: “Quardati annanti… nu’ bbe scoraggiati! A rretu ‘lla nuveja, nc’è lu sule”.

Come ci riferisce la moglie, Signora Marisa, aveva paura di non riuscire a trasmettere ai suoi ragazzi il buon esempio, quei valori su cui, diceva, si costruisce la società. La scelta del dialetto ha questa valenza, quasi di una battaglia civile in difesa di quei principi di cui la sua storia era maestra (solo una raccolta, “Riflessi opachi” è in lingua italiana).

La sua, secondo Antonio Errico, è “poesia costruita sulle macerie di miti e deità che come ogni mito ed ogni deità esistono finchè esiste l’uomo che ci crede” (introduzione ad “Arretu ‘lla nuveja nc’è lu sule”).

La morale di Cataldi viene da Gino Pisanò, nell’introduzione ai suoi “Culacchi”, definita “esiodea”, “quindi millenaria come il messaggio dell’antico poeta greco, medesima epperò nuova, perché mai fuori tempo e fuori luogo: lavora e sii giusto”.
Rocco Cataldi era nato a Parabita il 9 gennaio 1927. Maestro elementare a Matino, Lecce, Racale e Parabita, dove era diventato una vera istituzione, nel 1985 era stato insignito dal Presidente Pertini dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”, ma Cataldi non amava sbandierare ai quattro venti questo importante riconoscimento, anche se ne andava fiero e, ci confida Ortensio Seclì, nel privato amava condividere le sue gioie e gratificazioni con gli amici più cari, fra i quali lo stesso Seclì .

La prima raccolta di poesie risale al 1947, “Robba noscia” (Editrice Bruzia), poi “Storria t’à Madonna t’à Cutura” (Paiano Galatina, 1950, poi ripubblicata dall’Adovos di Parabita, nel 1987, con prefazione di Padre Giuseppe Parrotta). Nel 1956, è la volta di “Riflessi opachi” (Gastaldi Milano) e, dopo una lunga pausa, “Lu Ggiudizziu ‘niversale” (Adovos Parabita, 1975), con prefazione di Aldo D’Antico.

Da piccolo, Cataldi aveva conosciuto un poeta dialettale di Taviano, Oronzo Miggiano il quale, cieco dalla nascita, ospitava volentieri il giovane Cataldi nella sua casa, dove viveva solo; un giorno, il Miggiano ascoltò alcune composizioni di Rocco, che aveva trovato il coraggio di leggergliele e, dopo un lungo silenzio(come ricorda lo stesso Cataldi in un aneddoto raccontato a Guido Pisanello su NuovAlba, aprile 2001), il Miggiano disse: “E bravu lu scettu” e lo incoraggiò a continuare sulla strada intrapresa: quella frase divenne il titolo di una poesia di Cataldi dedicata proprio al Miggiano.

A proposito della poesia dialettale del Cataldi, Donato Valli, nell’ultimo numero di NuovAlba (aprile 2005), tracciando un profilo del grande amico perduto, precisa il posto in cui si colloca Cataldi nel panorama della poesia dialettale in generale; spiega Valli, “nell’ambito di quella che Croce chiamava poesia dialettale “riflessa”, esistono almeno due livelli: uno è quello della poesia dialettale dotta (è il caso del poeta di Ceglie Messapico, Pietro Gatti e del poeta magliese Nicola De Donno), l’altro è quello dei poeti che rimangono legati, nella lingua e nei contenuti, alla matrice originaria di una popolarità sentimentale ed espressiva (ed è il caso di Cataldi)”.

Il nostro rientra, dunque, nel filone popolaresco della poesia in dialetto, ma non nel senso di poesia di origine popolare, come spiega ancora Valli, ma nel senso che essa muove da colori, umori e sapori che sono radicati nel popolo ritenuto, in una visione romantica e mazziniana, come depositario della bontà e della saggezza.

Nel 1977, viene pubblicato “Pale te ficalindie” dalla Editrice Salentina di Galatina, proprio con prefazione di Donato Valli. Nel 1982, è la volta di “Li sonni te li pòviri” (Congedo Editore), con prefazione di Luciano Graziuso e, nel 1989, “A passu t’ommu” (Congedo), introdotto e commentato da Gino Pisanò. Nel 1988, viene pubblicato dal Laboratorio di Aldo D’antico “A rretu ‘lla nuveja nc’è llu sule”, con introduzione di Antonio Errico.

Aldo D’Antico fa notare che, in un mondo colmo di “nu tumunu te moja e de mundizza”, rivolto solo all’interesse ed al profitto, “l’ironia, il sarcasmo, il paradosso sono le vendette morali con cui il poeta ripaga il mondo e gli altri della loro falsità” Nel 1996, esce “Culacchi”, con prefazione di Gino Pisanò, e il ricavato della vendita di questo libro, dedicato “Ai buoni perché si mantengano tali; agli altri perché lo diventino”, stampato in numero limitato, il poeta volle che fosse devoluto a favore dell’erigendo monumento a Padre Pio, a Parabita. E questo ci porta ad una altro aspetto del poeta Cataldi, cioè la sua forte religiosità; come conferma ancora la Signora Marisa, “avrebbe voluto fare il missionario”, ci dice “ e importantissimi erano questi sentimenti di umana pietà, senso del dovere e della famiglia, onestà intellettuale, che ha voluto trasmettere ai suoi quattro figli”. Si era adoperato per la costruzione di una piazza a Parabita dedicata a Padre Pio. A capo del Comitato Promotore, dovette combattere per anni contro la burocrazia, prima di vedere avverato il suo sogno: finalmente una piazza, all’interno della zona di espansione di Parabita, lungo la strada per Collepasso, con al centro una imponente statua bronzea di Padre Pio da Pietralcina, realizzata dai maestri scultori Donato e Carlo Minonni, grazie anche alla generosità di tanti parabitani e soprattutto del suo grande amico Raffaele Ravenna. “Un’occasione per contribuire alla crescita spirituale della nostra gente”, scriveva Cataldi in un articolo apparso su NuovAlba nel marzo 2002, “per guardare in alto”, “in un momento in cui si è assediati dal materialismo che costringe a guardare in basso” e pubblicava sulla rivista una poesia inedita che aveva scritto in onore del Santo, in occasione di una visita a San Giovanni Rotondo nel 1992, “Quell’unica, umilissima, campana…”.

L’ultimo libro, del 2000, è “Parole terra terra” (Congedo editore), con prefazione di Donato Valli e note esegetiche di Gino Pisanò. A questo bisogna aggiungere tutte le poesie scritte su cartoncini, per i suoi allievi, nelle più svariate occasioni dell’anno scolastico, come il Natale, la Pasqua, la festa della mamma, la festa del papà, sempre amorevolmente illustrate da Mario Cala e che si trovano ancora in molte case dei parabitani che sono stati allievi del Maestro Rocco. Rocco Cataldi- Mario Cala era diventato negli anni quasi un marchio di fabbrica: “la penna e il pennello”, come lo stesso Cala afferma in un commosso ricordo dell’amico e parente, “lu zì Rocco”, sull’ultimo numero di NuovAlba. Di prossima pubblicazione, è una raccolta di poesie inedite del maestro Rocco, a cura dell’Adovos di Parabita, “Mirando al cuore”, con una nota introduttiva di Aldo D’Antico. “E, òsci, ntorna sule. Comu ieri./ Comu nu stierzu. Sule Salentinu!/ Nù ‘ ccusta nensi, mancu te pansieri./ Cusì nc’è scrittu susu ‘llu bullinu…/ La mmane, s’aza prestu. E’ mattinieri./ E, gentirmente, s’offre pè spuntinu:/ ‘nu stozzu caddu caddu e ‘nnu bicchieri/ te Lacrima te Luna a mmatutinu./A cquai, lu sule è ffrancu. Nd’ave tentu!/ Lu poi truare, specie a mmenzatìa,/ mmiscatu a vere lacrime te chiantu/ te tanta ggente, ca nu’ ttròa la via/ pe ‘ nnu lavoru unestu e ssacrusantu./ E mangia sule, lu Salentu mia…/”.“

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DI ROCCO CATALDI

Robba noscia , Bruzia Editore, Castrovillari 1949, con Prefazione di Francesco Russo

Storria t’a Matonna t’a Cutura, Paiano Editore, Galatina 1950

Riflessi opachi, Gastaldi editore, Milano 1956

Lu Ggiutizziu ‘niversale, Adovos Parabita, 1975, con Prefazione di Aldo D’Antico

Pale te ficalindie, Editrice Salentina, Galatina 1977, con Prefazione di Donato Valli

Li sonni te li pòviri, Congedo Editore, Galatina 1982, con Prefazione di Luciano Graziuso

Storria t’ ‘a Matonna t’ ‘a Cutura (ripubblicazione), Adovos Parabita, 1987, con Prefazione di P.Giuseppe Perrotta o.p.

A rretu ‘lla nuveja nc’è lu sule (Antologia 1948-1982), Il Laboratorio, Parabita 1988, con  Introduzione di Antonio Errico

A passu t’ommu, Congedo Editore, Galatina 1989, con Prefazione di Gino Pisanò

Culacchi, Parabita 1996, con Prefazione di Gino Pisanò
Parole terra terra , Congedo Editore, Galatina 2000, con Presentazione di Donato Valli
e Note esegetiche di Gino Pisanò

Mirando al cuore (postumo), Adovos Parabita, 2005, con commento di Mario Bracci, Prefazione di Mario Cala e Presentazione di Aldo D’Antico

Sue poesie ed articoli sono stati pubblicati, fra le altre, sulle seguenti riviste: “A Parabita due notti d’estate” , “Il Donatore”, “Paesenuovo”, “Sagra della patata”, “NuovAlba”.

Pubblicato su “Anxa news”, ottobre 2005 e poi in “Di Parabita e di Parabitani”, di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore 2008.

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