Bisignano e Nardò. I Sanseverino e gli Acquaviva

Bisignano e Nardò. I Sanseverino e gli Acquaviva

di Roberto Filograna

Sia la città di Bisignano[1](l’antica, medioevale Visinianum), sia la città di Nardò[2] (l’antichissima, messapica Naretinon), legano buona parte della loro storia più recente, dal XV secolo sino ai tempi dell’eversione della feudalità, al nome di due grandi famiglie che detennero il potere feudale ed amministrativo delle due città: i Sanseverino a Bisignano e gli Acquaviva a Nardò.

La famiglia Sanseverino e la famiglia Acquaviva appartenevano al gruppo delle sette famiglie più importanti del regno, assieme ai Ruffo, ai d’Aquino, agli Orsini del Balzo, ai Piccolomini e ai Celano. Ambedue le famiglie, improntarono la storia, l’economia, la cultura e la vita economica e sociale dei due centri, con alterna fortuna per gli stessi e secondo direzioni prevalentemente parallele ma che in qualche occasione divennero convergenti con punti d’incontro che produssero eventi di notevole importanza storica per gli stessi centri.

I Sanseverino di Bisignano: le origini

Discendenti da Troisio, nobile cavaliere venuto in Italia con i conquistatori Normanni, gli Hauteville, presero il loro nome dal dominio sulla terra di San Severino, nel principato di Salerno[3].

Essi furono sempre presenti nel corso degli avvenimenti più importanti del regno e vissero il più delle volte da protagonisti tali avvenimenti e di conseguenza anche i mutamenti sociali e politici che si susseguirono nel corso dei secoli. Attraverso eredità, concessioni e acquisti costruirono un gran complesso feudale, grande quanto una provincia e con al centro la città di Bisignano, col suo titolo di principe (primo titolo e dignità del regno di Napoli)[4].

 

Gli Acquaviva di Nardò: le origini

stemma degli Acquaviva d’Aragona

Tra le più antiche e più illustri famiglie del regno di Napoli, gli Acquaviva trassero origine dalla Germania e vennero in Italia al seguito di Ottone I, stabilendosi inizialmente nella Marca di Ancona. Nel 1195, con Rinaldo si trasferirono in Abruzzo, avendo ottenuto, da Enrico IV, proprietà e possedimenti in precedenza posseduti da Leone d’Atri.

Questa casata possedette innumerevoli feudi, oltre che in questa regione (ducato di Atri; principato di Teramo) anche in Campania (principato di Caserta), ma soprattutto in Puglia; tra questi ultimi ricordiamo, tra i più importanti, la contea di Conversano, portata in dote a Giulio Antonio Acquaviva dalla moglie Caterina, figlia di Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto; i marchesati di Bitonto e Acquaviva; la contea e poi ducato (1516) di Nardò, assegnata a Belisario Acquaviva da Federico II, il 12.03.1497; la contea, poi ducato (1600) di Noci; la contea di Castellana; il marchesato di Trepuzzi col feudo di Terenzano[5].

 

I Sanseverino e gli Acquaviva si imparentano 

Già molti storici hanno scritto diffusamente sulla nobile famiglia Sanseverino e su quella degli Acquaviva, pertanto, noi ci limiteremo a riproporre solo nomi e notizie su quei personaggi che hanno legato la storia di Bisignano con quella di Nardò e viceversa.

Antonio o Ruggero Antonio Sanseverino, 1° Signore di Bisignano acquistò la città di Bisignano  da Ferdinando I per la somma di 11000 ducati. A lui successe il figlio Luca e dopo Luca successe il figlio di Luca, Geronimo. Avendo partecipato alla famosa congiura dei Baroni, Geronimo, nel mentre si trovava a Napoli, fu arrestato la sera del 4 luglio 1487, insieme al conte di Lauria, suo parente, ed altri. Rinchiuso nelle carceri di Castelnuovo, non ne usci più vivo. Il principato fu confiscato ed il governo delle singole terre affidato a capitani regi.

La moglie, la principessa Vannella (o Mondella) Gaetani, figlia di Baldassarre, conte di Traetto, con l’aiuto di alcuni fidati amici, si trasse in salvo con i suoi cinque figli (Bernardino, il primogenito, Giacomo, Onorato, Jochellina e Sveva) al di fuori del regno.   Non si ha notizia di un loro rientro nel regno prima del 1495. Già nel 1496 Bernardino Sanseverino, il primogenito, ottenne dal Re la restituzione del principato e la riconferma dei privilegi[6].

Belisario Acquaviva, figlio secondogenito del famoso Giulio Antonio fu il primo duca di Nardò[7].

E’ probabile che le frequentazioni comuni della corte napoletana abbiano favorito l’incontro tra Sveva Sanseverino, la sorella di Bernardino, con Belisario Acquaviva, della nobile casata di conti di Conversano. Ambedue le nobili famiglie, infatti, appartenevano al Seggio napoletano del Nido. Quest’incontro, porterà poi alle nozze tra Belisario, a cui nel 1497 era stata infeudata la contea e poi ducato di Nardò, con Sveva, che si celebrarono nel 1500, cosicchè le due grandi famiglie si imparentarono per la prima volta. Dal matrimonio tra Belisario e Sveva nacquero numerosi figli: Caterina, Giò Bernardino (che successe a Belisario, come II duca di Nardò), Giacomo Antonio (vescovo di Nardò dal 1521 e poi rinunciatario, nel 1532, per nozze con Giovanna Spina), Giovan Battista (vescovo di Nardò dal 1536 al 1569), Adriana (che sposò Ferrante Castriota Scandemberg, conte di Soleto e di S.Pietro in Galatina), Vittoria, Antonia (sposa del nobile Giovan Battista della Marra), Laura (che sposò il signore di Locorotondo, Alessandro Carafa)[8].

A testimonianza visibile del matrimonio tra Belisario e Sveva, si può oggi osservare su una delle torri della cinta muraria della città di Nardò, e più precisamente all’esterno di una delle due torri di corso Galliano, lo stemma nobiliare partito, con le insegne degli Acquaviva e dei Sanseverino.

Oggi le spoglie mortali di Belisario Acquaviva e di Sveva Sanseverino riposano insieme con quelle del loro figlio primogenito Giovan Bernardino, secondo duca di Nardò, nel bellissimo mausoleo che si può ammirare nella chiesa di S. Antonio, in Nardò, fatto costruire nel 1545 dalla duchessa di Nardò Giovanna Gaetani[9], moglie di Giovan Bernardino, ed attribuito all’artista neretino Francesco Bellotto[10]. L’apparentamento tra la famiglia Sanseverino con quella Acquaviva fu ulteriormente suggellato con il matrimonio, sempre nel 1500, tra Onorato Sanseverino, fratello di Sveva, con Paola Acquaviva, dei duchi di Atri[11]. Onorato, terzogenito del principe Geronimo, fu barone di Sangineto, Bonifati e S.Agata.

Altre vicende ed altri matrimoni

Nel 1517, dopo la morte del padre Bernardino, divenne 4° principe di Bisignano, Pietrantonio Sanseverino e lo rimase sino al 15.09.1565, data del suo decesso[12].

Nel 1528, scoppiata la guerra tra il re di Francia e l’imperatore Carlo V, il regno di Napoli fu invaso dalle truppe francesi comandate da Odet de Foix, visconte di Lautrec[13]. Pietrantonio, diversamente dal cugino, il duca di Somma, Alfonso Sanseverino[14], aderì alla causa imperiale, nel mentre si trovava a Taranto, insieme con l’altro cugino Giovan Bernardino Acquaviva, figlio di Belisario e di Sveva Sanseverino, anch’egli sostenitore della corona spagnola[15].

Giovan Bernardino Acquaviva, successo come secondo duca di Nardò alla morte del padre avvenuta nello stesso anno, era riparato a Taranto, con il cugino Sanseverino, perché la città di Nardò, con il parere favorevole dell’universitas e della maggior parte del patriziato locale, aveva aperto le sue porte ai francesi comandati da Andrea Civran. La città, che si era dichiarata, dunque, filofrancese, lo rimase sino al 5.10.1529, data in cui, dopo lungo assedio, vennero firmati i capitoli di resa agli spagnoli, comandati da Alfonso Granai Castriota, marchese di Atripalda[16].

Solo qualche anno più tardi, nel 1532, e dopo ben due richieste disattese, Giovan Bernardino Acquaviva ottenne la restituzione del feudo neretino, con decreto dell’imperatore Carlo V[17].

Le frequentazioni con i parenti di Terra d’Otranto non potettero non avere un ruolo, nel favorire il matrimonio celebrato nel 1539 tra Pietrantonio Sanseverino con Erina Castriota Scandemberg, figlia ed unica erede di Ferrante Castriota, conte di Soleto e di S. Pietro in Galatina e di Adriana Acquaviva, figlia di Belisario e di Sveva Sanseverino[18].

Pietrantonio sposò Erina Castriota in terze nozze e alla morte del suocero ricevette in dote dalla moglie la contea assieme alla baronia di Gagliano[19].

Erina, pronipote dell’eroe albanese, il grande Giorgio Castriota Scandemberg, favorì lo stanziamento di Albanesi nei feudi e nelle terre del marito, accordando loro esenzione di tributi, sgravi fiscali, immunità e privilegi particolari sino alla concessione dello sfruttamento gratuito delle terre. Si formarono, così, nuovi centri abitati; altri preesistenti ma spopolati per le pestilenze e guerre, vennero, in questo modo ripopolati, con nuovi impulsi all’agricoltura e alla pastorizia[20].

E fu, verosimilmente, lo stesso Pietrantonio che, in data imprecisata tra il 1539 e il 1553, accompagnandosi con il cugino Giovan Bernardino Acquaviva o, più probabilmente, con il figlio di questi Francesco (poi III duca di Nardò), partecipò all’aggressione perpetrata dall’Acquaviva, con le armi oltre che con invettive ed ingiurie, ai danni dei due neritini Antonio Marziale e Francesco del Castello, sindaci rappresentanti della città di Nardò, rei di essersi recati presso la regia Corte per esporre lamentele contro il duca. Cosa per la quale si celebrò verosimilmente un processo che richiese la prova testimoniale del capitano di Corigliano d’Otranto, che evidentemente o era stato presente o era, quanto meno, a conoscenza dei fatti avvenuti[21].

Il 6.07.1665[22], alla morte violenta del padre Cosimo (VIII duca di Nardò), ucciso in duello da Petraccone V Caracciolo,  duca di Martina, Giangirolamo II Acquaviva (Giangirolamo II, come duca di Nardò, e III, come conte di Conversano) ereditò il ducato di Nardò ed il relativo titolo di duca[23]. Questi, il 25.12.1680,  sposò Aurora Sanseverino[24], che aveva appena 13 anni e da cui non ebbe figli, anche perché egli morì l’anno successivo, nel mese di settembre.

Aurora Sanseverino, nata a Saponara, attuale Grumento (Pz), il 28.04.1667, era figlia di Carlo Maria, VIII principe di Bisignano e di Maria Fardella, dei principi di Paceco[25].

Sotto la guida di ottimi precettori, Aurora studiò latino, storia, filosofia, pittura, musica, dimostrando grande passione per la poesia; fu anche abile ed appassionata della caccia al cinghale.

Rimasta giovanissima vedova del duca di Nardò, dopo qualche anno conobbe e sposò a Napoli, il 28.04.1686, Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona, conte di Alife e poi duca di Laurenzana e principe di Piedimonte. Con la nascita a Roma, nel 1690, dell’accademia letteraria Arcadia, Aurora, bellissima dama aristocratica, che si era già fatta apprezzare per i suoi componimenti poetici, vi si iscrisse, con il marito (nel 1695), assumendo il nome di Lucinda Coritesia[26]. Visse tra i salotti culturali napoletani e il palazzo ducale della famiglia Gaetani a Piedimonte, vicino al quale, avendo fatto costruire un piccolo teatro, vi fece tenere alcune rappresentazioni a cui partecipò ella stessa, in qualche occasione, come attrice. Ebbe due figli, Cecilia e Pasquale, che le premorirono.

Aurora morì all’età di 59 anni, il 2.07.1726, a Piedimonte e fu seppellita nella chiesa dei Chierici Regolari Minori[27].

Un passo indietro

Ma la storia dei Sanseverino a Nardò non si esaurisce con i matrimoni e con i legami di parentela sopra riportati. Esiste, infatti, un capitolo di storia neretina non molto noto ma, comunque, molto importante, che riguarda i Sanseverino a Nardò e che precede i fatti fin qui descritti.  Nel 1384, infatti, Bernabò Sanseverino, del ramo dei Sanseverino di Marsico Nuovo in Basilicata, nipote di Guglielmo Sanseverino e di Margherita de Scotto, divenne signore di Nardò, in un periodo di grande conflittualità tra il partito degli angioini e quello dei durazzeschi, che si contendevano il governo del regno di Napoli. Bernabò grande capitano di guerra, fedelissimo di Luigi II d’Angiò, ottenne da questi molte grazie  e si dimostrò governante generoso e certamente benvoluto dai neretini[28].

Sotto il suo governo i neretini attraversarono un periodo di benessere e relativa tranquillità; perlomeno nei primi anni del suo governo; fiorirono gli scambi commerciali marittimi con i mercanti veneziani, talvolta impediti dalle scorrerie di vascelli di predoni del mare[29].

Bernabò Sanseverino fu  grande avversario  di Raimondello Orsini del Balzo, principe di Taranto, che gli contendeva il possesso della contea di Nardò e delle terre di Galatone, Aradeo, Seclì e Copertino e con il quale più volte si scontrò negli anni compresi tra il 1397 e il 1400. Ed infatti fu proprio nel 1400 che nella battaglia di S. Pietro in Galatina, Bernabò riportò una clamorosa  vittoria sulle truppe di Raimondello. Seguì la pace tra i due, mediata da Tommaso Sanseverino e verosimilmente condizionata da sopravvenute pessime condizioni di salute dello stesso Bernabò, il quale poco dopo si spense per tubercolosi o linfoma. Dopo la sua morte Nardò passò nelle mani di Raimondello Orsini del Balzo che la occupò senza molti spargimenti di sangue[30].

Alla morte di Raimondello, nel 1406, il possesso del feudo neretino passò nelle mani della moglie Maria d’Enghien e poi di re Ladislao di Durazzo, dopo che questi  sposò quest’ultima nel 1407. Alla morte di Ladislao nel 1414, il governo del regno e quindi anche quello sulla città di Nardò passò a Giovanna II che successe al fratello. In questo stesso anno ella concesse la demanialità alla città.

Ma nel 1415, il fratello di Bernabò, Luigi Sanseverino[31], anche lui capitano di guerra, vantando diritti, unite alcune truppe di soldati sottomise la città di Nardò. Luigi conservò il dominio sulla città sino al 1435[32], difendendolo dai ripetuti tentativi di recupero di esso, dapprima da parte di Maria d’Enghien e poi da parte di suo figlio Giovanni Antonio Orsini del Balzo.

Otre ad essere un valoroso uomo d’ami, Luigi Sanseverino si fece apprezzare per aver trasformato la città in un polo di attrazione culturale per i giovani di tutta la provincia che erano desiderosi di frequentare le rinomate scuole di lettere,  scienze e arte militare da lui fondate e sostenute[33].

Nel 1435 il conte Luigi cessò di vivere e la contea di Nardò passò a suo figlio Tommaso. Questi cercò di continuare il buon governo del padre, ma non poté impedire che una fazione di neretini favorevoli al principe di Taranto, Giovanni Orsini del Balzo, previo segreti accordi, il 27 dicembre 1438, aprisse, nottetempo, le porte della città alle sue truppe, consentendo loro di prendere la città. Avvertito in tempo, Tommaso riuscì a fuggire, ma non poté impedire che il giorno successivo anche la città di Copertino venisse occupata dalle milizie del principe di Taranto[34]. Qualunque sia stata la sorte del fuggitivo conte Tommaso, da quel momento in poi cessò la signoria dei Sanseverino a Nardò, che passò, pertanto, sotto il dominio di Giovanni Orsini del Balzo, principe di Taranto.

Dovremo attendere il 1500, col matrimonio di Belisario con Sveva, per avere un altro, anzi un’altra, Sanseverino tra i Signori di Nardò. Che anzi, da questo momento in poi, inizierà a Nardò una nuova linea del casato Acquaviva, dove, per l’appunto, i capostipiti saranno Belisario Acquaviva e Sveva Sanseverino dei principi di Bisignano.

Gli Acquaviva rimarrano a Nardò sino ad oltre il 2 agosto  1806, data in cui fu promulgata la legge sull’eversione della feudalità.


[1]La città di Bisignano, in provincia di Cosenza, conta poco più di 10.000 abitanti, è posta nel cuore della Calabria a 350 m sul livello del mare.

[2] La città di Nardò, in provincia di Lecce, con  i suoi 31.000 abitanti è, per popolazione, il secondo centro della provincia, dopo il capoluogo; si trova a 40 metri circa sul livello del mare e con le sue marine si affaccia sul mar Ionio.

[3] L’illustre ed antica famiglia era originaria della Normandia. All’epoca dei Normanni, con il nobile cavaliere Troisio (o Targisio), sceso in Italia al seguito di Roberto il Guiscardo, ottenne, nella seconda metà del XII secolo, la contea di Sanseverino, da cui la famiglia trasse il suo nome. Cf: A. Foscarini, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1927, 267; R. Fasanella d’Amore di Ruffano, Una grande famiglia nel mezzogiorno medioevale: I Sanseverino di Bisignano dal quattrocento all’eversione delle feudalità, in Cultura e spettacolo nel Principato di Bisognano. Vita di corte dal quattrocento al settecento (Atti del Convegno di Studi di Bisignano, 24 giugno 1997 – Quaderni del Palio, n. 1) a c. di L. Falcone, 1998, 9.

La famiglia fu decorata di tre dei sette Grandi Uffici del Regno, del Grandato di Spagna di 1a Classe, del Toson d’Oro, della Gran Croce di  S. Ferdinando e del Merito, dell’Insigne e Real Ordine di S. Gennaro e di altri dei più illustri ordini cavallereschi. Dal 1537 entrò a far parte dell’Ordine di Malta. Godette il Patriziato napoletano nel Seggio del Nido ed in quanto a ciò fu ascritta nel Libro d’oro della nobiltà napoletana. Arme: d’argento alla fascia di rosso (F. Bonazzi di Sannicandro, Famiglie nobili e titolate del Napoletano, Napoli 1902, rist. anast. Forni Ed. 2005, 216-217).

[4] Tale complesso feudale, già agli inizi del XVI secolo, aveva un’estensione di circa 4000 Kmq. Ricco di privilegi e rendite, costituiva all’interno del Regno di Napoli, un potente e temibile “stato nello stato” (M. Pellicano Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, Ed. Frama Sud, 1984, I, 221-224).

[5] La famiglia Acquaviva fu aggregata al patriziato napoletano nel Seggio del Nido e ascritta al Libro d’Oro nap., dal 1507. Arme: di oro al leone di azzurro linguato di rosso (Bonazzi, Famiglie , cit., 10-11; Foscarini, Armerista, cit., 21-22).

[6] Pellicano Castagna, La storia, cit., 222-224.

[7] Il 12.03.1497 la contea di Nardò fu assegnata in feudo a Belisario da  Federico II d’Aragona, in cambio della restituzione della contea di Conversano al fratello Andrea Matteo; il 19.05.1507 la contea venne trasformata in marchesato per il conferimento a Belisario del titolo di marchese di Nardò assieme alle seconde cause; il 3.07.1517 il marchesato venne trasformato in ducato, a seguito del conferimento del titolo di marchese sempre a Belisario, con diploma di Carlo V (cf R. Filograna, Castelli, fortificazioni ed antichi privilegi della città di Nardò, Lecce 1999, 223, n. 17). 

[8] Filograna, Castelli, cit., 86-91, 225.

[9] Giovanna Gaetani è figlia di Onorato, duca di Traetto (attuale Minturno, in provincia di Latina), nonché cugino di 2° grado di Sveva Sanseverino, in quanto nipote del nonno materno di quest’ultima, Baldassare Gaetani.

[10] Per notizie esaustive sul monumento funebre della famiglia Acquaviva, sito nella chiesa di S. Antonio di Padova di Nardò, consulta il recente contributo di Marcello Gaballo, Il monumento funebre degli Acquaviva d’Aragona di Nardò. Un artista al servizio dei duchi e dei loro congiunti in Terra d’Otranto, in “Spicilegia Sallentina”, n. 1, maggio 2007, 11-21.

[11] Paola Acquaviva d’Aragona era figlia di Giovanni Antonio, duca di Atri, cugina di Belisario, 1° duca di Nardò.

[12] Pellicano Castagna, La storia dei feudi, cit., vol.1°, 225-227.

[13]Per notizie più approfondite sull’invasione francese del Lautrec, soprattutto per quanto attiene le vicende di Terra d’Otranto e neritine in particolare cf: M. Tafuri, Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò, Stamperia dell’Iride, Napoli 1851, I, 434 e segg.; G. Rosso, Istoria delle cose del Regno di Napoli sotto l’impero di Carlo V cominciando l’anno 1526 per l’insino all’anno 1537, scritta per modo di Giornali, VIII, Gravier, Napoli 1770, 9; P. Giannone, Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Gravier, Napoli 1770, 564 (XXXI, 4); Filograna, Castelli, cit., 226 e segg..

[14] Pellicano castagna, La storia dei feudi, cit., I, 226

[15] Archivio Generale di Simancas, Papeles de Estado, Legajo 1010-119; Tafuri, Opere, cit.,  I, 437.

[16] I capitoli di resa vennero firmati nella vicina terra di Copertino. Per gli spagnoli intervenne il Marchese di Atripalda, mentre in rappresentanza della città di Nardò, furono sottoscritti dai dottori Raffaele del Castello, Guiduccio Sembrino e Stefano Tafuri. Per un approfondimento su tali capitoli, integralmente riportati, cf Tafuri, Opere, cit., I, 439 e segg.; Filograna, Castelli, cit., 227 nota 45.

[17] Filograna, Castelli, cit., 227-232.

[18] Pietrantonio, figlio di Bernardino Sanseverino (3° Principe di Bisignano), era nipote di Sveva Sanseverino, moglie di Belisario Acquaviva e sorella del padre Bernardino. Erina Castriota, era anch’ella nipote di Sveva Sanseverino, in quanto figlia di Adriana Acquaviva, figlia di Sveva Saneverino e di Belisario.

Pietrantonio Sanseverino era, pertanto, consanguineo di Erina Castriota: ambedue  nipoti di Sveva Sanseverino ed Erina fu sposa del figlio di un suo prozio.  Quando era ancora in vita il padre, Pietrantonio si era sposato in prime nozze, l’8.06.1511, con Giovanna de Requesenz, figlia del fu Galcerano, conte di Trivento, che morì subito dopo e da cui non ebbe figli. Contrasse, quindi, seconde nozze, nel 1512, con Giulia Orsini, figlia di  Giovan Giordano, Signore di Bracciano, da cui ebbe due figlie: Felicia (poi maritata con Antonio Orsini, duca di Gravina) ed Eleonora (poi maritata con Ferdinando d’Alarcon y Mendoza, marchese di Rende). Nel 1539, in terze nozze, sposò Erina Castriota, pronipote del grande Giorgio Castriota Scandemberg. Ottimo uomo d’arme, Pietrantonio si mantenne sempre fedele all’imperatore Carlo V, dal quale, peraltro, il 20.12.1520, ebbe la riconferma dei possedimenti e di tutti i privilegi precedentemente concessi alla sua famiglia.

Dopo l’invasione francese del Lautrec, partecipò alla spedizione punitiva contro i baroni ribelli della Calabria e della Basilicata. Nel 1535, partecipò alla spedizione di Tunisi con una nave armata a proprie spese, e dal 9 al 12 novembre dello stesso anno, ospitò con grande fasto e magnificenza, nel suo castello e tenuta di caccia di Santo Mauro, presso Corigliano, lo stesso imperatore Carlo V, reduce dall’impresa di Tunisi. In questa circostanza, a causa della fantastica accoglienza riservatagli, si dice che lo stesso imperatore Carlo V domandasse, con compiacimento al Sanseverino: “Ma voi siete il principe o il re di Bisignano?”. Il principe Pietrantonio ebbe grande passione per la caccia e per i cani. Fu il primo tra i nobili napoletani a ricevere, da Carlo V, le insegne dell’Ordine del Toson d’Oro. Si spense a Parigi l’8.04.1553 (o forse nel 1559) e, per suo espresso desiderio, la sua salma fu traslata a Bisignano, nella sacrestia della chiesa di S. Francesco di Paola. La moglie Erina Castriota, che gli sopravvisse, morì  il 15.09.1565 (Pellicano Castagna, La storia dei feudi,, cit., 225-227; Fasanella D’Amore di Ruffano, Una grande famiglia,, cit., 11-12).

[19] L. A. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d’Otranto, Lecce 1994, 439; Pellicano Castagna, La storia, cit., 226-227.

[20] I centri abitati ripopolati e quelli fondati ex novo dai profughi albanesi, dettero  luogo, in seguito,  alle attuali località di Acquaformosa, Altomonte, Castroregio (con la frazione di Farneta), Cervicati, Cerzeto (con le frazioni di Cavallerizzo e San Giacomo), Civita, Falconara, Firmo, Frascineto, Lattarico, Lungro, Mongrassano, Plataci, Rota Greca, San Basile, San Benedetto Ullano, Santa Caterina Albanese, San Fili, San Lorenzo, San Martino di Finita, Tarsia, Torano, Spezzano Albanese, tutte in provincia di Cosenza. In questi centri, tuttora, persistono tradizioni culturali e linguistiche albanesi. Paradigmatico è da considerare, ad esempio, il centro di Spezzano Albanese, che fondato, per l’appunto, da Pietrantonio Sanseverino e dalla moglie Erina Castrista Scandemberg dopo la metà del XVI secolo, a partire dal secolo successivo si caratterizza per una festa rustica in ricordo di una vittoria di Giorgio Scandeberg e in onore della Madonna delle Grazie.

[21] Al n.108 dell’elenco dei Privilegi e Scritture dell’Universitas di Nardò, redatto sia dal notaio F. Fontò, nel 1576, sia dal notaio G. F. Nociglia, nel 1595, si legge una declaratione fatta per lo Capitano di Corigliano (d’Otranto), et… contiene la violentia con arme  (…) et ingiurie fatte per il Principe di Bisignano et per il Duca di Nardò contro Antonio Marziale et Francesco del Castello, quali andarono à la Corte da parte della città (di Nardò), contro detto Duca. Il transunto non reca data, ma, in quanto redatto dal Fontò nel 1576, indica fatti certamente antecedenti a questa data.  

Per i Privilegi e Scritture dell’Universitas di Nardò cf Filograna, Castelli, cit., 197-279.

[22] Per la data precisa della morte di Cosimo Acquaviva v. Archivio di Stato di Napoli, Protocolli notarili, G.B. Aversana, 9 luglio 1666, cc.578r e segg.; Filograna, Castelli, cit., 341. Il duello si combatté  nei pressi del convento dei Cappuccini di Ostuni (Civitas Neritonensis, a c. di M. Gaballo, Galatina 2001, 120).

[23] Giangirolamo nacque, primogenito, da Cosimo Acquaviva e Caterina di Capua. Ebbe molti fratelli e sorelle: Giulio, Adriano, Domenico, Tommaso (frate e Cavaliere Gerosolimitano); le sorelle intrapresero e condussero tutte vita monastica nel monastero di San Benedetto, nella città di Conversano (Tafuri, Opere, cit., 448-449).

[24] Tafuri, Opere, cit., I, 449; E. Mazzarella, La sede vescovile di Nardò, Galatina 1972, 24.

[25] Fasanella D’Amore di Ruffano, Una grande famiglia, cit. 29, Tav.2/B. Rimasta giovanissima vedova di Giagirolamo Acquaviva, Aurora Sanseverino contrasse seconde nozze con Niccolò D’Aragona, Conte di Alife e Duca di Laurenzana.

Aurora Sanseverino nacque il 28.04.1667 (alcuni autori riportano, in verità, la data del 28.04.1669), e contrasse matrimonio con Giangirolamo II Acquaviva, ad appena 13 anni. Probabilmente non è un caso che Giangirolamo morisse l’anno successivo. Non è escluso, infatti, che, per motivi dinastici o meglio di eredità patrimoniale, fosse stato combinato tale matrimonio, cosa non inusuale in quei tempi, soprattutto tra le grandi famiglie del Regno. In via di ulteriore, pura ipotesi, si può supporre che alla data del 1680, anno del matrimonio, il duca di Nardò, senza eredi diretti, non godesse di buona salute e prevedendosene una prematura scomparsa, fosse stato combinato il matrimonio con la tredicenne Aurora. Sia il Tafuri, sia il Mazzarella, che verosimilmente riprende il primo, quando si riferiscono ad Aurora Sanseverino, pur nelle scarse informazioni che la riguardano, la definiscono moglie….celebre e rinomata, con l’evidente riferimento alla fama conquistata da Aurora Sanseverino negli ambienti culturali dell’epoca.

Alla morte di Giangirolamo II, gli successe come X Duca di Nardò il fratello minore Giulio.

[26] Successivamente, Aurora Sanseverino fece anche parte della Colonia Arcadica Sebezia di Napoli, poi dell’Accademia degli Spensierati di Rossano (Cosenza) ed infine, dell’Accademia degli Innominati di Bra (Cuneo), con il nome “La Perenne”.

[27] La salma riesumata nel 1985 è stata traslata altrove, forse a Roma.

Per approfondimenti sulla figura di Aurora Sanseverino e soprattutto sui suoi componimenti poetici e sulle committenze musicali, si rimanda a: G.M. Crescimbeni, L’istoria della volgar poesia, edizione 1698 e 1714; Idem, L’Arcadia, edizione 1711; A. Mazzarela da Cerreto, Aurora Sanseverino, in “Biografie di uomini illustri del Regno di Napoli”, Napoli 1814, II, 153 e succ.; P. Ferri, Biblioteca  femminile italiana, Padova 1842, 239; R. Marrocco, Niccolò Gaetani e Aurora Sanseverino, in “Archivio storico del Sannio Alifano”, 1919; D. Marrocco, L’Arcadia nel Sannio, in “Samnium”, Benevento 1952, I; A. Magaudda, D. Costantini, Aurora Sanseverino (1669-1726) e la sua attività di committente musicale nel Regno di Napoli. Con notizie inedite sulla napoletana congregazione dei sette Dolori, in “Giacomo Francesco Milano ed il ruolo dell’aristocrazia nel patrocinio delle attività musicali nel secolo XVIII”, in Atti del Convegno Internazionale di Studi (Polistena – S.Giorgio Morgeto, 12-14 ottobre 1999), a c. di Gaetano Pitarresi, Reggio Calabria 2001,297-415; D. Marrocco, Aurora Sanseverino Gaetani, in “Annuario 2000”,  a cura dell’Associazione Storica del Medio Volturno (ASMV), Piedimonte Matese; M. Giugliano, Aurora Sanseverino poetessa, in “Annuario 2003”, ASMV, Piedimonte Matese 2004; M. Giugliano, Aurora Sanseverino Gaetani poetessa (1667-1726), ASMV, ristampa a c. di Giulia d’Angerio-Pastore, Poligrafica Terenzi 2004.

[28] Filograna, Castelli, cit., 208, 245, 273; Tafuri,  Opere, cit., 40.

[29] A. Stussi, Antichi testi salentini in volgare, in Studi e documenti di storia della lingua e dei dialetti italiani, Bologna 1982, 160; R. Coluccia. Lingua e cultura fino agli albori del Rinascimento, in Storia di Lecce dai Bizantini agli Aragonesi,  a c. di B. Vetere, Bari 1993, 502-504; A. Pelliccia, Raccolta di varie cronache, diarj et altri opuscoli così italiani come latini appartenenti alla storia del regno di Napoli, V, Napoli 1782, 116.

[30] Per approfondimenti su Bernabò cf R. Filograna, Bernabò Sanseverino, da capitano di guerra a signore di Nardò (1384-1400), in “Spicilegia Sallentina”, n.2 – dicembre 2007, 49-65.

[31] Cutolo, Maria d’Enghien  111.

[32] Tafuri, Opere, cit., I, 406-409; Civitas Neritonensis, a c. di M.Gaballo,, cit., 67-68. Secondo gli storici locali, Luigi Sanseverino fu Signore di Nardò per 20 anni.

[33] Tafuri, Opere, I, 406.

[34] Tafuri, Opere, II, 553.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°4.

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