Discorrendo di maestri, insegnanti, professori… e minestre

O TI MANGI ‘STA MINESCIA O TI FUTTI TI LA FINESCIA

di Armando Polito

pico della mirandola di Thevet

E’ un vecchio proverbio neritino che, però, credo abbia il suo più o meno coevo e più o meno fedele, e non solo nel concetto, corrispondente in tutti i nostri dialetti, oltre che nella lingua nazionale; ragione buona per non fornirne, almeno una volta, la “traduzione”.
Mi soffermerò, tuttavia , sulle singole parole la cui etimologia mi offre l’opportunità di fare considerazioni, purtroppo amare,  di più ampio respiro.

Minèscia corrisponde all’italiano minestra, dall’obsoleto minestrare =portare in tavola una vivanda, versare nel piatto, a sua volta dal latino ministràre=servire. Questa voce latina è da minìster=servitore, esecutore, strumento, complice; minìster, e siamo sulla dirittura d’arrivo, è composto da minus=meno+il suffisso –ter indicante contrapposizione tra due, per cui la parola, sostanzialmente designa chi, nel rapporto con un altro, vale (almeno sul piano del potere) di meno. Il suo contrario, formale e concettuale, è magìster=capo, maestro, istigatore; la voce, val la pena sottolinearlo, è da magis=più + il già detto suffisso –ter.
Mi sia consentito aprire una parentesi su un mondo, quello della scuola, del quale sono stato parte, spero dignitosamente integrante, per alcuni decenni: in questo mondo fino a qualche anno fa (ho perso i contatti con quell’ambiente, ma non con i miei ex alunni…) c’era una tacita intesa nell’affibbiarsi il titolo di competenza, sicchè chi insegnava nelle elementari era maestro, chi nelle medie inferiori insegnante, chi nelle superiori professore; stranamente, poi, esisteva, nell’immaginario collettivo ma anche in quello dei diretti interessati, un rapporto diretto tra l’età dei discenti e il prestigio del docente e questo non era legato solo al fatto che il maestro (mèsciu), tra i tre, era l’unico a non avere una laurea. Con queste premesse il ruolo di maestro viveva, a torto, quello stato di disagio psicologico che si suole definire complesso di inferiorità. Frequentavo ancora le medie (allora l’insegnamento del latino non era diventato ancora quella barzelletta oscena che ormai si racconta anche nelle superiori…) e un pomeriggio mi recai in casa di un compagno il cui padre insegnava nelle elementari, era, insomma, maestro; rimasi sorpreso quando sulla targhetta lessi prima del nome e cognome la dicitura “insegnante”. Certo quella brava persona aveva perpetrato, secondo l’opinione corrente, un’appropriazione indebita di titolo e un magistrato particolarmente solerte nella circostanza, ma inerte di fronte ad una targhetta con su scritto “guaritore”, l’avrebbe pure incriminato per millantato credito…

Come potevo, io ragazzino, che già all’epoca era patito di etimologia, esprimere ad un adulto la mia comprensione umana per la sua debolezza che si era fermata in mezzo, senza invadere il territorio dei professori, ma nello stesso tempo rammentargli che per me, in fondo, era come se avesse rinunciato alla sua etichetta DOP sostituendola con una DOC?

Ma torniamo a minèscia: da notare lo sviluppo nel dialetto del gruppo –str– in –sci-, come (coinvolgo un’altra parola del titolo) in finèscia (da fenèstram), ma anche nel già citato mèsciu (da magìstrum>maìstrum> mèsciu). Minestra e ministro, dunque, hanno una comune origine ma carriere diametralmente opposte. Infatti, mentre minestra ha conservato la sfumatura di deprezzamento del minus di partenza (amplificata nel nesso “la solita minestra”, anche in senso traslato),  ministro, invece, è riuscito ad arrampicarsi fino a giungere ai livelli (così, almeno, si dice…) più alti, sia pure con varie gradazioni: il ministro del culto e chi, tra i cosiddetti onorevoli, ha coronato il suo sogno di assunzione di responsabilità (?) e di amor patrio (?).

I punti interrogativi appena apposti dicono chiaramente qual è la mia opinione in merito, nonostante senta (o, più correttamente, proprio perché sento) proferire spudoratamente nelle campagne elettorali locuzioni tipo “priorità morale” o “spirito di servizio” o, sempre astrattamente (lì sta il trucco…), la “concreta riduzione dei costi della politica”.

Come farei ora, da grande, a spiegare, questa volta ad un ministro, che alla lettera il suo titolo designa uno che nei confronti dell’ultimo, sottolineo ultimo, dei cittadini “vale” meno e che il minister a Roma, quella di due millenni fa, guadagnava certamente meno, ma molto meno del suo dominus?

E’ tempo di tornare al nostro proverbio e di chiudere, al mio solito, con una serie di interrogativi: esso è veramente espressione di saggezza, oppure una dichiarazione di impotenza, di passiva rassegnazione, non tipicamente meridionale, questa volta, vista la sua diffusione?

2 Commenti a Discorrendo di maestri, insegnanti, professori… e minestre

  1. A quanto pare però non conosce l’etimologia il minister che, nella peggiore delle ipotesi, guadagna quanto un consiglio di classe di magistri, dirigente scolastico compreso! :)

  2. Caro Paolo, il ministro del passato se ne fotteva dell’etimologia, pur conoscendola; come può tenerne conto quello di oggi col livello culturale che, di regola, si ritrova?

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