Bernabò Sanseverino, signore di Nardò

BERNABO’ SANSEVERINO, DA CAPITANO DI GUERRA A SIGNORE DI NARDO’ (1384-1400)

III parte

di Roberto Filograna

 

Bernabò Sanseverino, signore di Nardò

Nel 1384, Bernabò Sanseverino, dopo aver occupato la città con le sue terre e casali, alla testa delle sue milizie e forse con l’aiuto di Pietro d’Enghien, ne divenne il signore. La città, infatti, fu infeudata a lui ed al fratello Luigi da re Luigi I d’Angiò.

All’occupazione della città seguirono azioni repressive nei confronti dei filodurazzeschi e dei seguaci di papa Urbano VI. Nell’ambito di tali azioni, lo storico G.B. Tafuri segnala la devastazione e l’incendio del cenobio dei frati domenicani, tra i più strenui sostenitori del papa romano.

Nel 1385 Bernabò Sanseverino era saldamente insediato a Nardò. Ciò rese possibile al papa Clemente VII di conferire in commenda il monastero di S. Stefano de Curano a frate Matteo, sacrista del monastero di S. Maria de Nerito. Il papa Clemente VII, non potendo fare riferimento al pastore diocesano locale (l’abate Guglielmo  è di obbedienza romana), si rivolse al neo vescovo di Lecce, Nicola, avignonese e filoangioino, perché conferisse, per sei anni, la commenda di cui sopra a frate Matteo. Il presupposto affinché, concretamente, andasse a buon fine tale operazione, era rappresentato dal fatto di poter fare affidamento sul favore e sostegno del feudatario locale e cioè del Sanseverino.

Nel 1386 la città di Nardò, per il tramite di Bernabò, era ancora e certamente sotto il dominio di Luigi II d’Angiò. Lo ricaviamo da un atto del notaio Pietro di Giorgio di Napoli, redatto a Nardò il 15.04.1386, conservato tra le pergamene del monastero di Santa Chiara di Nardò, e dove, per l’appunto, si legge che al momento della stesura del documento è regnante serenissimo domino, domino nostro Ludovico (Luigi) secondo, Dei gr(ati)a inclito rege Ierusalem et Sicilie, ducatus Apulie… In un altro atto, redatto tre anni prima, il 2.10.1383, sempre a Nardò, dal notaio Berardo di Nardò e sempre conservato nell’archivio dello stesso monastero, si legge che in quel momento era regnante serenissimo domino, domino nostro Karolo tercio (Carlo III di Durazzo), Dei gr(ati)a inclito rege Ierusalem et Sicilie, ducatus Apulie …

Nel 1387, con il favore ed il sostegno politico e militare di Bernabò Sanseverino, il papa Clemente VII esautorò oltre che di fatto anche formalmente l’abate Guglielmo, che dal 1362 reggeva la diocesi neretina, nominando al suo posto, con apposita bolla, il 28 giugno, nel ruolo di vescovo, Matteo del Castello, frate proveniente da nobile famiglia, filoangioina e filoavignonese, appartenente al patriziato locale.

Con tale nomina Clemente VII creò una nuova sede episcopale, conferendo un nuovo assetto giuridico-istituzionale al monastero di S. Maria de Neritone, la cui chiesa monastica fu elevata a cattedrale, nel mentre per Nardò veniva suggellato il suo ruolo di civitas.

E’ probabile che Bernabò, in quanto capitano di guerra, fosse impegnato per motivi operativi in continui spostamenti nella geografia del regno di Napoli, ma anche oltre tali confini. E’ pertanto verosimile che in sua assenza il feudo di Nardò venisse retto dal fratello Luigi o dal padre Francesco. Quest’ultimo, peraltro, ebbe un ruolo di tutto rispetto nella nomenclatura dell’aristocrazia e del potere politico angioini, visto che nel 1389, insieme con Tommaso Sanseverino e Raimondo Orsini del Balzo, ricoprì la carica di governatore del regno di Napoli, con nomina di Luigi II d’Angiò, e in questo ruolo emanò importanti provvedimenti tesi a tutelare la navigazione nel mar Adriatico dagli attacchi dei pirati. 

Nel 1397 Bernabò Sanseverino ottenne da re Luigi II d’Angiò un privilegio con cui il sovrano riconfermava alla città di Nardò grazie che lo stesso Bernabò aveva ad essa precedentemente concesso, dimostrandosi con ciò governante generoso e certamente benvoluto. Tra le grazie sono annoverati vari affrancamenti fiscali tra cui il non pagare le tasse il lunedì e, addirittura, per ben 8 giorni  di seguito, in coincidenza della festa agostana della Carità, che ogni anno iniziava il pomeriggio del primo sabato di agosto e si celebrava, con un gran corteo di bandiere, nei pressi della chiesa della Carità, nell’attuale piazza Osanna.

Bernabò Sanseverino intrattenne buoni rapporti con la civica amministrazione neritina, concedendo all’Universitas l’appannaggio della centesima sulla vendita dei frutti prodotti nel feudo Imperiale.

Buoni rapporti intrattenne anche con la comunità ebraica locale. In verità, già da qualche decennio prima dell’avvento di Bernabò Sanseverino, tale comunità, sia per l‘atteggiamento condiscendente della regina Giovanna I, sia per quello benevolo dell’Amministratore diocesano locale (l’abate benedettino Guglielmo prima, ma poi anche del vescovo Matteo del Castello), viveva una fase storica congiunturale molto favorevole: sviluppo demografico per migrazione nella città di ebrei provenienti da altri centri pugliesi, ricostruzione della giudecca e della sinagoga nel pittagio S.Paolo; sviluppo delle attività produttive legate alla lavorazione e concia delle pelli e al commercio di carni e derrate alimentari.

Soprattutto in quest’ultimo ambito, per il tramite del mercante ebreo Sabatino Russo (proveniente da Lecce, o forse da Copertino), Bernabò Sanseverino intrattenne rapporti commerciali con il famoso commerciante veneziano Biagio Dolfin, al quale vendeva frumento e carne salata, con l’invio di navi che caricavano le derrate alimentari nel porto di Nardò (verosimilmente localizzato nella baia di S.Caterina o di S.Maria). Infatti, il mercante, già dal 1392, aveva costituito con il Dolfin una compagnia di colleganza: l’ebreo che viaggiava, con un terzo di capitale; il veneziano, residente, con i rimanenti due terzi; gli utili venivano divisi in parti uguali.

Non a caso questa società fu costituita tre anni dopo l’emanazione degli importanti provvedimenti, da parte di Francesco Sanseverino, padre di Bernabò, tesi a tutelare la navigazione commerciale nel mare Adriatico dagli attacchi dei predoni del mare. Cosa che potrebbe far risaire già a tale anno l’inizio di attività commerciali marittime tra Nardò e Venezia. E non a caso, inoltre, l’episodio di seguito riportato accadde a danno dello stesso Bernabò Sanseverino. Tale episodio è riportato su di una lettera datata 14.03.1399, scritta dal Sabatino Russo ed inviata al veneziano Dolfin, dopo essere stata completata la sua stesura nel giro di qualche giorno. Con tale missiva il Dolfin veniva informato che la nave da trasporto, diretta a Venezia, ancorata nel porto di Nardò, stipata di frumento e carne salata, di proprietà de Signore del posto e cioè di Bernabò Sanseverino, era stata presa di mira da predoni del mare, a bordo di una galea de Lypari. Poiché talea galea vynea p(er) vulery pillare la nave intru lu portu di Nyrdò, Mys(er) Byrnabò di Santu Saveryno lu sinory di Nyrdò, era lu carycu sua di la dicta nave e vydea ca non putea difendery la nave da la galea, comandò chi la nave facessi vela e decessi andare in Tar(e)ntu a ssalvarysi.  Cosa che però non riuscì in quanto, dopo un iniziale, favorevole e forte vento di scirocco , che consentì alla nave di veleggiare velocemente nella direzione di Taranto, mancò lu ventu e ffo bynaza…cosicché lla galea pillò la nave. La nave commerciale era comandata da Nicolai de Aloa. La compagnia di colleganza finì poi miseramente a causa dell’ombra di sospetto gettata tra il Russo e il Dolfin da un altro ebreo, tal Moisè de Meli, che accusò il primo di aver truffato il socio derubandolo del carico della nave, sostenendo che era caduta nelle mani dei pirati di Lipari.

In considerazione del ruolo svolto sia da Francesco padre e da Bernabò figlio nello scacchiere della contrapposizione e lotta per l’acquisizione del regno tra durazzeshi ed angioini, non sarebbe peregrina l’idea che, dietro l’aggressione piratesca liparota e la probabile calunnia del de Meli, ci fosse una precisa strategia politica durazzesca tesa ad intaccare gli interessi e gli scambi commerciali marittimi di quest’area di influenza angioina nel basso Salento.

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