La vendemmia negli anni ’50 nel Salento meridionale

di Luigi Cataldi

I meccanismi della memoria sono veramente straordinari: eppure oggi dovrebbe essere meno difficile di ieri (lo “ieri” degli anni ’60-’70) trovare risposta ad alcuni interrogativi, legati alla cosiddetta memoria a lungo termine: come possa nella mente di una persona anziana, farsi innanzi un ricordo di quasi sessanta anni prima, vivido ed attuale come se l’evento fosse avvenuto pochi giorni o poche ore prima.

Le immagini della vendemmia scorrono come in un documentario dei famosi film Luce che venivano proiettati al cinema prima dell’inizio del film, negli anni in cui questa era la modalità abituale, per la diffusione delle notizie di attualità, oltre la carta stampata.

Forse ciò è dovuto all’importanza che io medesimo, bambino di 7 anni, davo al mio ruolo in quelle occasioni. Esse ebbero inizio, ricordo perfettamente, nei primi anni cinquanta del secolo scorso: anzi, specificatamente, nel mese di settembre del 1952, e mi portano alla memoria ricordi chiarissimi ed amabili, che mi trasportano con dolcezza estrema a quei tempi relativamente lontani.

Avevo da poco compiuto 7 anni e ai primi di ottobre iniziava la scuola, frattanto in tutto il Salento, con variazioni di giorni comandate dall’andamento climatico, dalla permanenza del caldo secco, dal tasso di umidità, e non ultimo dalla possibilità di non previsti ma prevedibili cambiamenti dei tempi con l’arrivo delle piogge autunnali, si decideva, di solito con pochissimi giorni di anticipo, il giorno della vendemmia.

Bisognava ovviamente trovare disponibili almeno tre carri trainati da buoi o da muli, i nostri antichi “traìni” completi di trainiere, e poi gli “òmmeni e le fìmmene”, ma alla vendemmia, festa del raccolto, partecipavano spesso i bambini, che davano aiuto ai genitori, anche approfittando che la scuole erano ancora chiuse. Credo anzi, a questo proposito, che il tempo della vendemmia sia stato per molti anni concausa della persistenza, in tutto il Sud Italia, della data relativamente tardiva di riapertura delle scuole.

Se le mie tre vecchie zie “di Ugento” (così erano definite da tutti i nipoti), sorelle minori della mia nonna materna, che col matrimonio aveva seguito lo sposo a San Cesario, centro limitrofo a Lecce, dove si avviava a compiere gli 80 anni), se esse, le “signorine” Giannelli, come amavano definirsi e come erano note al paese, dovevano far si che tutto fosse pronto e organizzato per la vendemmia, fin nei minimi particolari (tramite un uomo di fiducia), in realtà era il mio zio “giovane”, nemmeno quarantenne, che correva da una parte all’altra con il motocarro, dal vigneto alla cantina sociale, al palmento di casa delle zie. E il motocarro costituiva il terzo mezzo, oltre ai due “traini”, anzi era in grado di trasportare, non solo due, ma tre botti colme di grappoli d’uva, era assai più veloce dei “traini”, e non necessitava della persona di “controllo”. E si! In effetti il ruolo di noi due fratelli e degli altri nipotini, tutti in età compresa tra 8 e 5 anni, ancora nell’età dell’innocenza, quando toccava a loro, era quello di accompagnare ogni traìno con due botti ciascuno colme di grappoli maturi, dalla vigna al palmento della Cantina Sociale cui doveva afferire il carico, evitando con la nostra innocente presenza, che l’intero carico di uva venisse afferito altrove. Solo una parte del raccolto, veniva, sul finire della vendemmia, avviato al palmento di famiglia, situato nella stessa proprietà delle zie, dove subiva tutti i processi di vinificazione e trasformato in un certa quantità di vino per il consumo delle nostre famiglie.

Noi bambini contribuivamo in qualche maniera a guardare gli interessi della famiglia. Così raccoglievamo, e, non senza qualche difficoltà, riempivamo i tradizionali (piccoli i nostri) panieri di canne tagliate sottili e intrecciate, che le vendemmiatrici ci aiutavano a colmare con solo pochi grappoli staccati da i “cippuni” con pochi sapienti colpi di cesoia.

I panieri venivano svuotati nei grandi e pesanti tini in legno che gli “òmmeni” portavano a spalle tra i filari di vite fino a raggiungere “lu traìnu”, o il motocarro dello zio a depositare nelle botti il preziosi grappoli.

Ricordo vagamente i racconti del “trainiere” durante il relativamente breve per corso dal vigneto alla cantina sociale, ma ciò che ricordo con particolare vivezza sono due cose: il rosario recitato tutte le sere affacciati al balconcino della nostra camera da letto a piano terra, con la partecipazione delle donne del vicinato che si portavano le sedie da casa; e il fatto che, dopo una frugale cena a base di verdure, un’insalata di pomodori e una fettina di formaggio locale, andavamo a dormire alle sette e mezzo (e pur non essendoci in quegli anni l’ora legale era ancora chiaro), in un gran letto di ferro battuto con le incrostazioni di madre perla sulla testata, e che pur essendo in tre, io, mio fratello e anche lo zio, nel lettone restava ancora tanto spazio.

Una volta poi, ero in costume da bagno e mi avevano abbondantemente lavato i piedi per pigiare tutti insieme l’uva appena arrivata dal vigneto di “Porchiano” (località non lontana dal santuario della Madonna della Luce risalente al 1576), quando mentre pigiavo sentii un dolore terribile sotto la pianta del piede destro, era veramente un dolore terribile… Una vespa trovandosi costretta tra il mio piede e il pavimento dolce e profumato fatto di chicchi e succo d’uva, per liberarsi mi aveva punto proprio sotto la pianta del piede, dove, dopo l’estrazione del pungiglione della povera vespa ormai condannata a morte, mi applicarono, seguendo il consiglio di una delle contadine presenti, uno spicchio di aglio allo scopo di lenire il dolore, ma ricordo che mi fece male per alcuni giorni.

Negli ultimi 50 anni i numerosi progressi tecnologici ci hanno certamente privato di momenti ricchi di umanità, e per lo più ci hanno gratificato con un apparente miglioramento della qualità della nostra vita… attenti all’inquinamento, cari amici e conterranei salentini.

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