Bernabò Sanseverino, da capitano di guerra a signore di Nardò (1384-1400)

BERNABO’ SANSEVERINO, DA CAPITANO DI GUERRA A SIGNORE DI NARDO’ (1384-1400)

I parte

di Roberto Filograna

 

Nella seconda metà del XIV sec., Nardò è centro ricco ed importante di Terra d’Otranto. La città è   fedelissima alla regina Giovanna I, da cui ha ricevuto, nel 1374, la demanialità e molti altri privilegi concessi tra questo stesso anno e il 1380.

La sua diocesi, da secoli retta dagli abati di Sancta Maria de Nerito, fedeli al pontefice di Roma, è amministrata, dal 1362, da Guglielmo.

Nel 1378 la città, a seguito dell’elezione a pontefice romano di Urbano VI, sostenitore di Carlo III di Durazzo, e di quella, immediatamente successiva, a Fondi, dello scismatico Clemente VII, sostenitore di Luigi d’Angiò, trova schierati su due fronti  una parte del clero, che fa capo all’abate, fedele al pontefice romano e filodurazzesco, e la civica Universitas che, con la maggior parte del popolo, del patriziato locale e con l’altra parte del clero, riconoscono come pontefice Clemente VII e  sono filoangioini.

Questa contrapposizione, che è un riflesso di quella più generale, esistente tra le due fazioni (quella filodurazzesca e quella filoangioina) che si contendono il governo del regno di Napoli, va progressivamente acuendosi, sino a raggiungere i suoi livelli più alti negli anni compresi tra il 1381 e il 1386. Un quinquennio che registra importanti avvenimenti, quali l’investitura di Carlo III di Durazzo a sovrano del regno di Napoli da parte di Urbano VI (1.06.1381) al posto della scomunicata regina Giovanna I; la morte, probabilmente per assassinio, della stessa regina (22.05.1382); la morte di Luigi I d’Angiò (20.09.1384) con la successione del giovane figlio Luigi II e la morte, infine, di Carlo III di Durazzo, assassinato a Buda, in Ungheria, nel febbraio 1386.

  Nella prima metà del 1384 assistiamo ad una impennata della contrapposizione tra Carlo III di Durazzo e Luigi I d’Angiò, ambedue pretendenti del regno di Napoli. Ed infatti, già nei primi mesi dell’anno, si registra una escalation delle operazioni di guerra, che si trasferiscono sul suolo di Puglia e nella provincia di Terra d’Otranto. E’ proprio in questi luoghi ed in questo contesto temporale che vengono alla ribalta alcune figure di valorosi capitani di guerra, militanti nei due schieramenti contrapposti. Tra i durazzeschi emergono Alberico da Barbiano e Angelo Pignatelli, mentre tra gli angioini, oltre a Tommaso Sanseverino, emergono il neoacquisito alla causa Raimondello Orsini del Balzo e lo stesso Bernabò Sanseverino, che verosimilmente in questo stesso anno diventerà signore di Nardò.

Sul versante ecclesiastico, in questi stessi anni, Clemente VII, in contrapposizione e concorrenza all’azione pastorale-religiosa ed amministrativa di Urbano VI nelle diocesi meridionali, conferisce incarichi ecclesiastici, collazioni e commende a chierici e monaci di provata obbedienza e fedeltà.

In questo contesto storico, per ciò che riguarda più specificamente le vicende neretine, al papa scismatico sembrarono maturi i tempi per smantellare il potere ecclesiastico sulla diocesi di Nardò dell’abate benedettino Guglielmo, fedele e devoto al pontefice romano, sostenuto su questa linea dai frati domenicani che non da molto si erano insediati nella città, costruendo la chiesa e il convento annesso di San Domenico e che rappresentavano la spina dorsale, irriducibile, di tale fedeltà e devozione al pontefice di Roma.

  La possibilità che si offriva a Clemente VII era quella di sostituire, alla guida della diocesi di Nardò, l’abate Guglielmo con un esponente del clero a lui fedele. Ciò si poteva ottenere,  garantendo e sostenendo una nuova figura di pastore diocesano attraverso la presenza nella terra di Nardò di un potere feudale, amministrativo-politico e soprattutto  militare certamente  favorevole a quest’ultimo. Tanto più che nel 1283, Carlo III di Durazzo aveva donato la contea di Nardò a Carlo Ruffo, sebbene non sia certo se quest’ultimo, di fatto, ne abbia mai preso personalmente possesso, vista la storica, prevalente adesione della città al partito filoangioino e la successiva evoluzione degli avvenimenti.

Il progetto di Clemente VII  si rese possibile, nel 1384, dopo l’invio in zona di truppe fedeli a Luigi I d’Angiò, comandate verosimilmente dallo stesso Bernabò Sanseverino, coadiuvato forse dal padre Francesco e, quasi certamente, dal fratello Luigi. Tali truppe operarono probabilmente congiuntamente con quelle comandate dal filoagioino Pietro d’Enghien, conte di Lecce.

Ed infatti, secondo quanto riportato dalla storiografia settecentesca, dopo un breve assedio, le milizie angioine, nonchè scismatiche, occuparono la città di Nardò.

In realtà, l’occupazione della città fu un fatto più formale che sostanziale, dal momento che essa, già precedentemente favorevole alla regina Giovanna I, lo era anche nei confronti di re Luigi I d’Angiò e, pertanto, salvo che per l’eccezione di qualche, poco consistente, parte contraria, con l’arrivo delle truppe filoangioine, la città colse l’occasione per schierarsi, ufficialmente, nel partito filoangioino e, nell’ambito religioso-ecclesiastico, si predispose concretamente al passaggio dall’obbedienza romana a quella avignonese.

Non è escluso, poi, che qualcuno del clero o anche del popolo e del patriziato locale decidesse, o per convenienza o per opportunità o anche per paura di ripercussioni, di aderire all’obbedienza clementina e al partito filoangioino.

Sebbene tutto lo faccia supporre, comunque, non abbiamo al momento fonti documentarie certe che ci riconfermino che le milizie scismatiche fossero comandate da Bernabò Sanseverino. Peraltro, tutta la storiografia settecentesca di terra d’Otranto, con al primo posto G. B. Tafuri, per ciò che riguarda Nardò, è evidentemente e deliberatamente omissiva sui personaggi e sulle vicende di questo periodo, nel tentativo, mal celato, di consacrare, per la diocesi neretina, un ruolo di storica obbedienza e di grandissima devozione al pontefice romano. Motivo quest’ultimo utile e sufficiente, in quei tempi, per manomettere ed anche per cancellare le notizie relative agli avvenimenti succedutisi negli ultimi sedici anni del XIV secolo e soprattutto quelle relative al ruolo svolto da Bernabò Sanseverino nel corso di tali avvenimenti, che rappresentarono il presupposto della sospensione e sostituzione dell’abate Guglielmo, fino ad allora alla guida della diocesi neretina.

Tali avvenimenti sono databili a partire dal 1384. Al contrario, il Tafuri, inducendo all’errore tutti gli storici che a lui si rifanno, posticipa artatamente e per ovvi motivi, l’ingresso in Nardò del Sanseverino al 1400, data che coincide con quella della sua morte, annullando così, in senso temporale, ma in modo froidianamente significativo, la possibilità di riconoscergli il ruolo di protagonista delle vicende neritine degli ultimi tre lustri del XIV secolo.

In ogni caso, all’occupazione angioina di Nardò, seguirono dure (?) repressioni, soprattutto in ambito clericale contro i sostenitori e seguaci del papa romano Urbano VI. In breve l’abate Guglielmo fu estromesso e la diocesi predisposta a trasformarsi da abbaziale in vescovile, cosa che avvenne con l’insediamento sul soglio vescovile, il 28 di giugno 1387, di  Matteo del Castello, frate quasi certamente proveniente dal patriziato locale  e non già dalla  Sicilia, come altrimenti riportato dal Tafuri.

pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina N°1. L’articolo è stato suddiviso in 4 parti che saranno pubblicate nei prossimi giorni

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