Tuglie. Un paese, un racconto

di Luigi Scorrano

Ogni paese ha una storia. Ma questa storia è fatta non solo degli avvenimenti, grandi o piccoli, dei quali un paese è teatro; è fatta anche dalla fisionomia del paese, dai suoi luoghi, dalle generazioni che vi impressero un segno distintivo e lo passano ai posteri. Si può fare storia di un paese anche così, osservando quanto ci circonda nel luogo in cui viviamo, ripensando alla nostra collocazione nella piccola società che esso ospita… Il racconto ‘storico’ di un paese può attingere anche in un percorso inconsueto la sua visibilità, il suo carattere.

Il paese di cui qui parliamo è Tuglie. Per ‘cartoline’.

Ritrattino di Tuglie

Con le sue case, con la sua piazza al centro di un abitato più lungo che largo, con la sua collina di Montegrappa che fa da belvedere su un ampio tratto di territorio, Tuglie, nella sua raccolta fisionomia, non manca di attrattive. Sembra quasi d’obbligo, quando si vogliano vantare origini illustri, rifarsi ai Romani (in Italia, almeno!) o anche più lontano: anche Tuglie non sfugge a questa specie di regola. Qualche traccia, per quanto incerta, una parentela potrebbe stabilirla. Ma è dal Medioevo che abbiamo qualche notizia più

Mostre/ Uniformi, decorazioni e cimeli dei cavalieri dell’Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme

a cura di Massimo Perrone

Il 20 giugno 2010 si è inaugurata presso la Galleria della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce  la mostra storica “ Uniformi, decorazioni e cimeli dei cavalieri dell’Ordine Equestre del S. Sepolcro di

I rimedi polivalenti della farmacopea popolare in tre proverbi

di Armando Polito

Nella nostra era scienza e tecnologia mi appaiono asservite al profitto e ad un edonismo sfrenato che si esprime nelle forme più disparate e contraddittorie che finiscono per creare nuovi bisogni e nuovi problemi. Tre soli esempi: l’allungamento della vita degli anziani e dei vecchi è un fenomeno drammaticamente grave per i giovani (il mio non è cinismo…masochistico) che procrastineranno fra poco ai cinquanta anni la nascita di un figlio probabilmente non tanto normale, il che creerà ulteriori problemi, anche di natura economico-assistenziale, per la nostra traballante società; l’illusione di fermare, o addirittura far arretrare, il tempo, splendido (?) dono del culto dell’immagine, cioè di ciò che appare, non di ciò che è, prontamente sfruttato dalla chirurgia estetica, peraltro benemerita per la correzione di difetti congeniti o acquisiti a seguito di incidente, che ha la presunzione in molti casi di far prevalere la discutibile attrattiva di un astratto, asettico e massificante canone di armonia su una imperfezione il cui portatore non è riuscito, per unica, imperdonabile sua colpa, a portare al nobile ruolo di tratto distintivo, caratterizzante, irripetibile, irrinunciabile; risale solo a qualche mese fa la notizia che i soliti ricercatori americani (bisogna riconoscere che i nostri, nonostante tutto, dedicano, magari all’estero, il loro talento a questioni meno banali) sono giunti alla geniale conclusione che la frutta prodotta fuori stagione presenta rispetto a quella stagionale una riduzione al (non del) 30% dei principi attivi più importanti per la salute umana, in primis gli antiossidanti (quella transgenica, invece…). In questo quadro parlare di farmacopea popolare potrebbe sembrare una nostalgica operazione passatista. Così non è, non solo perché la scienza ufficiale, propende, purtroppo solo a parole pronunziate fra l’altro a denti stretti, per un uso meno violento e manipolato, insomma più rispettoso della natura e meno asservito alla chimica, delle sostanze terapeutiche, ma anche e soprattutto perché in passato, tanto per fare un solo recente esempio di cronaca, nessuno aveva preteso di guarire il cancro col bicarbonato, naturalmente da pagare a carissimo prezzo, nell’immediato al momento dell’acquisto (si sa, per i maghi, e solo per loro, il bicarbonato ha un costo elevatissimo…) e un po’ più in là al momento della dipartita…

E’ tempo di far parlare il passato:

“L’uègghiu ti ulìa: ogni mmale pìgghia ia” (l’olio d’oliva: ogni male se ne va). Oltre che entrare come ingrediente nella preparazione di innumerevoli rimedi, era, da solo, il farmaco per eccellenza (dal rinforzo dei capelli ai dolori articolari); seguivano, a distanza notevole, gli unici concorrenti appresso citati.

“La marva: ti ogni mmale ti sarva” (la malva: da ogni male ti ti salva). Impacchi di cotone idrofilo inzuppato di infuso di malva tiepido, rinnovati ogni tre o quattro minuti, erano utilizzati per la cura delle emorroidi, dell’herpes zoster (fuoco di sant’Antonio) dell’orticaria (nel dialetto neritino “foca”, da un latino *foca, plurale collettivo di *focum, dal classico focus=fuoco), del mal di denti; impiastri di foglie fresche o secche, tenuti in loco per almeno un’ora, favorivano la maturazione di ascessi anche multipli (nel dialetto neritino “fau”; il corrispondente italiano è favo, dal latino favum, per evidenti analogia di forma), di paterecci e la riduzione dell’edema; l’estratto di malva era efficace anche contro la congiuntivite e la tosse, efficace come diuretico, rinfrescante delle vie urinarie.

“La ruta: ogni mmale stuta” (la ruta spegne ogni male); efficace contro i dolori di stomaco, per far maturare gli ascessi e come antielmintico (contru li ièrmi). Colgo l’occasione per ricordare l’etimologia di “stutare”: da un latino *extutàre, dal classico ex=lontano da+tutàri=proteggere (intensivo di tuèri=guardare, vigilare), con chiara allusione al fatto che il fuoco, se non vigilato, in passato si spegneva (ed era una iattura); non posso fare a meno di notare che, invece, oggi, il fuoco, se non vigilato (o volontariamente appiccato e non solo per eliminare le erbacce…) si estende (ed è, per motivi diametralmente opposti, una iattura).

Eventi/ Caravaggio a Lecce

di Marcello Gaballo

Si titola “Caravaggio? L’enigma dei due San Francesco” la mostra itinerante che celebra i 400 anni dalla morte dell’artista e che cerca di svelare il nuovo ma non ultimo segreto che chiama in causa il celeberrimo Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610), uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.
Patrocinata dal Ministero dell’Interno, promossa dalla Provincia di Lecce, è allestita nel complesso museale leccese di San Francesco della Scarpa, dal 4 luglio e per tutto il mese di agosto 2010 (ogni giorno, dalle 10 alle 20, ingresso libero). L’inaugurazione si terrà venerdì 2 luglio, alle 19,30.

Lecce, unica tappa del Sud Italia, è una delle città che ospiteranno il ghiotto evento culturale, avviato il 28 ottobre scorso al Viminale, proseguito il 7 novembre per il castello di Masnago a Varese, per poi approdare a Washington (in ottobre, presso la sede dell’Ambasciata d’Italia, in concomitanza con le celebrazioni del Columbus Day), all’Expo di Shanghai 2010, per concludersi a Milano.

(immagini tratte da http://caravaggio400.blogspot.com/2009/10)

La mostra porta da Roma due tele quasi identiche, restaurate qualche anno fa da Rossella Vodret, raffiguranti entrambe “San Francesco in meditazione”.

Bibliografia di Aldo De Bernart

ALDO DE BERNART. BIBLIOGRAFIA

a cura di Paolo Vincenti

 

1952

Parla…  (a firma Debey), in “La Voce della Coltura”, a.I,  n 1, Parabita 1952.

 

 

1953

Il corpo di un Santo,  in “La Voce della Coltura” a.II n. 1-2, Parabita 1953. 

La tela del S.Pietro di Gioacchino Toma, (scheda), in “La Voce della Coltura” a.II n. 1-2, Parabita 1953.

 

1955

Un pittore ed una pinacoteca sconosciuti a Parabita, in “Voce del Sud”, Lecce 1955.

 

1956

Ennesimo grido d’allarme per salvare il patrimonio artistico culturale salentino, in “Voce del Sud”, Lecce 1956.

 

1957

Il mago di Soleto: Matteo Tafuro, in “Nuovo Annuario di Terra d’Otranto”, vol.I, Galatina 1957.

 

1958

Antonio Bortone e Carlo Sozi Carafa, in “Voce del Sud”, Lecce 1958.

 

1960

– Nel Risorgimento in Terra d’OtrantoLa figura di Andrea Giannelli, in

C’era la luna sul mare di Castro

di Gianni Ferraris

C’era la luna sul mare di Castro. Ed era il primo giorno d’estate. La notte scendeva lentamente, si portava appresso stupore e voglia di lasciarsi andare. Quasi come se tutto fosse stato detto e ascoltato.  Poi di nuovo i ricordi che si inseguivano. Abbiamo mangiato acciughe e bevuto birra in riva al mare. “Li portate via o li mangiate qui vicino al mare?” ci chiedeva la signora che stava friggendo. “Qui, vicino al mare, è meglio”. Di fronte a quello spettacolo che le parole non riescono a dire, che commuove per la sua prepotente imponenza e maestosa bellezza era bello ascoltare le onde e la luna. Ma si sa,  spesso si vive ieri.  Oggi è talmente strano da sembrare incomprensibile.

“Devo andare ad Alessano domattina, mi accompagni? Poi ci fermiamo a Castro”. Mi aveva detto l’amica con la quale stavo condividendo birra e acciughe. Così ci sono andato, mentre lei era presa dai suoi impegni, io sono salito sull’auto e me ne sono andato in giro. Erano le otto e trenta circa quando entravo nel cimitero di quel paese. Non sono un frequentatore di cimiteri. Di solito li evito,  perchè  ritengo che i ricordi siano nel cuore e nella testa. Parlo con un tramonto, con la luna magari. Non mi riesce farlo di fronte ad una lapide con una fotografia che ha fermato un attimo, un momento. Non necessariamente dei migliori. Magari vedo quella posa in giacca a cravatta: “proprio lui che detestava le cravatte…”.  Ma era la foto buona, quella per le grandi occasioni.    E’ come il vestito della domenica di quando ero piccolo. Era magari bello, l’avevo scelto con cura, però non lo indossavo che in poche occasioni. Che perdita di tempo. Forse per questo il mio guardaroba è ridotto al minimo. Solo cose che mi piacciono. O con le quali mi sento a mio agio. Finchè le logoro.  Però ad Alessano mi sono sentito in dovere di entrarci, nel cimitero. C’è una specie di piccolo anfiteatro rotondo. Con gradoni dove ti puoi sedere. Al centro, in un’aiola, rotonda anch’essa, con erba tagliata e curata, c’è la grande lapide di Don Tonino Bello. Mi sono seduto su quei gradini. Non ho pregato perchè non lo so fare. Neppure so, e non compete a me sapere, se è giusto santificare una persona. Ritengo però sia indispensabile ricordarne la figura in ogni momento. Perchè la vera santificazione è questa. Ricordare. Sopratutto in questi tempi. Dove per troppe persone la vita è una scommessa. No, veramente non so se la santificazione lo renderà più santo di quanto già non sia. Ero solo in quel cimitero, a quell’ora. Unica presenza, lo zampillo dell’acqua che rendeva più verde l’erba intorno alla lapide. Ripensavo al grembiule e alla stola  uscendo. Camminavo leggero per non disturbare. Di nuovo l’auto,  sono andato fino al Ciolo. Così, per ricordarmi la bellezza. Per farmi rapire. Così, giusto per sapere di essere vivo. Poi, la sera, quella luna che abbiamo visto sorgere, alzarsi piano piano, e illuminarsi sempre più mentre dall’altra parte il sole calava. Le luci là in fondo erano l’estremo lembo d’Italia. Il giorno prima ero in piazza Sant’Oronzo a Lecce. Mi ferma un signore, era in compagnia della moglie e del figlioletto di pochi mesi. Mi ha chiesto dove fosse il duomo. Pantaloni corti come si conviene ai turisti. Accento veneto. “Lei è veneto vero?” “Si sente eh? Anche lei non è di qui”. Poi abbiamo parlato un pò mentre gli spiegavo il duomo e la strada per arrivarci. “Come mai lei vive qui?” mi chiede. “Vede la luce? Ecco, forse è per quella” Non so se ha capito. Ma come è possibile spiegare un profumo? O un lampo di luce? O quella luna? Come si può parlare delle pagghiare e della via del sale senza sentire le voci dei contrabbandieri di sale? Come è possibile dire il perchè, io che non so muovere due passi di qualunque ballo, rimango affascinato dalla taranta? E dalla pizzica?  “E’ stato a Nardò?” “Si, bella cittadina”. Però nulla sapeva della repubblica neritina, neppure della fame dei contadini. Nulla dei murales ebrei. Conosceva le chiese e qualche dipinto, le apprezzava anche. Ma accidenti. L’anima mancava. Guernica non è solo un quadro. E’ un pezzo di storia narrato incredibilmente da Picasso con tratti decisi, con sofferenza. Munch e quell’urlo che è un quadro magari non bello in senso assoluto, ma con un pathos, una forza evocativa, una violenza inaudite.

Accidenti alla luna e al mare. Accidenti al silenzio di Castro.

Simone de Beauvoir diceva in non ricordo quale libro, che quando arrivava in una città sconosciuta la visitava di giorno, ma non poteva non passeggiarci tutta la notte. Per coglierne l’anima, i silenzi. Per vederne il passato. Perchè la notte i muri parlano, parlano le chiese e i monumenti. La notte accompagna e avvolge le storie lette o ascoltate. Mi mancava Chopin davanti a quel mare. Sarebbe stato perfetto. Contaminare Chopin con acciughe, birra, la luna, il suo riflesso nel mare  può sembrare blasfemo. Penso lo avrebbe apprezzato però.

Terminare così una giornata iniziata davanti ad una lapide, in fondo, è la vita che per ora procede con lentezza, con fatica. Con il pensiero fisso che torna: “E se tutto fosse stato già detto veramente?” –

Tarantolismo, il più noto esorcismo salentino

di Raimondo Rodia

ll tarantismo (o tarantolismo) è una sorta di esorcismo popolare che, sin dal lontano dal medioevo, spinge uomini e donne, che si ritengono morsi dalla tarantola ( grosso ragno ancora esistente nel territorio), a recarsi il 29 giugno in pellegrinaggio al pozzo presso la chiesetta di San Paolo a Galatina per essere liberati definitivamente dagli effetti del veleno che provoca nel malcapitato un languore mortale da cui si può essere liberati solo per mezzo della musica e dei colori.

Da qui l’uso di nastrini colorati (chiamati zagarelle) da legare al polso e di una musica ossessiva (la pìzzica) che induce ad una danza sfrenata intorno al pozzo la cui acqua è considerata simbolo di purificazione. La musica è suonata da un’orchestrina con chitarra battente, mandolino, violino e tamburello. Gli orchestrali ingaggiati dai familiari dell’invasato recano normalmente a casa del tarantolato, per suonare e fargli venir fuori il veleno del ragno con la danza. Verso la soluzione della crisi la musica che accompagna il tarantolato ha suoni ora cupi, ora struggenti, che culminano in un crescendo di straordinario effetto.

Le tarantolate un tempo, si recavano di buon`ora nella cappella di S. Paolo vestite di bianco e bevevano, almeno fino a quando il pozzo non è stato chiuso per ragioni igieniche sanitarie, l’acqua del pozzo dove c’erano anche dei serpenti.

Si lanciavano in una danza sfrenata al suono del tamburello fina a stramazzare al suolo vinte dalla fatica. La cura poteva durare anche diversi giorni. Il ricorso a S. Paolo è effetto della sovrapposizione del culto cristiano a quello molto più antico pagano dei serpenti.

Anche la tarantola rappresenta un animale totemico le cui origini si perdono nella notte dei tempi e sono anteriori al menadismo, al coribantismo ed alle feste dionisiache a cui il tarantismo rimanda per gli aspetti orgiastici. Il tarantismo è un fenomeno che emerge su tutti.

Nella storia della medicina popolare salentina, esiste una connessione tra tarantati e i santi Pietro e Paolo che ricorda le visite ai templi asclepei dell’antica Grecia: anche in quel caso i malati si recavano al tempio dei protettori per essere guariti.

L’analogia non è casuale: profonda deve essere stata l’influenza della medicina greca nel Salento. Sotto l’aspetto diagnostico è difficile definire il tarantismo come fenomeno, anzi si è riusciti a classificarlo. E’ forse una specie di isteria, oppure la sua origine è da ricercarsi non in lesioni organiche neurologiche, ma in elementi antichi che hanno logorato e distrutto una psiche già debole a causa di fattori storico-sociali.

Gli attacchi si manifestano in maniera molto simile all’isteria e, secondo la leggenda, sarebbero provocati dal morso della tarantola. Non si riesce a spiegare però la periodicità delle crisi che durano anche decine di anni.

Si può dire che il tarantìsmo è un male culturale. Una volta, infatti, le donne che subivano frustrazioni per eccesso di fatica, povertà o tabù sessuali, non potevano fare altro che rivolgersi a S. Paolo per liberarsi dal male.

San Paolo, in particolare, era considerato il Santo dei poveri e il protettore dagli animali striscianti (serpenti, scorpioni, ragni, e quindi anche la tarantola).

Similare nel Salento, la danza delle spade un antico duello rusticano, un tempo eseguito con coltelli che oggi viene riproposto. I duellanti, mimando i coltelli con l’indice della mano nella piazza di fronte al santuario di San Rocco a Torrepaduli di Ruffano, si mettono in cerchio formando le cosiddette ronde e si fanno accompagnare dal sottofondo incalzante della pizzica. Si suona e si balla dal tramonto del 15 agosto per tutta la notte fino all’alba del 16 giorno dedicato al santo.

Albicocche salentine. Verso la fine?

 

di Massimo Vaglio

Fortunatamente, l’arnacocchia a Galatone si coltiva ancora e chi le volesse assaggiare da fine di maggio sino a quasi tutto il mese di giugno le può trovare ancora con una certa facilità presso i produttori e i fruttivendoli del luogo, non si rischia il bidone, se quando le assaggerete le troverete subblimi, saranno di sicuro loro. SEMPLICEMENTE SPETTACOLARI!!!

Se invece di fare chiacchere, qualche ente territoriale pronto a parole in qualunque momento a dichiararsi paladino della biodiversità… bla, bla, bla, e parlo di: Comune, Provincia, Regione, volessero salvaguardare questa meritevole cultivar (di cui ho scoperto esistono almeno tre cloni differenti, tutti strepitosi) basterebbe che investissero qualche migliaio di euro e il gioco sarebbe bello che fatto.

Basterebbe che facessero innestare qualche migliaio di astoni da un vivaio specializzato e certificato per poi consegnarli a dei coltivatori custodi. Ma evidentemente un investimento di poche migliaia di euro non “alletta” nessuno, e prima o poi la nostra arnacocchia si estinguerà!!!

La prima locomotiva salentina

di Cesare Paperini

L’ACQUISTO DELLA PRIMA LOCOMOTIVA DI PROPRIETA’ FERROVIE SALENTINE S.A.I Sede in GENOVA.

Ditta costruttrice BORSIG, numero commessa 7874, data di entrata in servizio il 30 settembre 1911.

La prova a freddo fu eseguita il 29/9/1911, a caldo il 30/9/1911.

Il Presidente della società gli attribuì il n°8. La corsa di prova fu eseguita il 29 luglio del 1911:
TRICASE (dai verbali del Capo Stazione di Tricase Anchora Clodomiro)
Vi giunse in rappresentanza del Governo l’Ing. Umberto Nevvoni e per la Società l’Ing. Francesco Silo alle ore 9.30 sotto un caldo infernale.

La locomotiva iniziò la corsa di prova da TRICASE a SPONGANO e da

Libri/ Il fanalista d’Otranto

“IL FANALISTA D’OTRANTO” DI MAURIZIO NOCERA 

di Paolo Vincenti

Il fanalista d’Otranto  è il frutto di una lunga gestazione che ha portato il suo autore, Maurizio Nocera, a rivedere il testo più e più volte prima di pubblicarlo in questo volume, edito, per la Collana “I poeti de L’uomo e il mare”, da Augusto Benemeglio.

“Ho scritto questi versi”, afferma l’autore in una Avvertenza, “perché da anni, nelle lunghe e silenziose notti invernali, quando il freddo trafigge le carni, faccio un sogno dentro al quale numerose sono le immagini del Salento; esse a volte mi svegliano di soprassalto e mi spingono a ‘volare’ ad occhi aperti su quel tratto di costa denominato Palascìa, tra Otranto e Porto Badisco. Questo è un luogo caro alla memoria, perché per lungo tempo l’ho frequentato assieme ad Antonio L.Verri, ed anche assieme a Salvatore Toma. Verri aveva paura di salire sulla torre, a Salvatore, invece, quell’unica

Piccoli seminaristi crescono (terza parte)

I seminaristi, terza-puntata

di Alfredo Romano
Alfredo Romano con la sua cotta nella Chiesa di Collemeto

I seminaristi erano divisi in cinque classi di studio, dalla I media al V ginnasio. Nel mio primo anno scolastico, 1960-1961, eravamo in tutto 65. Terminato il ciclo formativo nel Seminario Vescovile, c’era poi il passaggio al Seminario Regionale di Molfetta dove lo studio si protraeva per altri otto anni: tre di liceo, uno di filosofia e quattro di teologia. Ogni anno entravano nel Seminario di Nardò una ventina di ragazzi, un numero che, per via degli abbandoni e delle bocciature, in V ginnasio si assottigliava della metà circa. Le camerate erano quattro per via che IV e V ginnasio, di numero più esiguo, formavano un’unica camerata.

Provenivano i seminaristi dai paesi della diocesi di Nardò che si estendeva da Porto Cesareo fino a Racale, una striscia di territorio che confinava a ovest con la diocesi di Gallipoli (oggi accorpata

Dai funerali di paese a Totò

Dal carru fuci-fuci a Totò

di Armando Polito

In passato i meno abbienti, già in difficoltà di fronte alla vita, non potevano certo permettersi per i loro familiari un servizio funebre normale e perciò sfruttavano quello che, in contrapposizione al funerale di Stato, potremmo chiamare funerale di paese. L’associazione di queste due idee, però, riguarda  solo il fatto che in un caso e nell’altro è la collettività ad assumersi le spese (almeno credo…), restano fuori tutti gli altri riferimenti esclusivi del funerale di Stato (importanza istituzionale del defunto o, in caso di normale cittadino, eccezionalità delle cause della morte; solennità; partecipazione di autorità; immancabili discorsi…).

Dunque, per i poveri c’era il carru fuci-fuci (a questa formazione sono analoghe le più moderne ed allegre gelato lecca-lecca, tagliando gratta e vinci, vacanza mordi e fuggi, etc.) che aveva (lo dice lo stesso nome) una funzione opposta a quella dei treni delle nostre ferrovie: portare al più presto possibile a destinazione il viaggiatore.

Naturalmente il carro in questione era molto simile al modello base delle moderne automobili che fino a un decennio fa avevano di serie  solo il motore e le quattro ruote (già quella di scorta era un optional): una sorta di traballante carretto tirato da un malandato cavallo e manovrato, a ritmo di uno sgangherato rock and roll diretto dalle innumerevoli buche che allora, proprio come oggi, erano il comune denominatore delle strade cittadine, da un conducente preoccupato solo di far durare il meno possibile la vergognosa e scomoda (per il suo sedere) operazione.

Tutt’altro carro e tutt’altra musica accompagnavano, invece, nel suo ultimo viaggio chi poteva permetterselo: insomma, era come passare dall’effetto comico di un filmato girato a 10 fotogrammi al secondo a quello, se non tragico, enfaticamente solenne di un altro girato a 50 fotogrammi al secondo, rappresentanti entrambi la stessa realtà, ma con ambientazioni, costumi e attori diversi.

E oggi? Il pagamento dilazionato a tasso 0 proposto anche dalle più oculate imprese di pompe funebri ha fatto fuori il carru fuci-fuci sostituendogli un vasto ventaglio di offerte (per rispetto della morte evito di scendere nei dettagli) la cui analisi e valutazione attenta è, oltretutto,  praticamente impossibile non solo per difficoltà di comparazione (come succede per le tariffe telefoniche) ma soprattutto per la deperibilità del caro estinto; anche la Chiesa, poi, come in passato, fa la sua parte mettendo a disposizione un numero variabile di preti e un’ampia tipologia di messe, che presuppongono, naturalmente un tariffario eufemisticamente chiamato libera offerta…

Di fronte alla morte siamo tutti uguali: affermazione, come tante altre con cui ci sciacquiamo la bocca, che alla luce di quanto appena detto, appare idiota, perché non corrispondente alla realtà dei fatti.  E allora è idiozia anche la sua rappresentazione artistica più popolare,  la poesia ‘A livella, di Totò? Se non è idiozia, dirà qualcuno, è senz’altro una contraddizione, un’incoerenza, pensando alle cifre pazzesche che il grande artista dovette spendere per vedersi riconosciuto, insieme con altri, il titolo di principe di Bisanzio.

Né idiozia né contraddizione, né incoerenza, nemmeno, aggiungo io, umana debolezza: Totò scrisse la sua poesia dopo (sottolineo dopo) essere riuscito ad ottenere   il  riconoscimento  ufficiale  della  sua  nobile  origine; dunque, è  la cronologia a fare giustizia di questa presunta contraddizione, conferendole il timbro di quella che secondo me è la forma primaria e forse più alta della genialità: l’autoironia, sincera e non strumentale.

Periodici salentini/ Anxa News

di Paolo Vincenti

“Cum Anxa pugnavimus”, si potrebbe dire, parafrasando il sottotitolo di una storica pubblicazione gallipolina, lo Spartaco, una delle numerosissime riviste che fiorirono a Gallipoli a cavallo fra i due secoli Ottocento e Novecento. Oggi, dopo un passato glorioso dal punto di vista editoriale, l’unico giornale di opinione a Gallipoli è Anxa News, periodico di cultura, attualità e storia gallipolina.

Questo giornale non ha paura di schierarsi e lo fa puntualmente ad ogni nuova uscita, con coraggio e chiarezza. Solo che il giornale non si schiera a favore di una  parte politica piuttosto che di un’altra ma,sempre, dalla parte della verità.

L’Associazione culturale Anxa, che edita la rivista, si propone di recuperare le radici e salvaguardare la memoria storica della città di Gallipoli, promovendo studi e ricerche di storia patria. Molti sono stati, infatti, in questi tre anni di vita del notiziario, gli interventi di eminenti studiosi e cultori di patrie memorie che, con i loro contributi, hanno ridestato

Il Salento di Francesco/ Orchidee salentine 4

Serapias cordigera (L.): genere spiccatamente mediterraneo, il nome Serapias fu dato da Diocoride a una non meglio identificata orchidea dalle presunte proprietà afrodisiache in riferimento a Serapis (Serapide), dio dell’antico Egitto il cui culto era propiziatorio per la fertilità. La cordigera

Quando il Rohlfs inciampò in un sassolino del Salento…

di Armando Polito

Tra i tanti giochi di abilità di un tempo c’era anche quello dei tuddhi.

Il gioco era praticato soprattutto dalle  bambine ed era  basato  sulla destrezza  della  mano: occorreva  munirsi, anzitutto, di  cinque tuddhi, cioè sassolini arrotondati; dopo la  conta (lu tuèccu=il tocco)  la prescelta dalla sorte prendeva i cinque sassolini e, dopo averli lanciati in alto, a circa 50 cm., li lasciava cadere su un piano che poteva essere la soglia  di  casa (lu limbitàru1) o il marciapiede; subito dopo ne prendeva uno, lo  lanciava in alto e  quasi  contemporaneamente, presone un altro da terra, afferrava al volo il  primo ricadente; quindi lanciava in alto entrambi e, presone  un altro da terra, li prendeva al volo mentre ricadevano e così via finchè  nelle sue mani restavano tutti e cinque; vincitrice era colei che non commetteva alcun errore.

Si tratta di un gioco antichissimo (quello degli aliossi o astragali) e che lo praticassero pure gli adulti lo testimoniano le due foto di testa. La prima

Proverbi sponganesi

di Paolo Vincenti

Proverbi sponganesi è una raccolta di Pina Corvaglia, pubblicata nella collana “I poeti de L’uomo e il Mare”, fondata da Augusto Benemeglio e diretta da Maurizio Nocera.

Si tratta del Quaderno n. 21 di questa ormai conosciuta e molto interessante collana che raccoglie e vuole recuperare tutto ciò che fa parte della nostra tradizione culturale salentina, patrimonio secolare della nostra civiltà. E

Proverbi e metereologia salentina

LE PREVISIONI DEL TEMPO DI UN TEMPO A NARDO’

di Armando Polito

I proverbi che seguono sono tutti di origine contadina e, frutto di osservazioni millenarie, hanno scandito per secoli, gli ultimi due in modo esclusivo per la citazione di un preciso punto di riferimento, la vita del nostro territorio. È in atto, come si sa, un mutamento del clima, fenomeno assolutamente normale, che in passato è avvenuto in tempi lunghissimi. Oggi anche il clima si adegua al ritmo frenetico della vita, anzi, probabilmente, ne è la prima vittima; e un controllo sull’attualità di questi proverbi potrebbe rappresentare la cartina di tornasole per quanti, abituati forse a vedere il bicchiere mezzo vuoto e non mezzo pieno, considerano il fenomeno in atto non di buon auspicio per la sopravvivenza del pianeta. Oltretutto, alcuni di questi proverbi hanno costituito il servizio meteorologico, quasi infallibile, del passato; quello attuale, invece, nonostante i satelliti…

 

Aria ‘nnigghiàta, acqua priparàta.

Aria annebbiata, acqua preparata.

Ci chiòe ti santa Bbibbiana chiòe ‘nu mese e ‘na sittimana.

Se piove di santa Bibbiana (2 dicembre) piove un mese e una settimana.

Cièlu russu: o acqua, o ientu, o frùsciu1.

Cielo rosso: o acqua, o vento o scroscio.

Ci vuèi cu bbiti la massara pumpòsa, Natale ssuttu e Pasca muttulòsa2.

Se vuoi vedere la massara pomposa, Natale asciutto e Pasqua umida.

Fibbràru, mienzu toce e mmienzu maru.

Febbraio, mezzo dolce e mezzo amaro.

L’arcu ti sera: o chiòe o ‘ncera; l’arcu ti matina: pigghia lu pane e ccamina!

L’arcobaleno di sera: o piove o il cielo assume il colore della cera; l’arcobaleno di mattina: prendi il pane e cammina (parti, vai a lavorare)!

La tramuntàna è ssignùra: si azza tardu e ssi corca prestu.

La tramontana è signora: si alza tardi e si corica presto.

Luna cupèrta, piscatore allerta!

Luna coperta, pescatore allerta!

Quandu lu sole ponge l’acqua è bbicìna.

Quando il sole punge la pioggia è vicina.

Quando lu tiempu è ffattu a llana ci no cchiòe osce chiòe sta sittimàna.

Quando in cielo ci sono gli alticumuli se non piove oggi piove questa settimana.

Quantu cchiù fforte chiòe cchiù pprestu scampa3.

Quanto più intensamente piove più presto smette.

Quandu ‘ntrona lu Rinàru4 fuci fuci allu pagghiàru.

Quando tuona in direzione del Rinàru scappa scappa verso il pagliaio.

Quandu si ggnòrica la Matonna ti l’Addu l’acqua è bbicina.

Quando il cielo diventa nero in direzione del santuario della Madonna dell’Alto la pioggia è vicina.

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1 Improvviso e breve scroscio di pioggia. Corrisponde all’italiano flusso.

2 Aggettivo da muttùra=rugiada; muttùra è da ‘mmuttàre (voce salentina, però non usata a Nardò)=intingere, corrispondente all’italiano imbottare.

3 Corrisponde all’italiano scampare, ma il significato di smettere di piovere è mediato dallo spagnolo escampar.

4 Località a nord-nordest di Nardò, sulla litoranea S. Caterina-S. Isidoro.

La figura e le opere di Aldo de Bernart

di Paolo Vincenti

Aldo de Bernart, parabitano per nascita, ruffanese per adozione, gallipolino per discendenza, ché il capostipite del suo ramo, un nobile di origine spagnola, era stato soprintendente della Dogana di Gallipoli nel Regno di Napoli”.

Così inizia il suo scritto introduttivo al volume “Studi in onore di Aldo de Bernart” (Congedo editore ), Luigi Carlo Fontana, fondatore della prestigiosa rivista gallipolina “Nuovi Orientamenti”, di cui de Bernart è stato tra i più assidui collaboratori fino al 1990, anno di chiusura della testata. Nel suo saggio introduttivo, Fontana traccia una accurata “Bibliografia degli scritti di Aldo de Bernart”, aggiornata al 1998, l’anno in cui viene dato alle stampe

Musei/ Il Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia Decio de Lorentiis di Maglie

Il Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia Decio de Lorentiis di Maglie (seconda parte)

a cura di  Medica Assunta Orlando

Decio De Laurentiis

Decio de Lorentiis, figlio di Pasquale , il primo direttore del Museo di Maglie, era approdato all’esperienza museale passando attraverso un’infanzia e una giovinezza vissuta, al fianco del padre e del di lui fraterno amico Paolo Emilio Stasi – lo scopritore di Grotta Romanelli –, nell’orbita degli scavi  di Gian Alberto Blanc in questa importante cavità preistorica.  Ne respirò l’atmosfera di grandi entusiasmi e di fervida ricerca, crescendo all’ombra di uno tra i più illustri maestri della preistoria italiana, qual’era il barone Blanc – uno studioso di fama internazionale, formatosi nel Gabinetto parigino di Marie Curie – e prese parte alle diverse esplorazioni dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana anche in

A A A… Abbronzantissimi con l’alimentazione

«In occidente spesso si pensa che abbronzarsi al sole sia il metodo più valido per migliorare il colore della propria pelle, ma le nostre ricerche suggeriscono che seguire uno stile di vita sano, combinato a una buona dieta, sia in realtà la soluzione più efficace.»

Ad affermarlo è Ian Stephen, psicologo e autore di un interessante studio condotto in Inghilterra presso l’Università di Bristol.

La ricerca spiega che il colore scuro della pelle, quello a cui molte persone aspirano durante l’estate, è determinato da due pigmenti: la melanina e i carotenoidi. Ma mentre la formazione del primo pigmento è dovuta all’esposizione al sole ed è responsabile del colorito scuro, i secondi (una famiglia che si compone di oltre 600 membri) si ritrovano in determinati tipi di frutta e verdura e donano alla pelle una colorazione dorata.

Zucche, carote, angurie, peperoni, pomodori, albicocche e meloni: dotati di un caratteristico colore giallo-arancione, sono gli alimenti che contengono la maggior quantità di carotenoidi.

Oltre a donare evidenti benefici estetici, questo gruppo di alimenti contrasta in modo efficace i principali responsabili dell’invecchiamento cellulare (i cosiddetti radicali liberi) oltre ad aiutare a prevenire alcune forme di cancro.

I carotenoidi sono esattamente gli stessi pigmenti attraverso cui uccelli e pesci molto colorati mostrano il proprio stato di salute e appeal nei confronti dell’altro sesso, e i ricercatori pensano che meccanismi biologici simili possano agire anche nell’uomo (questi pigmenti infatti sono le sostanze precursori della vitamina A, importante per la salute della vista, della pelle e dei capelli).

Secondo gli autori dello studio sarebbe sufficiente una dieta di trenta giorni ricca in questi alimenti per osservare i primi risultati sulla pelle, con un effetto estetico migliore, e più gradito, di quello ottenuto con la semplice abbronzatura. Un’occasione in più per non far mai mancare sulla tavola frutta e verdura, specialmente in estate.

Fonte: Skin colour gives clues to health. University of Bristol 2010.

Bernabò Sanseverino, signore di Nardò

BERNABO’ SANSEVERINO, DA CAPITANO DI GUERRA A SIGNORE DI NARDO’ (1384-1400)

III parte

di Roberto Filograna

 

Bernabò Sanseverino, signore di Nardò

Nel 1384, Bernabò Sanseverino, dopo aver occupato la città con le sue terre e casali, alla testa delle sue milizie e forse con l’aiuto di Pietro d’Enghien, ne divenne il signore. La città, infatti, fu infeudata a lui ed al fratello Luigi da re Luigi I d’Angiò.

All’occupazione della città seguirono azioni repressive nei confronti dei filodurazzeschi e dei seguaci di papa Urbano VI. Nell’ambito di tali azioni, lo storico G.B. Tafuri segnala la devastazione e l’incendio del cenobio dei frati domenicani, tra i più strenui sostenitori del papa romano.

Nel 1385 Bernabò Sanseverino era saldamente insediato a Nardò. Ciò rese possibile al papa Clemente VII di conferire in commenda il monastero di S.

Musei/ Il Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia di Maglie

Cultura e Salento. Il Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia Decio de Lorentiis di Maglie (prima parte)

 

a cura di  Medica Assunta Orlando

 

Il Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia di Maglie è l’unico Museo salentino completamente dedicato alla ricostruzione della storia più antica di questo territorio.

Sorto in un periodo in cui il maggiore interesse per le collezioni di epoca classica realizzava, nel Meridione, nuove strutture museali in cui la Preistoria veniva confinata al ruolo minore di “esposizioni di epoca precedente”, una sorta di antefatto o di prefazione al vero fulcro di questi musei: le collezioni magnogreche, esso è il solo – e spesso anche in solitudine – a fare della Preistoria l’obiettivo fondante delle sue esposizioni e delle sue azioni educative, rivendicando il ruolo disciplinare e conoscitivo della più antica storia del territorio, certamente nei confronti degli studiosi e degli appassionati del settore, ma principalmente verso la collettività

Da Specla Presbiterorum a Specchia. Note sul grazioso centro salentino che merita una visita

di Cesare Paperini

Il paese trae il proprio nome dal termine specchie, il quale stava ad indicare un accumulo di pietre piatte (anche di notevoli dimensioni) risalenti all’età del ferro, destinate alla difesa e a fungere da postazione di vedetta.

La lontananza dal mare e l’essere posizionata su una dolce collina, in un territorio totalmente pianeggiante, fecero di Specchia un luogo sicuro per gli uomini del primo Medioevo, tanto che la popolazione aumentò in breve tempo. Specchia Preti venne anche chiamata dal 1400 sino al 1700 e l’appellativo era una corruzione di Petri, ad indicare appunto gli enormi cumuli di pietrame che caratterizzavano il centro salentino, forse derivati da operazioni di sbancamento del terreno sassoso oppure da improvvisate postazioni di vedetta.

Antiche leggende trasmesse nelle calde serate estive le volevano sepolcri di antichi eroi morti in battaglia.

Il suo nome era conosciuto sino al 1700 quale “Specla Presbiterorum”, per essere appartenuto a sacerdoti regolari e secolari ed ospitava un convento voluto e sostenuto economicamente da nobili della Lombardia e del ducato Toscano, in cui trovarono rifugio nel corso dei secoli perseguitati politici ed esiliati, tra cui, si racconta, nel 1498, Pandolfo IV Malatesta.

Le origini della città sembra intorno all’anno Mille. Sottoposta nei secoli alla dominazione dei Normanni, ebbe tra i feudatarii discendenti dei Montoroni, Orsini, del Balzo, Guarini, Artus, Protonobilissimo, de Capua, della Ratta, Astore, Falcone, Pignatelli, Ripa e Risolo.

Il termine Preti venne eliminato dopo l’Unità d’Italia, grazie ad un regio decreto con il quale, nel 1873, Vittorio Emanuele II accoglieva la richiesta del consiglio comunale di adottare per il paese solamente il nome di Specchia.

Lo stemma civico di Specchia rappresenta un mandorlo che cresce su un cumulo di pietre. Questa rappresentazione rimanda agli alberi di mandorlo, una coltivazione tipica della campagna specchiese e che in passato costituì una discreta fonte di rendita per il paese, tanto che il nome completo del casale era “Specchia Mendolia”, per distinguerlo da Specchia Gallone, frazione di Minervino.
GLI ILLUSTRI:
Bernardino Colella (XVI-XVII secolo) grande filosofo e medico pubblicò molte opere.
Ignazio Balsamo (1543 – 1614) filosofo gesuita insegnò lettere in Francia a Tour, Tolosa ed Avignone.
Ercole Balsamo (1543-1518), gesuita, insegnante di filosofia e uomo di grande spiritualità, passò buona parte della sua vita in Francia dove ottenne vasti consensi anche da parte delle autorità ecclesiastiche
Giovanni Antonio Santoro, arciprete, istituì le Figlie della Carità, fondò l’ospedale e molte altre opere umanitarie; morì nel 1874.

Specchia oggi:
Popolazione: 4966 abitanti
Altitudine: 131 s.l.m.
Superficie: 24.74 kmq
Distanza dal capoluogo: 51 Km

Ancora oggi il centro storico di Specchia rivela un tipico impianto medievale, ampliato nel XV sec. – il periodo di ricostruzione delle mura – intorno al primitivo nucleo costituito dal castello. Si ritiene che la data della ricostruzione di Specchia, dopo le devastanti guerre tra Angioini e Aragonesi, sia il 1452, e che il merito vada a Raimondo del Balzo. Ma poiché la strada principale si chiama ancora “rua”, il francesismo riporta alla dominazione angioina, cioè al XIV sec., quando doveva già esistere un nucleo organizzato.

Delle antiche mura che cingevano il paese rimangono solo alcuni frammenti lungo la via che lo circonda ad occidente, mentre nelle mura di levante si nota uno dei più antichi esempi dello stemma di Specchia. Le mura più recenti risalgono a 150 anni fa e sono state da poco ristrutturate.
Il centralissimo castello Risolo è una struttura fortificata di impianto cinquecentesco, originariamente isolata e ora congiunta ad altre costruzioni, tra le quali emergono due torrioni alti e quadrati posti sugli spigoli dell’antica costruzione quadrangolare.
Il fronte orientale su piazza del Popolo è occupato da una cortina settecentesca a due livelli, mentre al centro si apre il portone bugnato sovrastato da uno stemma muto e da due statue. Appartenuto a importanti famiglie, si devono ai Protonobilissimi, marchesi di Specchia nei sec. XVI e XVII, gli interventi di trasformazione da castello a palazzo marchesale.
La parte più suggestiva del borgo è quella dietro il castello, dove tra scalinate e strade brevi e strette, tra i vicoli e le corti, si svolge la vita della gente, quasi sempre all’aperto, lasciando i sogni dietro le finestre socchiuse.
La chiesa e l’annesso convento dei Francescani Neri hanno una data certa, il 1531, quando si svolse nel convento il Capitolo dei Francescani Neri, come riportato in una iscrizione. Del 1532 è la costruzione della cappella di S. Caterina Martire, splendidamente affrescata con scene della vita di S. Caterina e del suo martirio. La cripta, scavata nella roccia è sorretta da 36 colonnine su quattro linee e porta sulle pareti tracce di affreschi.
La chiesa Parrocchiale fu edificata nel 1605 ma ha subito molti rifacimenti. I pilastri sono in pietra leccese, stuccati alla veneziana, mentre gli archi trionfali sono decorati con motivi floreali.
Di costruzione secentesca sono anche le chiese dell’Assunta e di S. Antonio, con annesso convento dei Domenicani.
Più interessante è la chiesa di S. Nicola, edificata nel IX-X sec. e nel 1587 restaurata ed adattata al rito latino, come ricordato dalla lapide posta sulla facciata.
Era di rito greco anche la chiesa di S. Eufemia, la cui abside è disposta verso oriente, secondo l’uso bizantino, perché da questo punto cardinale sorge il sole, simbolo della divinità di Cristo. La pianta è rettangolare mentre l’abside, costituita da blocchi regolari di pietra locale, ha forma poligonale. Su di essa si apre una grande bifora che illumina l’interno. La chiesa, databile fine IX-inizi X sec., è un brandello di medioevo che rivive in questo angolo di Salento.
Da vedere, infine, il frantoio ipogeo, recentemente restaurato, testimonianza storica dell’importanza per Specchia della produzione dell’olio.

La raccolta delle Angurie “Sargenischi” nel Salento leccese


di Antonio Bruno

Avevo 9 anni nel 1966 e frequentavo la IV elementare della Scuola “Michele Saponaro” di San Cesario di Lecce quando scrissi queste parole per il giornale parlato che il maestro Alberto Tangolo ci faceva fare parlando al microfono di un registratore “Geloso” a bobina:
Ecco,
se ne vanno,
tristi,
sono gli emigranti del mio paese…
e poi non ricordo che altro scrissi, ma al mio maestro, uno dei Magister che ha segnato la mia vita, socialista fino all’osso, ricordo che i miei versi di bambino compito, disciplinato e con il fiocco blu, piacquero molto.
Alla stazione delle Ferrovie del Sud Est di San Cesario di Lecce negli anni 60

Piccoli seminaristi crescono… (seconda parte)

Le azioni del giorno scandite da una campanella

di Alfredo Romano

Noi pivellini di 1a media dovemmo fare innanzitutto conoscenza delle regole che avrebbero governato la nuova vita. Se ne incaricò il rettore stesso, don Vincenzo Calcagnile, a delucidarci in merito: una campanella avrebbe scandito le nostre azioni quotidiane, dalla sveglia al sonno.

Nardò 1963. Foto di gruppo dei seminaristi del IV e V gennaio (coll. priv. Alfredo Romano)

Sopra ogni regola, il silenzio, sempre, eccettuati i momenti di ricreazione nel cortile. Inoltre, per muoversi da un posto all’altro dell’edificio, sempre in fila per due.

La campanella ci svegliava alle 5,30 del mattino: 20 minuti per lavarsi, vestirsi e rifare il letto in tutta fretta: quindi, in camicia bianca senza colletto, 20 minuti di ginnastica giù in cortile: d’inverno con i fari accesi e, in

Libri/ Secoli fra gli ulivi

 

Fernando Manno
Secoli fra gli ulivi

a cura di Antonio Errico

Descrizione: Secoli fra gli ulivi è libro di memoria individuale, ma non solo; è anche libro di memoria generazionale, ma non solo; è ricostruzione di una civiltà contadina, ma non solo.

Questo è libro di memoria della terra, intesa come sistema complessivo e complesso la cui struttura portante è costituita da natura e cultura, mito e storia, umanità e geografia, religione e linguaggio, uomo e paesaggio.
Antonio Errico
 

Fernando Manno nacque a San Cesario di Lecce il 6 dicembre 1906. Direttore degli Istituti di Cultura Italiana in Romania, Spagna, Portogallo, Guatemala, negli anni Cinquanta fu tra i protagonisti del mondo culturale nel gruppo di Maria Bellonci, a Roma, dove morì il 31 maggio del 1959.

Il Salento di Francesco/ Orchidee salentine 3

Anacamptis coriophora (L.) subsp. fragrans (ph. Francesco Lacarbonara)

Anacamptis coriophora (L.) subsp. fragrans: il nome Anacamptis viene fatto derivare dal verbo greco “anacámptein”; chi lo traduce con “incurvare, ripiegare” vede l’origine della parola nella forma dei tepali incurvati in alto, chi invece traduce con “piegare verso l’alto” attribuisce l’origine del nome Anacamptis alle due lamelle rialzate e piegate verticalmente alla base del labello in A. pyramidalis. Nel vecchio inquadramento al genere Anacamptis veniva assegnata una sola specie per l’Italia, per l’appunto l’A. pyramidlis (L.), ma in seguito alla riorganizzazione del genere Orchis, diversi taxa già assegnati a questo sono confluiti in Anacamptis, che comprende adesso una trentina di specie, tra cui l’A. coriophora (L.). Il nome specifico coriophora deriva dalle parole greche “kóris” (cimice) e “phéro” (porto), alla lettera quindi: “portatrice di cimici”, ma la pianta ha a che fare con le cimici solo per lo sgradevole odore dei fiori nell’entità tipo (nella vecchia nomenclatura era indicata anche con il sinonimo di Orchis cimicina (Crantz), it. Cimiciattola, Orchidea cimicina) diffusa in Europa centrale e orientale, zone basse della Regione alpina. In Italia la sottospecie tipo è presente al Nord, mentre nella penisola predomina la più xerofila subsp. fragrans (Pollini), i cui piccoli fiori, da verdastri a porporini, emanano un gradevole odore di vaniglia (da cui il nome). La subsp. coriophora ama i prati freschi e umidi e un suolo debolmente acido, mentre la nostra fragrans preferisce terreni basici, luoghi secchi, prati magri, cespuglieti, radure, margini di strade e sentieri. Fiorisce tra aprile e gli inizi di giugno ad altitudini comprese tra il livello del mare e i 1500 m circa.

Il profumo del tiglio selvatico

di Antonio Bruno

da http://www.legambiente-sudvarese.org/CassanoM/documenti/AlberiCassano/1.htm

Non capivo come mai a Berlino vi fosse un viale “Unter den Linden” (sotto i tigli) voluto da Federico Guglielmo I di Prussia piantati in questo viale nel 1647, e come mai ad Aosta ci sia un tiglio di 400 anni nella piazzetta adiacente alla cattedrale di S. Orso, albero che fu introdotto dai Burgundi sostituendo il faggio. Il tiglio di Sant’Orso è il simbolo della città di Aosta e di tutti gli alberi monumentali della regione. La storia di questo patriarca risale al 1530-1550; si narra infatti che questo albero fu messo a dimora per sostituire un altro monumento naturale: un olmo, vecchio di quasi 500 anni, che era stato distrutto dagli eventi atmosferici.

Non capivo perchè mai i Longobardi avessero piantato il famoso Tiglio di Cava dei Tirreni in provincia di Salerno. Si parla di un tiglio di Cava sotto la cui chioma il poeta Torquato Tasso avrebbe scritto mentre studiava alla Badia. L’albero si trovava nella frazione di S.Cesareo (nome molto simile alla mia adorata San Cesario di Lecce), alto 30 metri, con una circonferenza di 4 metri e mezzo con una chioma di 16 metri e mezzo; fu distrutto da una bomba nella seconda guerra mondiale e forse questa similitudine mi ha spinto a desiderare di poter avere un bel viale con i tigli proprio nel paese in cui vivo.
Poi il caso ha voluto che mi recassi il13 giugno 2010 a San Giovanni Rotondo http://www.comune.sangiovannirotondo.fg.it/ e proprio li il profumo di quella pianta mi ha stregato. Ovviamente a nessuno venga in mente di raccogliere parti della pianta lungo le strade urbane!

Del resto, proprio la capacità di vivere nelle città presuppone trattarsi di specie del genere Tilia, più versatili e frugali, quali il Tiglio americano (Tilia americana L.) e le numerose varietà ornamentali coltivate originarie del Nord America.

Michele Fiorentino mi mette in guardia perchè le varietà di tiglio spontanee sono Tilia cordata Miller noto col nome di Tiglio selvatico, albero di media statura con altezza fino a 25 m, e Tilia platyphyllos Scop. conosciuto, invece, come Tiglio nostrale o Tiglio nostrano, alto fino a 40 m.

Entrambi appartengono alla flora italiana; nel Gargano, però, si rinviene solo il secondo. I tigli sono tra gli alberi caducifogli più belli e più alti delle zone temperate. Il Tiglio selvatico è autoctono in tutta l’Europa e la Russia Occidentale, mentre il Tiglio nostrano viene dall’Europa Centrale e Meridionale.

In natura si ibridano frequentemente, dando origine al cosiddetto Tiglio intermedio o Tiglio comune (Tilia x vulgaris Hayne) con caratteristiche intermedie tra le specie originarie, diffuso nell’Italia centro-settentrionale. In tutte e tre le entità la corteccia è dapprima liscia e grigia, poi imbrunisce e si screpola in numerose placche.

Il legno del tiglio non è idoneo né per fare da combustibile né per la costruzione ma è molto apprezzato dai tornitori e dagli intagliatori. Il carbone di tiglio veniva impiegato per la fabbricazione della polvere da guerra. La corteccia interna è filamentosa e si usava per fare corde, stuoie o le scarpe che usavano i contadini russi. Nell’antichità i foglietti di corteccia di tiglio si usavano come il papiro per scriverci sopra.
E’ davvero un grande albero il tiglio, la sua corteccia è liscia, le foglie a forma di cuore e di un bel verde luccicante. Ma ciò che a san Giovanni Rotondo mi ha colpito di più sono i suoi fiori, il colore bianco giallastro raccolti in una infiorescenza e soprattutto il buonissimo profumo che emanano.
Quel profumo attira le api da cui si ha un miele molto apprezzato ed usato per medicinali e liquori.

Secondo Culpeper http://www.culpeper.co.uk/ i fiori sono un buon rimedio cefalico e nervino, eccellenti per l’apoplessia, epilessia, vertigini e palpitazioni cardiache. I fiori di Tiglio sono citati nella Farmacopea erboristica britannica, indicati per emicrania, isterismo, ipertensione arteriosclerotica e raffreddori febbrili.

Ripeto ciò che ha scritto Michele Fiorentino e cioè che dai Tigli che sono presenti nelle nostre città non possiamo prendere i fiori, essiccarli e pretendere di ottenere dall’infuso gli effetti di cui ho precedentemente riferito.

Bibliografia

Giovan Battista Pellegrini: Toponomastica italiana: 10000 nomi di città, paesi, frazioni, regioni
Gaius Plinius Secundus,Christophorus Landinus: Historia naturalis
Boris Biancheri: Il quinto esilio
Julia Lawless: Enciclopedia degli olii essenziali
Michele Fiorentino: TIGLI NOSTRANI (Tilia cordata Miller e Tilia platyphyllos Scop.)

Riflessioni filologiche su un toponimo neretino: Li Cinàte

di Armando Polito

 

La più antica testimonianza di questo toponimo risale, a quanto ne so, al 1427 [Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981: pg. 84: …item in feudo Cenate vinearum desertarum ortos septem…(…parimenti nel feudo della Cenata sette orti di vigne abbandonate…)]; la forma Cenata è confermata da un altro documento del 1443 [Angela Frascadore, op. cit., pg. 116: …in predictis casali et pheudo Cenate…(nei citati casale e feudo della Cenata)], da un altro del 1456 [Centonze-De Lorenzis-Caputo, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Congedo editore, Galatina, 1988: pg. 158: Item in pheudo Cenate terrarum ortos due…(parimenti nel feudo

Il duomo della città di Taranto

di Raimondo Rodia

Il duomo della città di Taranto, dedicato a San Cataldo, fu edificato intorno al 1070 per volere dell’arcivescovo Dragone sulla vecchia cattedrale dedicata a Maria Santissima che nel 927 i saraceni avevano rasa al suolo unitamente a tutta la città.

La vecchia chiesa a sua volta era stata costruita , con una struttura modificata, al posto del tempio della Vittoria. Nel sottosuolo del duomo e più precisamente sotto l’abside sono stati ritrovati numerosi resti umani di epoche anteriori: ciò dimostra che quella parte dell’edificio era riservata a cimitero. Resti umani sono stati ritrovati anche nel sottosuolo degli edifici sorti intorno alla cattedrale e questo per il fatto che nella zona vi era stato il cimitero almeno fino all’editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804 che aveva trasferito le sepolture fuori dalle mura.

Di recente, durante gli scavi che si stanno operando sono state scoperte due colonne che potrebbero appartenere alla preesistente chiesa di Maria Santissima che, come detto, era stata distrutta dai saraceni.

L’edificio, nel corso dei secoli, è stato rimaneggiato più volte in particolare nel 1596 e nel 1657 a causa di un incendio. La facciata conserva eleganti forme barocche, apportate da Mauro Manieri nel 1713. Alto il tamburo della cupola quasi bizantineggiante con un campanile che risale probabilmente al 1413 rifatto completamente da recenti restauri.

L’interno preceduto da un vestibolo quattrocentesco dove a sinistra si accede al battistero con fonte battesimale che consiste in una vasca monolitica bizantina rimaneggiata in epoca barocca sormontata da un baldacchino, formato da elementi medioevali ricomposti nel XVI secolo su colonne anticamente appartenenti al altare maggiore.

La chiesa si presenta a pianta basilicale a tre navate divise da sedici colonne di marmi policromi con capitelli bizantini e romanici, le navate laterali hanno il tetto a travi scoperte mentre il pavimento conserva parte dell’originario mosaico a grosse tessere, il transetto voltato a botte, da cui si eleva la cupola rifatta nel 1657.

Sull’altare maggiore c’è il ciborio risalente al 1653 e poggiante su quattro colonne di colore giallo antico.

A destra dell’abside si apre la ricca cappella di San Cataldo (detta anche del Cappellone) i cui lavori di rifacimento iniziarono nel 1657 e si protrassero fino all’inizio del XIX secolo in forme riccamente barocche. La cappella è chiusa da una ricca cancellata di ferro e bronzo.

Nel duomo vi sono un vestibolo quadrato ed una cappella ellittica coperta da una cupola affrescata da Paolo De Matteis nel 1713 con la “Glorificazione di San Cataldo”; nel tamburo sono affrescate sette storie della vita del Santo.

All’interno della cappella un ricco altare adornato da uno stupendo paliotto a tarsie marmoree, custodisce le reliquie di San Cataldo morto a Taranto nel VII secolo. Una statua in argento raffigurante il Santo durante le celebrazioni solenni viene illuminata da preziosi candelieri in corallo.

In fondo alla navata di sinistra della cattedrale si apre come fosse un corpo aggiunto il cappellone del Santissimo Sacramento. La manutenzione della cappella è a cura della confraternita del Sacramento, presente in cattedrale dal maggio del lontano 1540.

Attraverso una scala posta dinanzi all’Altare maggiore si accede alla cripta che si presenta a grandi arcate con volte a crociera a sesto rialzato rette da basse e tozze colonne. Nella penombra della cripta è possibile ammirare un sarcofago cristiano e mentre sulle pareti sono visibili i resti di affreschi bizantineggianti. Sovrapposta ad un affresco emerge una bella raffigurazione di San Cataldo dipinta forse nel XI secolo che rappresenta il santo vestito da vescovo che indossa un manto rosso ricoperto dal pallium crociato con al dito splendente l’anello vescovile.

Nel duomo è custodito un interessante tesoro: una crocetta aurea trovata nell’arca di San Cataldo attribuita al VII secolo, un bel crocifisso medioevale in avorio, un evangelario in pergamena, alcuni candelieri a croce in rame dorata e coralli rossi forse di fattura siciliana del XVII secolo nonché diversi reliquari.

Dallo ‘ntartièni alla playstation

di Armando Polito

 

Mi rendo conto che la definizione sintetica di intrattenimento attribuita a ‘ntartièni è parziale, generica, inesatta. D’altra parte, raramente si può condensare il significato di una parola in uno scarno sinonimo (in poesia, addirittura, saremmo bravi quanto lo stesso poeta) e la stessa definizione è, in un certo senso, un atto necessario di violenza che critici e interpreti, tuttavia, quotidianamente commettono, quando sono in buona fede, per fini divulgativi. Mi accingo, perciò anch’io ad un atto di violenza per giustificare l’autocritica iniziale.

La voce ‘ntartièni era usata in passato per tenere impegnato un bambino (in realtà, per toglierselo momentaneamente dalle scatole e scaricarlo su un altro membro della famiglia), in espressioni del tipo: và ddha llu nonnu e ffatte tare ‘nu picchi ti ‘ntartièni!=và dal nonno e fatti dare un po’ di intrattieni!

‘Ntartieni evocava alla candida ingenuità del  bambino (ingenuità che, col tempo, pur meno candida, veniva utilitaristicamente mantenuta per l’effetto in qualche modo gratificante della voce in questione) qualcosa di misterioso  che non assumeva mai  corpo e che poteva essere utilizzato all’infinito in questa sorta di gioco in cui il bambino diventava complice, coprotagonista e non più parte passiva.

Mi pare già di sentire qualche educatore moderno che, sulla scorta di altrettanto moderne notazioni psicologiche, lancia fulmini contro lo ‘ntartieni mettendo in campo paroloni come inganno, imbroglio, abuso della credulità infantile e simili.

Ribatto dicendo solo che la mia generazione, pur tra favole, Befana, ‘ntartièni, repressione sessuale e spauracchi vari di cui, magari, parlerò in altra occasione, anzi, grazie a loro, ha conservato ancora la capacità (dicono tutta umana…) di stupirsi e sognare, di tenere i piedi per terra senza rinunciare per questo ai voli della fantasia e dello spirito in un’epoca in cui contano da un lato solo l’apparenza, l’immagine, dall’altro il risultato immediato e apparentemente concreto, cioè superficiale e ingannevole…con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

E al bambino dei nostri giorni, non potendo essere “scaricato” con lo ‘ntartieni anche perché il nonno o è morto (per forza, se adesso ci si sposa a quaranta anni e si decide di avere il primo figlio a cinquanta!) o è all’ospizio, vengono propinate dosi massiccie di attività per valorizzare, secondo le aspettative dei genitori suggestionati in un loop infernale dai valori televisivamente trasmessi, fantomatici talenti o, peggio, somministrate lunghe sedute di cartoons o di playstation, che lo rincoglioniranno prima del tempo, stimolando in lui comportamenti emulativi pericolosi per sé e per la società, in attesa che la scuola rinormata e riformata prima e l’ultima serie del Grande fratello poi completino l’opera…

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1 La voce non esiste nel vocabolario italiano, ma sfido chiunque a trovarne una più vicina formalmente e semanticamente a qiella dialettale; d’altra parte, ci scandalizziamo di fronte a nessi del tipo usa e getta, tira e molla, mordi e fuggi, gratta e vinci e simili?

Libri/ Giocattoli di tradizione del Salento

GIOCATTOLI DI TRADIZIONE DEL SALENTO

 giocattoli

 AUTORE: Luigi Chiriatti; 

TITOLO: Giocattoli di tradizione del Salento; 

ANNO: 2008;

PAGINE: 120;

PREZZO: 15,00 €;

FORMATO: 19×19 cm.

In una modernità iper tecnologica, che si alimenta di ritmi frenetici e risposte telematiche, in cui il rapporto millenario di convivenza con la natura diventa una “scoperta” e non la quotidianità, dove la fantasia, la creatività sono relegate a pochi ed intimi spazi, anche il gioco ha avuto una sua naturale evoluzione approdando ad una dimensione più meccanica, più globalizzata, meno comunitaria, probabilmente meno sociale.

Ci sono “sette ragioni per raccogliere, studiare, insegnare i giochi e i

La frisella… mistero risolto!

di Armando Polito

Accolgo l’invito fattomi dall’amico Marcello nel suo recente post dedicato alla frisèddha e chiedo scusa se, per motivi di spazio, per rispondere non mi avvarrò della casella allo scopo destinata ma lo farò attraverso questo post e se, almeno all’inizio, mi attarderò su qualche voce connessa, prima di affrontare la questione etimologica della voce in questione.

La frisèddha, prodotto tipicamente meridionale, è un pane di piccole dimensioni confezionato (una volta solo in casa) esclusivamente con farina di grano duro o di orzo o entrambe (oggi sovente mescolate l’una e l’altra con quella di grano tenero), impastata con acqua, lievito e sale in forme circolari che subiscono una prima cottura nel forno a legna (oggi, solo a livello artigianale); estratta, la còcchia1 (in italiano coppia, e subito si capirà il perchè) viene tagliata a metà trasversalmente con un filo e le due parti vengono cotte una seconda volta (mpiscuttàte, in italiano biscottate) a forno tiepido.

La trascrizione italiana della voce (presente, però, fino a qualche anno fa solo nei dizionari gastronomici) è frisella o frisa; quest’ultima variante è nata dalla prima che, pure, sembra il suo diminutivo, ma nella realtà gli ingredienti, le dimensioni, il metodo di cottura, le modalità di consumo di entrambe coincidono perfettamente: il mistero sarà svelato tra poco. Frisella, poi, è madre non solo di frisa, ma anche dell’ulteriore diminutivo frisellina (in questo caso con riferimento alle dimensioni più ridotte dettate da moderne esigenze di marketing e non solo…).

Riprendiamo il mistero lasciato in sospeso all’inizio: frisa che nasce da frisella, contro ogni regola grammaticale che vorrebbe il derivato originato dal primitivo. Vedremo quant’è vero, anche in questo caso, che l’eccezione conferma la regola. Procediamo con ordine.

Se frisèlla è trascrizione di frisèddha (foneticamente più di quanto non lo sia rispetto alla sua variante napoletana fresèlla) significa che essa è nata dopo. E frisa? La voce compare in due espressioni differenti appartenenti al dialetto di due regioni geografivamente relativamente vicine tra loro rispetto alla distanza che separa entrambe dalla nostra terra:

a Torino: dame na frisa del to temp (dammi un po’ del tuo tempo); na frisa = mm. 0,18-1,9; a Udine: guarda che frisa!   (guarda che pezzo di ragazza!).

Dalle tre espressioni si deduce che frisa è usata nella prima nel senso di pezzo, nella seconda come range di misura, senza alcun riferimento (nemmeno traslato) alla gastronomia o ad altro (a differenza di quanto succede, secondo me, nella terza espressione e, come  vedremo, nel napoletano fresèlla in uso metaforico). E’ evidente, comunque, che frisa qui deriva dal latino fresa(m) [o fressa(m)], participio passato femminile di frèndere=digrignare i denti; triturare. E’ altrettanto evidente che dalla stessa voce latina deriva, con aggiunta del suffisso diminutivo –èddha [(corrispondente all’italiano –èlla, dal latino -ella(m)] la nostra frisèddha3.

Ciò, a mio parere,  sembra confermato da voci simili che si incontrano in altri dialetti: per esempio, in Sardegna, il logudorese e campidanese fresa che indica un particolare tipo di pane duro di forma molto appiattita e con la crosta molto screpolata [l’atto del dividere la pasta in pezzi rotondi è detto (a)frèsare in logudorese e frèsai in campidanese, dialetto in cui i pezzi così ottenuti sono chiamati fresas], nonché un particolare tipo di formaggio di forma piatta e rotonda, che nel territorio del Gennargentu si chiama anche paneddha per la somiglianza con il pane denominato con lo stesso vocabolo.

Dà, oltretutto,  sicurezza a questa etimologia l’indiscussa autorità del Rohlfs, il quale, però, forse perché troppo ovvio, non specifica l’eventuale riferimento o alla materia prima (il grano macinato, il che sarebbe troppo banale nella sua genericità perché riguarderebbe una fase di vita comune a tutte le varietà di pane) o, piuttosto, al fatto che per consumare il prodotto  senza bagnarlo bisogna prima frantumarlo in piccoli pezzi.

In conclusione, la voce settentrionale frisa ha la stessa etimologia di frisèddha e il frisa che oggi compare sulle  etichette, se  non è  voce  settentrionale, è  da  considerare  una particolare forma di ipercorrettismo (probabilmente di natura commerciale) che ha portato alla nascita (etimologicamente corretta), meglio alla rinascita con slittamento semantico, di frisa dal suo alterato frisèddha.

La proposta etimologica avanzata trova, oltretutto, una suggestiva conferma nell’uso metaforico di fresella nel dialetto napoletano come sinonimo di mazzata, ma anche di vulva (Chella guagliona teneva sotto na fresella….); in particolare, il secondo nesso ricorda la frisa udinese di cui si è parlato prima.

Una prova, infine, della suggestione che la voce ha continuato ad esercitare in tempi moderni in zone diverse da quella di origine è data, per esempio, dalla fondazione nel 1976 a Firenze della compagnia teatrale (di livello internazionale) Pupi e Fresedde ad opera di Angelo Savelli, gruppo che, non a caso, negli spettacoli della sua prima fase [La terra del rimorso (non è casuale l’omonimia col titolo dello studio di Ernesto De Martino sul tarantismo uscito nel 1961), Sulla via di San Michele] coniugava folklore meridionale ed antropologia, mondo contadino e psicanalisi, facendo della musica, del canto, della danza, del dialetto, del rapporto con la cultura meridionale gli ingredienti privilegiati della sua poetica; tuttavia, bisogna aggiungere che il nome venne assunto come una sorta di traduzione di quello della famosa compagnia americana Bread and Puppet (Pane e Burattini) con cui il gruppo agli albori della sua attività aveva prodotto La ballata dei 14 giorni di Masaniello di Peter Schumann, replicata poi in Italia.

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1 Còcchia (in italiano coppia) è dal latino còpula=corda, laccio, catena, legame, da con– (da cum=insieme) e àpere=attaccare, attraverso la trafila còpula>copla (sincope di –u-), passaggio –pl->chi e raddoppiamento espressivo di -c-.

2 Il diminutivo, lungi qui dall’assumere qualsiasi riferimento più o meno pietistico ad una situazione di limitatezza, senso della misura, povertà o, addirittura, bisogno, è, al contrario, specchio del consumismo, cioè dell’opulenza e, paradossalmente, dello scarso sentimento della misura. In passato, infatti, la frisèddha costituiva per la maggior parte dei contadini (e non solo per motivi di praticità,)  la colazione, il pranzo e forse anche la cena: poteva chi se ne nutriva, pensare alla vezzosa frisellina? Non gli avrebbe fatto nemmeno il solletico…

3 Mi pare meno praticabile, per questo, l’ipotesi, per prima venutami in mente, che derivi dal francese fraise, forse dall’antico francese fraiser=pieghettare, oppure dalla voce di origine francese frisé (acconciatura con capelli leggermente crespi), participio passato di friser=arricciare (questa voce, secondo me, è connessa con la prima), con riferimento alla sua superficie increspata, rugosa che caratterizza una delle sue facce.  Che poi la prima o emtrambe le voci francesi siano connesse con la voce latina fresa (per increspare o arricciare bisogna pur sempre passare da un segno continuo ad uno spezzato) è un’altra questione che, se risolta, insieme  con il mancato influsso della pronuncia francese  sulle due voci settentrionali riportate, darebbe ulteriore credito alla mia proposta etimologica conclusiva.

Altrettanto impraticabile mi pare l’altra ipotesi, pure venutami in mente,  che derivi da fritìlla (variante poco credibile della fitilla, specie di focaccia votiva] che, tutt’al più, può aver dato vita al medioevale fritèlla che (Du Cange,  Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitatis, Zunner, Francoforte, 1710, pg. 607)significherebbe tipo di focaccia fatta a Cartagine o crosta del pane e che potrebbe essere collegata, secondo me, ad un precedente *friatìlla, dal classico friàre=sminuzzare (evidente parente del già citato frèndere].

Per completare il quadro cito anche altre proposte secondo me ancora meno accettabili:

a)dal salentino frisìllu (nastro decorativo) che ha il suo corrispondente italiano parzialmente formale in friso (negli scafi in legno il corso più alto e robusto del fasciame esterno), forma veneziana del toscano fregio, che è dal latino tardo Phrýgiu(m) (opus)=(lavoro) frigio, da Phryges, dal greco Friùghes, nome degli abitanti della Frigia, regione dell’Asia Minore;  non credo che l’aspetto certamente decorativo della frisèddha sia sufficiente a giustificare questa etimologia né l’altra, sempre legata alla Frigia, che, in un percorso etimologico secondo me farneticante, sostiene che sarebbe stato Enea ad introdurre nel Salento la friseddha in occasione del suo sbarco a Porto Badisco;

b) da fresa, proposta che mi pare insostenibile per evidenti motivi cronologici;

c) dallo spagnolo frisoles=fagioli; bisognerebbe supporre che la pratica di inzuppare la frisèddha nell’acqua di cottura dei fagioli fosse in passato la più diffusa, tanto da trasferire  il nome dei fagioli alla galletta.

Il post cui fa riferimento l’Autore è stato pubblicato il 13 giugno:

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/06/13/la-frisella-regina-delle-tavole-salentine/

La pittura sacra nella diocesi di Lecce dal Concilio di Trento all’inizio del XVIII secolo

La nostra amica e collaboratrice Valentina Antonucci ha conseguito nei giorni scorsi, con il massimo dei voti, il dottorato di ricerca in Storia dell’Arte Meridionale tra Medioevo ed Età Moderna nei rapporti col Mediterraneo Orientale ed Occidentale, presso l’Università degli Studi del Salento, Facoltà di Beni Culturali – Dipartimento dei Beni delle Arti e della Storia, discutendo la tesi “La pittura sacra nella Diocesi di Lecce dal Concilio di Trento agli inizi del XVIII secolo”.

Ci ha fatto dono dell’abstract del suo pregevole lavoro, che volentieri pubblichiamo sul nostro spazio, e gioendo con lei per l’ambita meta, formuliamo vivissimi auguri.

ph. Valentina Antonucci

La pittura sacra nella diocesi di Lecce dal Concilio di Trento all’inizio del XVIII secolo

di Valentina Antonucci

Partendo da una ricognizione sistematica dei dipinti a tutt’oggi esistenti negli edifici sacri della diocesi (considerando anche quelli musealizzati, ma di documentata provenienza ecclesiastica diocesana), il presente studio ricostruisce il panorama della pittura sacra a destinazione pubblica nell’ambito storico-topografico della città sede vescovile e del suo territorio ecclesiastico tra gli anni che seguono la chiusura del Concilio di Trento e il primo decennio del XVIII secolo, scegliendo come criteri d’indagine e come descrittori della situazione studiata: il ruolo della committenza, le figure artistiche e le tendenze pittoriche emergenti, la ricorrenza di temi, soggetti e iconografie nonché la loro corrispondenza con le istanze della Chiesa controriformata.

Ampio spazio viene dedicato, in sede introduttiva, al problema della dispersione degli arredi mobili negli ultimi due secoli, fenomeno che, durante la campagna di ricognizione sul territorio, lavorando in parallelo con l’indagine documentaria, la dott.ssa Antonucci ha potuto registrare in tutta la sua gravità, descrivendone le origini storiche e le diverse cause che si sono sovrapposte nel corso del tempo fino ad oggi.

I tre capitoli del testo sono dedicati allo studio delle diverse componenti della committenza, alla definizione di un profilo delle personalità e delle tendenze artistiche emergenti, all’analisi dei filoni tematici e iconografici che risultano nettamente prevalenti quanto a ricorrenza, sia in senso sincronico che in senso diacronico.

Due volumi di Catalogo corredano il testo: in essi sono state raccolte le immagini, appositamente realizzate per la presente ricerca, di circa duecentocinquanta opere appartenenti al patrimonio di pittura sacra della diocesi di Lecce risalenti al periodo tra la metà del XVI e il primo decennio del XVIII sec.

Ogni opera è stata schedata in modo dettagliato, con l’indicazione di soggetto, autore, epoca, tecnica, dimensioni, stato di conservazione, nonché con una relazione storico-critica e la bibliografia di riferimento. 

Piccole storie italiane: scarpe da riparare

ciabattino salentino (ph M. Gaballo)

di Rocco Boccadamo

Questa mini vicenda ruota intorno a tre paia di calzature, il che parrebbe uno strano esordio espositivo, ma evidenzia, in pari tempo, tre volti, assai diversi fra loro, del nostro Paese.

Si immagini una famiglia italiana, logisticamente non compatta, bensì caratterizzata, come succede di frequente il giorno d’oggi, da ramificazioni di residenze per i suoi componenti: nel caso in specie, Milano, Monza, Monaco e Lecce.

Di tale nucleo, fa parte una giovane donna, diciamo «in carriera», la quale vive e lavora abitualmente nel capoluogo della Baviera, ma ha pure modo di viaggiare e di muoversi. In occasione di una visita resale dalla madre, dimorante invece a Lecce, ecco (del resto è un classico) che nel mini appartamento spuntano fuori tre paia di scarpe, ancora buone ma leggermente ammalorate, nel senso che hanno tutte bisogno di nuovi soprattacchi.

Primo contatto con un calzolaio a Milano, corrispettivo richiesto € 18 per paio, cifra che sembra subito esosa: viene, comunque, fatta eseguire la riparazione di una coppia di calzature. Spostatasi, di lì a qualche giorno, a Monza per trovare un altro figlio, la paziente genitrice contatta un ciabattino del posto, sperimentato da molti anni, il quale si dimostra più «economico» domandando appena € 13 per il secondo paio di scarpe che provvede a rimettere a posto. Rientrata infine nel Salento, l’amorevole mamma (sempre con scarpe appresso) passa a completare l’opera e, in questo ultimo caso, trova un trattamento che definire «provvidenziale» è poco: il calzolaio di Lecce, a fronte di un lavoro addirittura meglio rifinito dei precedenti, esige in pagamento, sentite un po’, € 7.
A prescindere dall’esempio circoscritto e dalle sue modeste dimensioni in termini monetari, non vi sembra una fotografia emblematica delle contraddizioni e degli incomprensibili contrasti esistenti in Italia?

E, per favore, lasciamo stare le solite, fumose e dolciastre argomentazioni del genere «lì (Milano e dintorni) i fitti sono più alti, la manodopera costa una cifra, eccetera»! Nella situazione presentata, vera e concreta, si stagliano, nel ruolo di protagonisti, tre puri e semplici artigiani, tre ciabattini; però, con la differenza che, operando una trasposizione da stadio calcistico, in due casi ci troviamo nel settore tribuna d’onore o centrale, nel restante siamo, in piedi, in area curva scoperta. Ma come è possibile? Con discriminazioni del genere non si va proprio da nessuna parte. Giacché, ai distratti, e agli stessi artigiani protagonisti, va ricordato che l’utenza di un calzolaio è costituita, non marginalmente, da dipendenti statali, insegnanti, poliziotti, finanzieri, carabinieri, altri militari, ferrovieri, bancari, pensionati, cioè da milioni di persone che percepiscono introiti sempre identici, qualunque sia la località dove lavorino o prestino servizio. Mentre, al contrario, per rimettere i soprattacchi ad un paio di scarpe, a seconda che ciò avvenga a Milano oppure a Lecce, è un po’ come scalare una cima oppure compiere una breve passeggiata.

La vendemmia negli anni ’50 nel Salento meridionale

di Luigi Cataldi

I meccanismi della memoria sono veramente straordinari: eppure oggi dovrebbe essere meno difficile di ieri (lo “ieri” degli anni ’60-’70) trovare risposta ad alcuni interrogativi, legati alla cosiddetta memoria a lungo termine: come possa nella mente di una persona anziana, farsi innanzi un ricordo di quasi sessanta anni prima, vivido ed attuale come se l’evento fosse avvenuto pochi giorni o poche ore prima.

Le immagini della vendemmia scorrono come in un documentario dei famosi film Luce che venivano proiettati al cinema prima dell’inizio del film, negli anni in cui questa era la modalità abituale, per la diffusione delle notizie di attualità, oltre la carta stampata.

Forse ciò è dovuto all’importanza che io medesimo, bambino di 7 anni, davo al mio ruolo in quelle occasioni. Esse ebbero inizio, ricordo perfettamente, nei primi anni cinquanta del secolo scorso: anzi, specificatamente, nel mese di settembre del 1952, e mi portano alla memoria ricordi chiarissimi ed amabili, che mi trasportano con dolcezza estrema a quei tempi relativamente lontani.

Avevo da poco compiuto 7 anni e ai primi di ottobre iniziava la scuola, frattanto in tutto il Salento, con variazioni di giorni comandate dall’andamento climatico, dalla permanenza del caldo secco, dal tasso di umidità, e non ultimo dalla possibilità di non previsti ma prevedibili cambiamenti dei tempi con l’arrivo delle piogge autunnali, si decideva, di solito con pochissimi giorni di anticipo, il giorno della vendemmia.

Bisognava ovviamente trovare disponibili almeno tre carri trainati da buoi o da muli, i nostri antichi “traìni” completi di trainiere, e poi gli “òmmeni e le fìmmene”, ma alla vendemmia, festa del raccolto, partecipavano spesso i bambini, che davano aiuto ai genitori, anche approfittando che la scuole erano ancora chiuse. Credo anzi, a questo proposito, che il tempo della vendemmia sia stato per molti anni concausa della persistenza, in tutto il Sud Italia, della data relativamente tardiva di riapertura delle scuole.

Se le mie tre vecchie zie “di Ugento” (così erano definite da tutti i nipoti), sorelle minori della mia nonna materna, che col matrimonio aveva seguito lo sposo a San Cesario, centro limitrofo a Lecce, dove si avviava a compiere gli 80 anni), se esse, le “signorine” Giannelli, come amavano definirsi e come erano note al paese, dovevano far si che tutto fosse pronto e organizzato per la vendemmia, fin nei minimi particolari (tramite un uomo di fiducia), in realtà era il mio zio “giovane”, nemmeno quarantenne, che correva da una parte all’altra con il motocarro, dal vigneto alla cantina sociale, al palmento di casa delle zie. E il motocarro costituiva il terzo mezzo, oltre ai due “traini”, anzi era in grado di trasportare, non solo due, ma tre botti colme di grappoli d’uva, era assai più veloce dei “traini”, e non necessitava della persona di “controllo”. E si! In effetti il ruolo di noi due fratelli e degli altri nipotini, tutti in età compresa tra 8 e 5 anni, ancora nell’età dell’innocenza, quando toccava a loro, era quello di accompagnare ogni traìno con due botti ciascuno colme di grappoli maturi, dalla vigna al palmento della Cantina Sociale cui doveva afferire il carico, evitando con la nostra innocente presenza, che l’intero carico di uva venisse afferito altrove. Solo una parte del raccolto, veniva, sul finire della vendemmia, avviato al palmento di famiglia, situato nella stessa proprietà delle zie, dove subiva tutti i processi di vinificazione e trasformato in un certa quantità di vino per il consumo delle nostre famiglie.

Noi bambini contribuivamo in qualche maniera a guardare gli interessi della famiglia. Così raccoglievamo, e, non senza qualche difficoltà, riempivamo i tradizionali (piccoli i nostri) panieri di canne tagliate sottili e intrecciate, che le vendemmiatrici ci aiutavano a colmare con solo pochi grappoli staccati da i “cippuni” con pochi sapienti colpi di cesoia.

I panieri venivano svuotati nei grandi e pesanti tini in legno che gli “òmmeni” portavano a spalle tra i filari di vite fino a raggiungere “lu traìnu”, o il motocarro dello zio a depositare nelle botti il preziosi grappoli.

Ricordo vagamente i racconti del “trainiere” durante il relativamente breve per corso dal vigneto alla cantina sociale, ma ciò che ricordo con particolare vivezza sono due cose: il rosario recitato tutte le sere affacciati al balconcino della nostra camera da letto a piano terra, con la partecipazione delle donne del vicinato che si portavano le sedie da casa; e il fatto che, dopo una frugale cena a base di verdure, un’insalata di pomodori e una fettina di formaggio locale, andavamo a dormire alle sette e mezzo (e pur non essendoci in quegli anni l’ora legale era ancora chiaro), in un gran letto di ferro battuto con le incrostazioni di madre perla sulla testata, e che pur essendo in tre, io, mio fratello e anche lo zio, nel lettone restava ancora tanto spazio.

Una volta poi, ero in costume da bagno e mi avevano abbondantemente lavato i piedi per pigiare tutti insieme l’uva appena arrivata dal vigneto di “Porchiano” (località non lontana dal santuario della Madonna della Luce risalente al 1576), quando mentre pigiavo sentii un dolore terribile sotto la pianta del piede destro, era veramente un dolore terribile… Una vespa trovandosi costretta tra il mio piede e il pavimento dolce e profumato fatto di chicchi e succo d’uva, per liberarsi mi aveva punto proprio sotto la pianta del piede, dove, dopo l’estrazione del pungiglione della povera vespa ormai condannata a morte, mi applicarono, seguendo il consiglio di una delle contadine presenti, uno spicchio di aglio allo scopo di lenire il dolore, ma ricordo che mi fece male per alcuni giorni.

Negli ultimi 50 anni i numerosi progressi tecnologici ci hanno certamente privato di momenti ricchi di umanità, e per lo più ci hanno gratificato con un apparente miglioramento della qualità della nostra vita… attenti all’inquinamento, cari amici e conterranei salentini.

La frisella, regina delle tavole salentine

di Marcello Gaballo

Nelle calde serate estive, dopo aver giocato con i fratellini e con gli amichetti nnanzi ccasa, mia madre invitava al rientro immediato perché aveva già preparato la cena: aggiu ssuppatu li friseddhe. L’ordine era perentorio. Bisognava lasciar tutto, anche la conta del nascondino (“mazzareddhe”), per correre filati al desco dove ci attendeva una gustosa e variopinta frisella. Ritardare avrebbe significato trovare nel piatto una molliccia e inzuppata pietanza, disgustosa, che difficilmente poteva mangiarsi con le mani.

Per chi non è salentino diciamo subito che l’arcinota frisa o frisella (friseddha) può paragonarsi ad una galletta secca circolare, che va bagnata in acqua fredda per poterla consumare. In realtà essa è pane casereccio, cotto due volte nel forno di pietra, dopo averla tagliata in due in senso orizzontale.
Alimento “povero”, antichissimo, di basso costo (acqua, farina integrale e lievito), creato per necessità, quando bisognava trasferirsi in campagna, senza possibilità di avere a disposizione il forno in cui cuocere il pane.

Priva di grassi (al contrario di crackers e grissini arricchiti con oli e strutto), fornisce un discreto apporto calorico e nei tempi passati si consumava anche “a secco”, sgranocchiandola nel tardo pomeriggio, durante un viaggio o mentre si lavorava nei campi. Ottima compagna anche per i pescatori e per quanti vanno a fare il bagno, in questo caso spugnandola direttamente nel pulitissimo mare di un tempo, senza bisogno di aggiungervi il sale.
Le nonne la gradivano inzuppata nel latte, a colazione o nelle cene frugali invernali, quando davano fondo all’esubero estivo.

Essendo biscottata, se correttamente conservata, non può andare a male e la sua gradevolezza può anche mantenersi per due-tre mesi, a patto di riporla negli appositi recipienti di terracotta (capase). Lasciata all’esterno, anche solo per poche ore, perde la sua caratteristica croccantezza, sino a “risciuncare”, come per i biscotti lasciati fuori dalla confezione per qualche ora.
Non deve mai essere troppo bagnata (spunzata) e quindi il tempo di immersione in acqua deve limitarsi a pochi minuti (lu tiempu ti ‘n’Ave Maria). Alcuni preferiscono la metà inferiore, più compatta, altri la superiore, più friabile e perciò atta a trattenere maggior quantità di acqua.

Insostituibile compagno della frisella è lo straordinario olio d’oliva locale, con cui si condiscono abbondantemente i pomodori rossi che la ricoprono e le fette di poponelle (minunceddhe) accantonate con le olive nere e le foglie di rucola selvatica (cresta) al bordo della ciotola che la contiene. La dolcezza di questi ultimi veniva alleviata dai rametti di “erva ti mare” sottaceto, preparata all’inizio dell’estate o avanzata dall’anno precedente. Col passare degli anni è stata guarnita con cubetti di mozzarella, cipolla barlettana a fette, tonno, acciughe, olive verdi, sottaceti, magari spolverandola con origano raccolto nelle “macchie” dell’ubertosa campagna salentina.

Delle tante etimologie proposte forse si deve optare per il latino frendere = spezzettare, pestare, stritolare. Frisa dunque sarebbe un participio passato femminile del verbo, da cui il diminutivo frisella. Ma il buon Armando Polito son certo interverrà per chiarire l’arcano.

Una norma valida per tutti: mangiatela con le mani, mai con la forchetta. I vostri commensali salentini vi riterrebbero troppo schizzinosi!

Alcuni termini propri della frisella:
ssuppare: bagnare in acqua, come si farebbe con i crostini nel brodo. È il verbo più appropriato per il nostro alimento.
Spunzare: trattenere acqua oltre il dovuto, tanto da alterare le qualità organolettiche della pietanza. Il grado successivo, che disfa la frisella, si indica con “spulisciare
Risciuncare: rammollirsi della frisa per umidità protratta
Friseddha ti sotta: metà inferiore della frisella che è stata a contatto con le chianche del forno durante la cottura. Più compatta rispetto alla friseddha ti sobbra.
Capasa: grande recipiente di terracotta (circa 5 litri) per riporvi fichi, olive in salamoia o le stesse frise. La chiusura era garantita da un piatto posto in corrispondenza dell’apertura circolare.

Modi di dire:
ssuppatu a friseddha: bagnato fradicio
ti fazzu a friseddha: colpire fino a ridurre a persona informe
ndi ssuppamu ‘na friseddha: invito al convivio, anche se non si consuma la frisella
ruzzulisciare: crocchiare tra i denti della frisa non bagnata.

Bisignano e Nardò. I Sanseverino e gli Acquaviva

Bisignano e Nardò. I Sanseverino e gli Acquaviva

di Roberto Filograna

Sia la città di Bisignano[1](l’antica, medioevale Visinianum), sia la città di Nardò[2] (l’antichissima, messapica Naretinon), legano buona parte della loro storia più recente, dal XV secolo sino ai tempi dell’eversione della feudalità, al nome di due grandi famiglie che detennero il potere feudale ed amministrativo delle due città: i Sanseverino a Bisignano e gli Acquaviva a Nardò.

La famiglia Sanseverino e la famiglia Acquaviva appartenevano al gruppo delle sette famiglie più importanti del regno, assieme ai Ruffo, ai d’Aquino, agli Orsini del Balzo, ai Piccolomini e ai Celano. Ambedue le famiglie, improntarono la storia, l’economia, la cultura e la vita economica e sociale dei due centri, con alterna fortuna per gli stessi e secondo direzioni prevalentemente parallele ma che in qualche occasione divennero convergenti con punti d’incontro che produssero eventi di notevole

Libri/ La Taranta

Gianfranco Mingozzi
 La taranta. Il primo documento filmato sul tarantismo
Kurumuny Edizioni, € 15,00

Questo libro racconta le esperienze di Gianfranco Mingozzi, cineasta appassionato di antropologia: Per oltre vent’anni Mingozzi ha percorso le terre del Salento documentando per primo – nel 1961 – con il cortometraggio La taranta e con un episodio del film Le italiane e l’amore – La vedova bianca, il fenomeno del tarantismo allora conosciuto solo dagli studiosi.
Nel 1977 ritorna su questo argomento con l’inchiesta televisiva Sud e magia, in ricordo di Ernesto de Martino. Nel 1982 poi, con il documentario Sulla terra del rimorso, testimonia la fine di questo antico rito e mito salentino.
Il libro ricostruisce le diverse esperienze di Mingozzi sul tarantismo e ripropone in dvd La taranta con il commento di Salvatore Quasimodo. La storia di questo documentario è ricostruita, oltre che dal diario tenuto dal regista in quegli anni e dalle note di Ernesto de Martino, anche dalle critiche e da tutti i documenti attorno alle riprese.

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