Il problema della proprietà intellettuale e del cosiddetto diritto d’autore

di Armando Polito

La rivoluzione tecnologica in atto ha creato una nuova figura di ignorante, quella di chi non è in grado di sfruttare le enormi potenzialità che l’informatica con la rete ha messo a disposizione di tutti. Parallelamente alle nuove capacità, per così dire tecniche, di utilizzo del nuovo strumento è richiesta ancor più che in passato la capacità di affinare il proprio spirito critico per non correre il rischio di naufragare in un mare in cui, come in quello reale, accanto a meravigliose creature e a suggestivi paesaggi, si incontrano pure innumerevoli sacche e secche di spazzatura sui cui molteplici aspetti non mi soffermo.

E l’insegnamento di don Milani amplifica i suoi orizzonti, ponendo alle nostre coscienze problemi vecchi insoluti e problemi nuovi, con il correlato dovere di tentare di risolverli. Trasparenza è il vocabolo con cui, politici e non, si sciacquano sovente la bocca, salvo, poi, mettere in campo il segreto di stato a barriera contro la verità, con l’alibi che per il bene di tutti è meglio che pochi sappiano come effettivamente stanno le cose. Il problema è antico e solo in rare occasioni la storia successiva ha dimostrato che il segreto è stato, tutto sommato, un bene per l’Umanità. Non accenno nemmeno al dibattito in corso sulle intercettazioni che, rispetto al segreto di stato, possono apparire come futile cicaleccio.

Ma torniamo all’assunto principale. La conoscenza, dicevo, ricordando don Milani, è alla base della liberazione dell’uomo dal bisogno e da ogni forma di schiavitù e la rete, pur con i suoi rischi, si è assunto, all’inizio forse inconsapevolmente, il compito immane di diffonderla.

Mi soffermerò ora su un aspetto particolare, per me di importanza primaria. Il libro per secoli è stato il principale veicolo di evoluzione culturale e agli albori della stampa era certamente un oggetto riservato a pochi eletti.

Ma, sempre per quanto riguarda il libro, le cose, da allora, sono veramente cambiate? Ho l’impressione che, mentre l’economia di scala ha reso irrisorio nel tempo il costo di un apparecchio televisivo,  di un telefonino, di un computer, il libro in generale e in particolare quello che trasmette certi contenuti stia ancora pagando dazio.

Il problema della proprietà intellettuale e del cosiddetto diritto d’autore costituisce per me il freno più appariscente ma non decisivo. So benissimo che chi scrive ha lo stesso diritto a mangiare di chi esercita una qualsiasi altra attività e, in fondo,il diritto di autore ne costituisce l’immediato riconoscimento.

A prescindere dal fatto che esso, comunque, a mio avviso, potrebbe oggi essere regolamentato in modo diverso senza per questo abbracciare posizioni che possono apparire rivoluzionarie1, mi riferirò solo a quei testi per i quali il diritto d’autore è scaduto.

In passato bastava scorrere il catalogo di qualsiasi biblioteca e, trovato il testo d’interesse, consultarlo. Oggi, bene che vada, è possibile reperire in rete la dislocazione di un determinato testo, ma, per fruirne, occorre spostarsi fisicamente. Non mancano, è vero, banche dati di testi digitalizzati, ma si tratta di iniziative sporadiche ed è triste constatare che anche in questo settore l’Italia non è certo all’avanguardia.

E allora? Che si aspetta a digitalizzare almeno in formato grafico il patrimonio librario di tutte le biblioteche? L’operazione, oltretutto, sarebbe a costo zero o quasi, dirottando, dopo adeguata formazione,  parte del personale già in servizio. L’immissione in rete, poi, del materiale digitalizzato consentirebbe a chiunque di fruirne senza spostarsi da casa (evento, che in non pochi casi, fa passare l’interesse da caldo a tiepido, da freddo a gelido).

L’iniziativa dovrebbe a mio avviso coinvolgere non solo le biblioteche ma tutti gli archivi pubblici e, col dovuto permesso, anche quelli privati. Il risultato sarebbe molteplice: a parte la comodità di consultazione già detta, si eviterebbe anche il deterioramento, quello dovuto all’uso, di manoscritti e di libri rari e non, eliminando, inoltre, la spesso scoraggiante  pratica burocratica di permessi ed autorizzazioni speciali e riservandola solo ai casi in cui lo specialista ha bisogno di entrare in contatto con l’oggetto originale; senza dire, poi, che la digitalizzazione costituirebbe l’unico rimedio possibile  alle tutt’altro che infrequenti mutilazioni vandaliche e agli altrettanto criminali trafugamenti.

Possibile che con la tecnologia a nostra disposizione non siamo ancora riusciti a tramandare alle generazioni future quel patrimonio che in parte e con tanta fatica (loro e, successivamente  dei filologi…) gli amanuensi medioevali hanno fatto arrivare fino a noi?

Mi pare di sentire l’obiezione: una volta attuato questo processo c’è da attendersi una proliferazione di autori (?) specializzati nel copia-incolla e di opere (?) che io amo definire plagio a macchia di leopardo. Il fenomeno è antico e ne ho dato un esempio, credo eclatante, nel mio post “Se non è plagio ditemi voi cos’è” del 14 maggio u. s.; obiezione respinta: gli specialisti del copia-incolla oggi, proprio ai motori di ricerca della rete, sarebbero agevolmente smascherati da chiunque e sputtanati in tempo reale.

Forse il mio è solo un sogno e apparirò un ingenuo agli occhi di chi sta già pensando: “ Caro Armando, ma quando capirai che il potere ha paura della conoscenza e, in senso più lato, della cultura?”.

L’ho capito, da sempre; ma un sognatore non si rassegna, mai.

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1 A tal proposito segnalo, per esempio, il pensiero del giudice Gennaro Francione all’indirizzo http://www.laveracronaca.com/index.php?option=com_content&view=article&id=62:gennaro-francione-qnascita-ed-evoluzione-del-copyrightq&catid=1:ultime&Itemid=29

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