Lu lampasciòne

Lu lampasciòne1

di Armando Polito

 

 

Era littu sobbra a llibbri antìchi                                  

ca niènti cu lli fèmmine rispichi2                                 

ci no tti ‘mbacchi3 lu mangiàre ggiùstu;   

ci poi vuei ppruei cchiù motu custu,

lu lampasciòne miràculi pò ddare                              

e brutte ficùre no tti face fare.

Pi’ qquistu allu mese ti fibbràru 

la sirchiaròla4 già sta mmi prepàru                             

ca àggiu sscire cu ffazzu lampasciùni;                        

l’àggiu isti criscìre come agnùni5 

e ppi ll’acqua ca stanòtte è ccalàta

la terra a ccuncèrtu è rrimuddhàta.

Eccu ‘na beddha candilòra6 crossa: 

no pperdu tièmpu e a pprima mossa  

‘nu cuèrpu ti zzappòddha menu a ddritta,

alli razze eccu già la prima fitta;  

‘n’addhu cuèrpu menu poi a mmanca                        

e mi sentu tulìre totta l’anca;                                     

fazzu finta ti niènti e n’addha botta

li menu e cull’arnèse scendu sotta.  

La nghièfa7  tiru fore, cuàrdu attèntu,

mi mentu a iastimàre lu cumèntu:

lu lampasciòne stia motu cchiù ssotta  

e cu lla candilòra ca s’è rrotta                                   

ormai l’àggiu persu e ti sicùru                                    

lu pozzu fare sulu l’anno ‘nturu.                                 

Hae tre ore ca fatìu cu lla zzappòddha,                     

li manu s’hannu fatte totte ‘mpoddha8,                      

la spaddha mi la sentu fatta a stuèzzi                         

a ffuria ti bbinchiàre9 intr’a lli cuezzi.                          

Ti lampasciùni ‘na ‘intìna ‘ndi cacciài,                       

ma mancu sani, tanti ‘ndi scasciài.                             

Comunque mo a ccasa so’ tturnàtu                           

e mugghièrima mi tice:” Tiscraziàtu,                           

cuarda in cce condizioni t’ha rridòttu!                       

Tu ti criti ca si ‘nu ggiovanòttu                                  

ma bbasta ‘nu sulu lampasciòne                                

cu tti ricorda quantu si icchiardòne”.                         

 “Tu no ssai,” li ticu “brutta ‘gnorànte,                       

ca cu ‘stu bburbu mi ‘ndi fazzu tante,                        

ca motu frotisiàcu è l’effèttu,                                     

spetta cu ‘ndi mintìmu intr’a llu lièttu!”.                      

Mancu àggiu spicciàtu cu llu ticu                               

e mentre iò mi crattu lu iddhìcu                                   

eddha l’ha ddilissàti e intr’a lli piatti                           

li porta an tàula e quatti quatti                                   

senza fiatare nui ‘ndi li ‘mbaccàmu3                           

e prestu prestu sciàmu ‘ndi curcàmu.                        

“Marìtu mia, no sta tti siènti niènti?”                              

“Cce mmale sta mmi fàcinu li tiènti!”                         

 “E cchiù ssotta non c’ete nuddhu effèttu,                  

o sta tti tegnu qua pi scarfalièttu?”                             

 “Mugghière mia, l’effèttu ‘nc’ete e cruèssu:              

ti la spaddha mi tole tuttu l’uèssu”.                            

“Cruèssu iò ‘n’addhu affàre mi pinsàva                     

e cci sape ti quantu lu spittàva…;                               

l’animu ‘n pace tocca cu mmi mentu,                        

ti lampasciòne nuddhu effèttu sentu”.                         

“Iò invece sta llu sentu intr’a lla ‘ntrama10,                 

in neritìnu pìpitu11 si chiama                                       

e ppuru ci no stae mai tuttu sulu                                

già unu sta mmi esse ti lu culu”.                                 

Mi ndi fici ddha notte armènu centu                          

(ti pìpiti, s’intende) e cu llu ièntu                                

ca s’era sviluppàtu intr’a llu lièttu,                             

 (ti lu fièzzu no pparlu pi’ rrispèttu)                            

mugghièrima ‘sfissiàta era ‘mpannàtu12;                     

intr’a ddhu lièttu tuttu lesionàtu.                                 

Ti tandu la fitùcia àggiu persu                                    

e ògghiu cu rrimàgnu sscersu sscersu13;                     

mi ‘ndi fottu ti Ovìtiu e ti Atenèu14:                            

cinca li sente poi ddivènta peu15.                               

Sti bburbi, bbuèni so’ cu llu salàme,                          

pi llu salàme no, natùra ‘nfame!

Nella traduzione che segue ho tentato finchè era possibile di far corrispondere alla voce dialettale la più vicina, non solo semanticamente ma anche formalmente, in italiano; laddove sono stato costretto ad usare un sinonimo (in nota ho riportato della voce originale l’etimologia, scarna per motivi di spazio) era fatale che saltassero rima e ritmo. So benissimo che qualsiasi traduzione di un qualsiasi testo, alla pari del commento che spesso sovrappone al messaggio originale dell’autore quello, sovente arbitrario, del traduttore, è, in un certo senso, un atto di violenza. L’ho fatto non solo perchè violentare se stessi è meno grave che violentare gli altri ma soprattutto perchè mi sembrava doveroso nei confronti di coloro che, pur non essendo salentini (per non allargarmi), hanno mostrato interesse e, direi, amore per la nostra terra.

Il lampascione

Avevo letto su libri antichi

che niente con le donne tu racimoli

se non mangi il cibo giusto;

se poi vuoi provare ancor più gusto,

il lampascione miracoli può dare

e brutte figure lui non ti fa fare.

Per questo il mese di febbraio

la zappetta io già mi sto preparando

ché devo andare a estrarre lampascioni;

li ho visti crescere come bambini,

e per la pioggia che stanotte è caduta

la terra è rammollita al punto giusto.

Ecco una candilòra bella grossa:

non perdo tempo e a prima mossa

un colpo di zappetta meno a dritta,

alle braccia ecco già la prima fitta;

un altro colpo meno poi a manca

e mi sento far male tutta la gamba;

faccio finta di niente e un altro colpo

gli butto e con l’arnese scendo giù.

La zolla tiro fuori, guardo attento,

mi metto a bestemmiare il convento:

il lampascione stava molto più sotto

e ora che lo stelo si è rotto

ormai l’ho perso e di sicuro

potrò estrarlo solo l’anno venturo.

E’ da tre ore che fatico con la zappetta,

le mani son diventate tutte una bolla,

la spalla me la sento fatta a pezzi

a furia di buttare colpi tra le pietre.

Di lampascioni una ventina ne tirai fuori,

ma neppure interi, tanti ne fracassai.

Comunque adesso a casa son tornato

e mia moglie mi dice: “Disgraziato,

guarda in che condizioni ti sei ridotto:

tu credevi di essere un giovanotto

ma basta un solo lampascione

a ricordarti quanto sei vecchione”.

“Tu non sai,” le dico “brutta ignorante,

che con questo bulbo me ne faccio tante,

perché molto afrodisiaco è l’effetto,

aspetta che ci mettiamo dentro al letto!”.

E mentre ancora questo io dico,

nel frattempo mi gratto l’ombelico,

essa li ha lessati e dentro ai piatti

li porta in tavola e quatti quatti

senza fiatare ce li divoriamo

e presto presto a coricarci andiamo.

“Marito mio, non stai sentendo niente?”

“Che male mi sta facendo il dente!”

“E più sotto non c’è nessun effetto,

o ti sto tenendo qui per scaldaletto?”

“Moglie mia, l’effetto c’è e grosso:

della spalla mi fa male tutto l’osso”.

“Grosso un altro affare io m’immaginavo,

chissà da quanto tempo l’aspettavo…;

mi tocca mettere l’animo in pace,

non sento nessun effetto di lampascione”.

“Io invece lo sto sentendo nella pancia,

in neritino pìpitu si chiama

e anche se non sta mai tutto solo

già uno mi sta uscendo dal culo”.

Me ne feci quella notte almeno cento

(di scorregge, s’intende) e con il vento

che si era sviluppato dentro al letto

(del fetore non parlo per rispetto)

mia moglie per asfissia già dormiva

in quel letto tutto lesionato.

Da allora ho perso la fiducia

e voglio restare ignorante;

me ne fotto di Ovidio e di Ateneo:

chi dà retta a loro poi diventa scemo.

Questi bulbi son buoni col salame,

per il salame no, natura infame!

______

1 Dal latino lampàdione(m), il cui nominativo (lampàdio) compare in una traduzione latina (il manoscritto è del X secolo, ma secondo gli studiosi, si rifà ad uno precedente, perduto, di almeno 3 secoli prima) di un pezzo (in greco) di Oribasio (erborista e medico bizantino del IV secolo d. C.).

2 Da rispicàre; il corrispondente italiano parzialmente formale è spigolare (raccogliere le spighe rimaste sul terreno dopo la mietitura), dal latino *spiculàre, da spìculu(m)=punta, diminutivo di spicu(m) o spica(m)=spiga. La voce neritina è composta dal prefisso ri– (dal latino re-=di nuovo) e direttamente (se fosse stata da spiculàre avrebbe dato rispichiàre attraverso la trafila rispiculàre>rispiclàre>rispichiàre) dal latino spicàre=rendere appuntito, fornire di spiga (dal citato spica=spiga), con slittamento semantico. Questa nota è anche un omaggio al sito da parte di un rispica(u)tore…

3 Da ‘mbaccàre, deformazione di imbeccare.

4 Zappa a lama stretta e lunga; da sarchiare.

5 Probabilmente dal napoletano guagnì=piagnucolare, di origine onomatopeica.

6 E’ lo stelo, che probabilmente trae il suo nome dalla Candelora, festa della Purificazione di Maria, che cade il 2 febbraio, in cui si svolge la tradizionale benedizione delle candele, proprio perché le sue tre foglie basali cominciano ad apparire in tale periodo; tuttavia, non escluderei un incrocio col latino medioevale candilèrium= candelabro (per evidente analogia di forme con la pianta completamente sviluppata). E’ consigliabile estrarre il bulbo alla comparsa di queste foglie basali, prima che si sviluppi la candilòra; la dimensione delle tre foglie è direttamente proporzionale a quella del bulbo.

7 Da un osco *glifa, da cui il latino gleba e l’analoga voce italiana.

8 Dal latino ampùlla(m) (da cui l’italiano ampolla), diminutivo di àmphora(m), dal greco amforèus, composto da amfì=dalle due parti e fero=portare.

9 Incrocio tra il latino tardo vinculàre (da cui l’italiano avvinghiare) incrociato con unchiàre=gonfiare (dal latino inflàre=soffiare dentro).

10 Da un latino *intràmen, dal classico intra=dentro.

11 Non è per nobilitare la voce o per conferirle un’aureola di innocenza, ma essa ha un’origine infantile (pipo) fedele a valori onomatopeici, complicata dall’incrocio col latino pèditum=scorreggia.

12 Da ‘mpannàre, slittamento semantico dell’italiano impannare=coprire una finestra di panno o di carta spessa per chiuderla o oscurarla.

13 Dal greco chersos=arido, sterile, privo di.

14 Ovidio e Ateneo sono solo due dei numerosi autori antichi (quelli del primo verso) che attestano le presunte proprietà afrodisiache del bulbo.

15 Dal latino pius=religioso, giusto, onesto; l’evoluzione semantica della voce neritina (credulone>buono>troppo buono>ingenuo>stupido) sembra attestare che già la saggezza (?) popolare antica aveva una disincantata (o furbesca?) consapevolezza  del vezzo tutto italiano (diventato in questi ultimi decenni, ma non per tutti, virtù nazionale) di non rispettare le regole (morali e giuridiche).

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