Gnorumàru, negro amaro, Negramaro

(da http://www.cantinadefilippo.com/img/negramaro.gif)

di Armando Polito

Gnorumàru è il nome di un vitigno tipico del Salento. Il corrispondente italiano, divenuto ormai simbolo nel mondo della produzione enologica salentina, è negro amaro/negramaro, inteso come composto da negro (dallo spagnolo negro, a sua volta dal latino nigrum) e amaro (dal latino amàrum); in realtà si tratta di una paretimologia giacchè gnorumàru risulta composto sì da gnoru (stessa etimologia di negro), ma il secondo componente non è amàrum bensì màurum=della Mauritania, africano (dal greco màuros=nero), a sottolineare in un sol colpo  il colore nero violaceo del frutto e il luogo d’origine. L’italiano, perciò, nel trascrivere correttamente la voce neritina, avrebbe dovuto dare vita a negromauro/negromoro. E’ nato invece, come sappiamo, negramaro, alla faccia di quanti vorrebbero che la lingua venisse costruita dagli addetti ai lavori nella speranza, forse anche così vana, di non incorrere in fraintendimenti ed errori. Ma la lingua è fatta dai parlanti: senonchè non tutti i parlanti sono filologi, anche se tutti i filologi sono parlanti; è stato così da sempre e perciò non è certo il caso di scandalizzarsi più di tanto: in fondo negramaro è solo la consacrazione ufficiale di un’errata “traduzione” dalla lingua originale e anche se la voce fosse stata creata da un filologo potremmo sempre confortarci pensando che quel tale era sotto l’effetto dello gnorumàru.

Dagli effetti sconvolgenti del vino a quelli coinvolgenti della musica il passo è breve: così negramaro è diventato anche il nome di un complesso musicale salentino affermato a livello nazionale e non solo.
E magari qualche critico musicale, mettendo il suo sigillo autorevole sull’errore paretimologico, arriverà ad affermazioni del genere: “La musica de i Negramaro è già tutta contenuta nel nome: magico mix di tristezza soul e di tragica amarezza mediterranea”. Dovrei ridere, ma mi vien da piangere… ottima scusa per consolarmi pensando che “non mi resta che allacciare un paio d’ali alla mia testa/e lasciare i dubbi tutti a una finestra1”; lo faccio bevendo un bicchiere di negramaro: alla salute!

_______

1 La finestra, dall’omonimo album del 2007.

5 Commenti a Gnorumàru, negro amaro, Negramaro

  1. Egregio Professor Polito. Col presente commento non intendo contestare le vostre dotte teorie sulle origini del termine NEGROAMARO o meglio GNORUMARU, però mi permetta di dissentire perchè non riesco a convincermi alla soluzione che date a quel termine, che ritengo sia un vostro rispettabile e personale convincimento, in quanto non sono state citate argomentate fonti scientifiche e nemmeno precisate reali fonti storiche che ne giustificano la vostra pregiatissima, ma non condivisibile, teoria. Se così fosse , come Voi stesso precisate, la vera traduzione dovrebbe essere NEGROMORO o GNORUMORU, termini che non solo non avrebbero alcun significato logico ma che andrebbero in contrapposizione con quelle che, invece, sono le proprietà organolettiche che ne caratterizzano il colore NEGRO >>> GNORU e il caratteristico sapore (che lo distingue da tutte altre uve) poco dolce e prettamente amarognolo AMARO>>>MARU, Quindi, pur non essendo né un accademico né un filologo, né …….un addetto ai lavori, mi permetta di dissentire dall’origine MAURITANO che, forse frettolosamente, si vuole assegnare al nostro originalissimo vitigno che ci fornisce la materia prima per ricavare il pregiatissimo vino dal classico colore NERO e dall’impareggiabile gusto AMAROGNOLO, ossia lu ……GNORUMARU e no lu GNORUMORU. Cordialmente S. C.

  2. Chiedo venia, per un’imperdonabile distrazione ho commesso 2 gravi errori grammaticali, per ben 2 volte ho citato il termine MI PERMETTA dando del LEI quando invece in tutto l’esposizione do del VOI, Pertanto, al posto di >>>MI PERMETTA<<>>PERMETTETEMI<<<, Grazie e scusatemi

  3. Per la “distrazione” credo convenga che ci diamo del tu, così eviterò pure io per il futuro di incorrere in un inconveniente del genere. Premetto che non sono un filologo e presumo solo di essere un ex scadentissimo professore di latino e greco; credo, però, che neppure tu sia un botanico e tanto meno un esperto di ampelologia storica; siamo, perciò, alla pari.
    Caro Salvatore, comprendo perfettamente il tuo disappunto e ti do pure ragione quando a caldo mi accusi molto garbatamente di aver “scippato” una nostra reale o presunta identità autoctona. Pure a me all’inizio la voce è sembrata chiarissima, ma in filologia (e non solo) tutto ciò che appare banale, scontato e chiaro spesso si rivela fallace. Lasceremo da parte il primo componente sul quale, mi pare, non c’è controversia alcuna e focalizzeremo la nostra attenzione sul secondo, anche se inevitabilmente tornerò sul primo. Il primo sospetto su “maru” è stato proprio che si riferisse alla proprietà organolettica da te rivendicata. Non mi è risultato, per esperienza personale e per informazioni assunte che l’uva in questione fosse meno dolce rispetto alle altre; per quanto riguarda il vino, poi, la sua colorazione (sono tornato a “gnoru”) dipende unicamente, sempre in base alle informazioni assunte, dalla tecnica di vinificazione: la prima prevedeva che il mosto (in origine con i raspi e la bucce, poi solo mosto) fermentasse in botti e il vino che ne usciva era più chiaro e amabile; la seconda prevedeva una fermentazione più lunga della pasta (mosto, raspi e bucce) in piloni (fermentini) e il vino che ne usciva era più scuro e di gusto meno delicato.
    Alla luce di quanto detto non mi pare che “meno delicato” possa essere assimilato tout court ad “amaro”. E poi, sarebbero state le qualità organolettiche del vino ad aver dato il nome al vitigno? Non dovrebbe essere il contrario?
    Quanto alle fonti: io non sono in grado di esibire attestazioni scritte sull’antichità (greca o latina) del vitigno e, quindi, sulle sue origini e, anche se le attestazioni di “gnorumaru” (tradotto, poi, in “negramaro”) sono cronologicamente più vicine a noi, ciò non significa che qualche fortunato ritrovamento non possa retrodatarne la nascita..
    Quando, d’altra parte, ho collegato “gnoru” con il latino “nigrum” e “maru” con il greco “màuros” sono semplicemente andato a ritroso per quanto più mi era possibile nell’etimo delle due voci, non intendevo affatto dire che il vitigno fosse di origine greca (arcaica, classica o bizantina) o latina. La nostra lingua, però (e non mi riferisco solo al dialetto), ha sempre conservato le tracce di quel percorso. Così il greco “màuros” è continuato, con lo stesso significato, nel latino classico e poi medioevale “maurus”, per dare “moro” alle soglie dell’età moderna.
    E poi non dobbiamo dimenticare che certi nomi contengono un riferimento al luogo d’origine di ciò che indicano (per esempio: in dialetto “portucallu” e, per restare nel nostro campo, “marvasia” e “malaca”). Parecchi vitigni hanno un nome composto, ma la seconda parte riguarda un toponimo, per esempio “Brunello di Montalcino”. Non può essere successo lo stesso, magari in epoca relativamente recente, per il nostro “nero di Mauritania?”.
    Un’ultima cosa: quando nelle mie indagini etimologiche non rivendico direttamente un etimo (magari contestandone uno o più diversi) vuol dire o che quella parola non ha posto e non pone problemi di sorta (e concordemente di essa è fornita, più o meno, la stessa spiegazione) oppure, soprattutto quando si tratta di una parola dialettale, che mi sono rifatto al Rohlfs. Anche se non è il Padreterno, io, in questo caso, ho sposato la sua ipotesi. Nella trattazione di un lemma non c’è spazio per giustificare certe scelte e sicuramente pure a lui in prima battuta sarà venuto in mente “maru”=amaro, ma non poteva sprecare spazio ad argomentare la sua scelta. Ho tentato, per quanto è nelle mie capacità, di farlo io, senza, per questo, la pretesa di entrare nel cervello altrui.
    Caro Salvatore, voglio chiudere con un’osservazione di carattere generale: difendere ciò che è stato riconosciuto come nostro è sacrosanto e, direi, doveroso in tempi di globalizzazione, che finisce per identificarsi col livellamento, la massificazione e, mi permetto di dire, la confusione. Però dobbiamo anche essere disponibili a sospettare, almeno in qualche caso, che il “nostro” non sia tutto “nostro”. Un cordiale saluto e grazie per avermi consentito di integrare quanto nel post sinteticamente espresso.

  4. Carissimo professore, La cultura e la conoscenza non conosce limiti, limiti che personalmente riconosco di averne tantissimi e grazie ai cultori della cultura, come voi, non finisco mai d’apprendere nuove conoscenze e a rendermi conto di quanto ancora ho da imparare. Con stima e cordialità S. C.

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!