La maturità dei precari

di Dario Vadacca

I precari della scuola, in particolare quelli provenienti dall’Italia meridionale, rappresentano la manovalanza di base per lo svolgimento di quel rito di passaggio oggi noto come esame di stato ma conosciuto nel linguaggio comune col nome di maturità. Il docente precario che affolla le graduatorie permanenti degli USP del nostro paese proviene generalmente dal sud Italia (fino a pochi anni fa nelle province del Nord i neoabilitati riuscivano ancora a lavorare in sedi non troppo lontane da casa) un tempo partiva con un treno lentissimo e sovraccarico, acquisiva punteggio e diritti e tornava dopo pochi anni stabilizzato e trasferito. Oggi vola con le compagnie low cost, paga ogni anno cifre di iscrizione importanti ai corsi on-line per il conseguimento di punti extra  e si augura soltanto che l’anno prossimo non sia peggio di questo.

L’esame di stato o maturità comincia molto prima della data della prova d’Italiano scritto, il suo primo atto ufficiale si consuma quando, in un pomeriggio di gennaio non stabilito da un preciso calendario, il Ministero annuncia ai mezzi d’informazione l’elenco delle materie scritte e orali per il corrente anno scolastico, specificando quali saranno assegnate a docenti interni e quali agli esterni. Nella quasi totalità dei casi si tratta di scelte ampiamente previste, nel pieno rispetto della consuetudine dell’alternanza. È in quel momento che si mette in moto una serie di meccanismi che porterà alla formazione delle commissioni in tutta Italia. In ogni scuola superiore, i docenti non designati come membri interni saranno obbligati a compilare la domanda per l’assegnazione ad una  commissione, e ciascuno di loro lo farà con modalità e stati d’animo differenti a seconda della posizione occupata all’interno dell’istituzione.

Il preside e il docente con un curriculum importante si presterà volentieri a ricoprire l’incarico di presidente, l’unico con una retribuzione interessante, il docente di ruolo pago della sua posizione si limiterà a richiedere una sede nel proprio comune di residenza, augurandosi che la domanda non venga accolta e che le incombenze istituzionali si concludano al più presto. Il precario sceglierà di norma più di un distretto, magari anche oltre la provincia di appartenenza.

Far parte della commissione d’esame è infatti una prospettiva interessante in quanto può significare un mese di stipendio in più, rispetto ad un contratto che di norma cesserebbe al termine dell’attività didattica o, nel migliore dei casi, il 30 giugno.

Le scelte definitive in materia vengono effettuate dagli Uffici Scolastici Provinciali, che di norma le comunicano a maggio. I criteri seguiti non sono sempre chiari e sembrano comunque assecondare le volontà dei richiedenti. Così ci si trova sempre più spesso ad avere a che fare con commissari alle prime armi, vogliosi di imparare ma timorosi di sbagliare e presidenti che si assumono il compito di fare da tutori delle nuove leve, mandate a gestire dinamiche complesse, legate all’attribuzione di voti conclusivi di un intero ciclo, spinti dal miraggio di raggiungere il punteggio che non si è riuscito a racimolare durante l’anno o di aggiuungere giorni di servizio utili per l’ottenimento dell’assegno di disoccupazione.

Il precario della scuola è una figura professionale che vive le contraddizioni del conflitto generazionale nella quotidianità: pur essendo legalmente e professionalmente alla pari con i suoi colleghi più anziani, si ritrova a desiderare come una benedizione, ciò che per loro sarebbe un fastidio. La differenza di fondo negli atteggiamenti sta nel fatto che per i più anziani il periodo estivo senza lavoro si chiama vacanza, per i più giovani si chiama disoccupazione, e viene vissuta sempre con il timore che questa volta la pausa possa non finire a settembre.

Ed eccoci di nuovo a giugno con i ragazzi pronti a sostenere la prova che li consegnerà al mondo degli adulti e, dall’altra parte, una sempre più nutrita schiera di ex ragazzi, non più con la chioma brizzolata ma sempre più spesso con l’orecchio bucato, il tatuaggio nascosto e quel look apparentemente serio che serve a nascondere la più dura verità alle nuove generazioni: il fatto che quell’esame non mette in palio nulla, che oltre quel gradino non c’è niente di garantito ma solo un’estate che vedrà accomunati giovani commissari e neo-maturati dalla prospettiva di dover inventare un senso per il proprio futuro.

Un commento a La maturità dei precari

  1. Condivido pienamente tutte le amare considerazioni contenute nel post e mi sento quasi in colpa nella mia (sicura?) posizione “privilegiata” di professore in pensione. Mi congratulo per la scelta azzeccatissima dell’immagine a corredo. Si tratta della marca tipografica di un’edizione cinquecentesca recante in forma abbreviata [VIM VI (la forza con la forza)] il principio giuridico, che oggi definiremmo della legittima difesa, sancito per ben due volte nel Digesto giustinianeo:

    4.2.12.1 Ulpianus 11 ad ed.
    Quaeri poterit, an etiam ei qui vim fecerat passo vim restitui praetor velit per hoc edictum ea quae alienavit. Et Pomponius scribit libro vicesimo octavo non oportere ei praetorem opem ferre: nam, cum liceat, inquit, vim vi repellere, quod fecit passus est. Quare si metu te coegerit sibi promittere, mox ego eum coegero metu te accepto liberare, nihil esse quod ei restituatur.

    43.12.1.27 Ulpianus 69 ad ed.
    Vim vi repellere licere cassius scribit idque ius natura comparatur: apparet autem, inquit, ex eo arma armis repellere licet.
    VIM VI, dunque, è la forma abbreviata di VIM VI REPELLERE LICET (È lecito respingere la forza con la forza).

    Lascio al lettore ogni ulteriore riflessione ed ogni interpretazione che chiunque può fare pro domo sua, ma non posso esimermi dal manifestare chiaramente la mia: se la politica lascia incancrenire (come ha sempre fatto) questo ed altri problemi, ci attendono, purtroppo, scenari ben più foschi di quello che giovani (e non più giovani…) stanno vivendo sulla propria pelle e di cui il post, per chi sa e vuole capire, costituisce eloquentissima e coraggiosa testimonianza.

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