L’urgialuru

L’URGIALURU

di Armando Polito

Sarebbe (l’uso del condizionale si capirà dopo) un piccolo polpo di scoglio. Ignoravo la voce (che, peraltro, è assente nel vocabolario del Rohlfs) fino a che non l’ho letta nel pregevole saggio La cucina del Salento (Edizione “A.N.D.O.”, 1996, pag. 6) dell’amico Massimo Vaglio. Essa è irreperibile anche in Rete ma, siccome ho troppa stima di Massimo per credere che se la sia inventata, mi son chiesto quale ne potrebbe essere l’origine.

Il corrispondente (solo formale, non semantico) italiano potrebbe essere, anche per quanto si dirà, orzaiolo, che è dal latino tardo hordèolu(m), derivato di hòrdeum =orzo, per la forma simile a un chicco d’orzo, forse con influsso del latino, sempre tardo, varìola =vaiuolo, a sua volta derivato di vàrius=vario, chiazzato. Ma cosa hanno a che fare orzo e orzaiolo con il nostro polpetto?

Nella commedia Càsina di Tito Maccio Plauto (3°-2° secolo a. C.) l’autore al verso 493 fa dire al vecchio Lisidamo:

– Èmito sepìolas, lòpadas, loligùnculas, hordèias…-

Comprerai seppioline, patelle, calamaretti, orzaioli (traduco così provvisoriamente hordeìas).

E immediatamente nel verso successivo il servo Chalino ribatte:

-Immo triticèias, si sapis-

Anzi granaioli (traduco così provvisoriamente triticèias), se sai il fatto tuo

La traduzione provvisoria di hordèias è dovuta al fatto che per questa voce il Castiglioni-Mariotti dà la definizione  generica di un pesce o  mollusco, il Calonghi di specie di mollusco, il cui nome richiama hòrdeum. Ma sono stato costretto a tradurre orzaioli per mantenere il gioco di parole insito nel successivo triticèias (forma aggettivale da trìticum=grano) che ho dovuto rendere con granaioli.

Hòrdeum, l’avevamo visto, significa orzo, trìticum, l’ho appena detto, grano: è evidentissima nella battuta del servo la contrapposizione tra i due cereali di diverso pregio; solo che la voce designante il cereale meno pregiato (l’hòrdeum), aveva certamente il suo derivato in hordèia (che inequivocabilmente è una specie marina, dal momento che si accompagna ad altre: sepìolas, lòpadas e loligùnculas); quello più pregiato (il trìticum) aveva il suo derivato in triticèia che nella lingua comune era un aggettivo indicante ciò che si riferiva al grano, ma non una specie marina, che qui fantomaticamente viene evocata solo per dar vita ad uno dei giochi di parole così frequenti in Plauto. Insomma hordèia indicherebbe una specie marina somigliante a chicchi di orzo: se è così non è azzardato supporre che figlio del plautino hordèia sia urgialùru che denoterebbe, così, un suffisso –alùru corrispondente all’italiano –aròlo, [variante di –aiòlo, composto da –aio, dal latino –àriu(m) e –olo, dal latino –èolu(m)], con passaggio –o->-u– (*-arùlo) e metatesi –rul->-lur-. Tutto ciò sarebbe confermato dal fatto che il vocabolario del Rohlfs, pur non registrando, come ho detto all’inizio, la voce neritina, riporta però la parallela orgialùru attestata per Aradeo, Melpignano e Ruffano solo col significato di orzaiolo.

2 Commenti a L’urgialuru

  1. Su qualche altro libro ho definito sibillino il termine urgialuru, grazie quindi per aver dissipato questa mia ignoranza, la tua tesi mi convince e mi piace, daltronde attualmente si usa Chicco come diminutivo per bambini, e come nome per piccoli cani da compagnia. Si vede che i nostri pitanti di mare hanno anticipato nel marketing, persino i creativi della nota multinazionale per art. per bambini CHICCO!!!

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