Appunti di viaggi: dalla Puglia alla Sicilia

APPUNTI DI VIAGGI: DALLA PUGLIA ALLA SICILIA, FRA SCORCI D’INCANTO

di Rocco Boccadamo

Bellissime, struggenti e fresche immagini snodatesi innanzi agli occhi in armoniosa e distensiva successione, frammiste e combinate con emozionanti altalene di sensazioni e riflessioni sprigionatesi nel mio intimo profondo, concorrono a farmi rivivere, con un senso di gioia e d’autentico piacere, gli orizzonti, il clima e i contenuti di un recente viaggio in auto da Lecce a Messina.

Invero, mi è particolarmente caro l’itinerario che si muove dal Salento  in direzione sud e lo ripercorro sempre con vivo e rinnovato interesse e godimento.

tavole palatine

A cominciare dal balzo che avverto dentro nello sfilare lesto davanti alla mirabile e insieme mitica silhouette  delle Tavole Palatine di Metaponto, oppure gustando i suggestivi arenili ad acciottolato fine – con piccoli e romantici scogli affioranti proprio a ridosso della riva – nel primo tratto cosentino da Montegiordano Marina  a 

Libri/ Il convento dei domenicani e la chiesa di san Sebastiano a Galatone (1805-1876)

di Giuseppe Resta

L’amico Francesco Potenza ha avuto la gentilezza di farmi leggere in anteprima la sua ultima fatica da storico:

  “Il convento dei domenicani e la chiesa di san Sebastiano a Galatone (1805-1876)”, edita nel 2010 da Congedo a Galatina, non ancora ufficialmente presentata.

Il dott. Francesco Potenza è un autentico storico d’archivio, uno che i documenti sa trovarli, leggerli, interpretarli. E l’archivio storico del Comune di Galatone, che egli stesso ha sistemato, è una fonte di sorprese.

Il Potenza ha il metodo della ricerca che si apprende non “ ab intuitu personae”, ma nelle università, con disciplina, con basi salde e ben fondate. Lo “storico” deve essere allevato, non si improvvisa. Non basta mettere in giro rabberciate notizie in ordine sparso per fare “storia”. Si vede, eccome, la differenza tra il topo di archivio – confuso, slegato, impreciso, inconcludente e, spesso, ahimè, sconcludente nonché supponente – e quello

Emanuele Barba, medico, patriota e cultore di Lettere e Arti, e la salute fisica e mentale del popolo gallipolino

di Luigi Cataldi

biblioteca pubblica

 ” forza vitale per l’istruzione, la cultura e l’informazione”

“….agente indispensabile per promuovere la pace

 e il benessere spirituale delle menti di uomini e donne”.

Manifesto UNESCO 1995

 

Emanuele Barba, medico, naturalista, poeta, letterato e patriota, nacque a Gallipoli l’11 agosto dell’anno 1819. Figlio di un modesto sarto, dopo le scuole primarie si trasferiva a Napoli presso uno zio della madre e compiuti gli studi di medicina conseguiva la laurea nel 1842. La sua prima conferenza ebbe come tema l’argomento trattato nella tesi: “Sui mezzi per evitare i falsi ragionamenti in Medicina”.

Tornato a Gallipoli realizzava con entusiasmo e competenza la sua opera di medico: nel 1848, durante il diffondersi dell’epidemia tifoidea, fu prescelto dall’Autorità competente quale Direttore dell’Ospedale provvisorio di Gallipoli, e così, in circa cinque mesi di prolungata epidemia tifoidea curò e salvò la vita a circa tremila conterranei ammalati. Nel 1866, a causa dell’epidemia colerica, il Municipio lo incaricaricò ancora della Direzione

La fabbrica del vino del Salento

di Antonio Bruno

Ci sono 10 milioni di cinesi che possono consumare prodotti del Salento leccese ed è per questo motivo che i produttori di vino di questo territorio sono presenti sino al 31 ottobre 2010 all’Esposizione universale di Shanghai presso il padiglione Italia del Ministero delle Politiche agricolo, alimentari e forestali.

Ma com’è questo vino del Salento leccese? Nel nostro territorio la produzione massima di uva per ettaro di vigneto in coltura specializzata non supera le tonnellate 14 per la tipologia rosso Primitivo; a tonnellate 19 per le tipologie derivate da uve a bacca nera; a tonnellate 22 per quelle derivate da uve a bacca bianca. La resa massima dell’uva in vino finito, pronto per il consumo, non è superiore al 75%, per tutti i tipi di vino. Un attimo solo per le tipologie rosato e passito la resa non deve essere superiore al 50%. Quindi da un ettaro di Primitivo si ottengono circa 10.000 litri di vino, e 14.000 litri dalle uve a bacca nera e 16.000 litri di vino bianco.

Secondo l’Eurispes, nel nostro paese nel 1999 sono stati consumati circa 47 milioni di ettolitri di alcol, tra vino e superalcolici. Se si riferiscono tali consumi alla popolazione superiore ai quattordici anni il consumo pro capite sale a 105 litri. Il consumo di vino degli italiani è inferiore solo al consumo francese (59 litri pro capite) uguale a quello portoghese, superiore a quello svizzero (41 litri) o a quello tedesco (32).

Significativo risulta anche il consumo domestico di vino. Nel 1999, secondo l’Eurispes, la spesa media mensile di vino per nucleo familiare si aggirava intorno ai 18 €.

ph Riccardo Schirosi

Ma dove si compra il vino? Soprattutto al supermercato nel 50% dei casi, nelle enoteche per il 27% e solo nel 7% da chi lo produce direttamente. L’andamento dei consumi pro-capite italiani (-20% negli ultimi 6 anni) e la perdita di competitività all’estero riportano in evidenza il problema delle eccedenze produttive. Per questo motivo il famoso “Prendi tre e paghi due” che è la regina di tutte le formule promozionali può, in estrema sintesi, dare l’idea di quel che sta succedendo al vino italiano sui mercati esteri. Come registrano i dati di Assoenologi, i flussi dell’export nel terzo trimestre 2009 indicano un aumento dei volumi da 12,9 a 14,1 milioni di ettolitri e una diminuzione degli incassi da 2,61 a 2,46 miliardi di euro.

Con questa situazione le aziende produttrici di vino del Salento leccese sbarcano piene di speranze oggi in Cina, domani in Messico o in Nuova Zelanda per risolvere l’annoso problema e una volta presa conoscenza delle dinamiche di mercato nel settore alla luce dell’internazionalizzazione dei mercati, alla complessità dei comportamenti d’acquisto del consumatore è evidente che queste imprese sono sottoposte a una notevole minaccia competitiva.

Per poter fronteggiare questa situazione le aziende sono costrette a intraprendere delle efficaci ed efficienti azioni di marketing, processo che necessita di investimenti cospicui, di uno studio approfondito per la formulazione del piano di marketing, tutte cose che se sono nella facoltà delle grandi imprese non possono essere alla portata del produttore singolo.

Voglio raccontarvi ciò che è accaduto al mio amico Marco che vuole fare il vino. Ha 5 ettari di vigneto da cui ricava 70.000 litri di vino. Mi ha detto che vuole produrre e vendere direttamente il vino che fa lui. Mi ha detto che vuole regalare a tutti il gusto di riscoprire i sapori pugliesi del passato poiché si tratta di prodotti che passano direttamente dal produttore, ossia il singolo contadino, al consumatore, una tradizione e un gusto che purtroppo diventano sempre più rari. Dopo che il mio amico Marco ha letto il mio articolo Volete provare l’ebbrezza del profumo del mosto selvatico? http://centrostudiagronomi.blogspot.com/2009/12/volete-provare-lebbrezza-del-profumo.html siamo andati a trovare un altro mio amico e cioè Angelo Amato di Lecce http://www.olivaservice.com/ che ci ha messo a disposizione tutto l’occorrente.

Però c’è una novità che è rappresentata dalla “Fabbrica del Vino Mobile”. Come dite? Si! Angelo Amato presto si attrezzerà con quanto occorre per venire nell’Azienda del mio amico Marco con il suo “Palmento Mobile” e dopo averlo ottenuto direttamente sotto i tuoi occhi, tu potrai acquistare il vino di Marco sapendo che è proprio quello dell’uva che ha scelto e che hai visto divenire vino davanti ai tuoi occhi. Come dici? Quanto costa? Il vino di Marco costa 3 Euro al litro che a te garantisce la genuinità e la riscoperta del vino di una volta e a Marco un buon reddito.

Allora quest’anno si va alla vendemmia di Marco?

 

Bibliografia

Italo Poso: I vini del Salento sbarcano in Cina – Nuovo Quotidiano di Puglia del 13 maggio 2010

E. Scafato, S. Ghirini, R. Russo. Istituto Superiore di Sanità. Roma: I consumi alcolici in Italia: analisi e proposte

Disciplinare di produzione Indicazione geografica tipica del vino «Salento» Decreto Ministero Risorse Agricole del 20 luglio 1996 G. U. Repubblica Italiana n. 190 del 14 agosto 1996. Ha sostituito il D.M. 12 settembre 1995.

Volete provare l’ebbrezza del profumo del mosto selvatico? http://centrostudiagronomi.blogspot.com/2009/12/volete-provare-lebbrezza-del-profumo.html

Libri/ Lo stemma di Lecce

 

Lo Stemma di Lecce: momenti e monumenti. La Torre, la Lupa e il Leccio (Lecce, Edizioni del Grifo 2007, pp. 125, euro 12,00) a firma di Giovanna Falco.

Giovanna Falco ha ideato questo volume come una sorta di passeggiata nel tempo, dove la lupa e il leccio accompagnano il lettore nel susseguirsi di alcuni episodi salienti per la storia di Lecce. Michele Mainardi lo presenta come: «un’agile e consequenziale spartizione in paragrafi che aiuta una lettura a due facce: quella più immediata, rapida e succosa propria del testo e l’altra, ricca di richiami bibliografici in nota, che appartiene al gusto della voglia di spiegazioni raffinate, prese dalle fonti, cesellate dalla pazienza della ricerca

Storia della musica salentina/ Cloe Elmo (1910-1962)

a cura di Elsa Martinelli

Cloe Elmo (Lecce, 9 aprile 1910Ankara, 24 maggio 1962), mezzosoprano e contralto italiano. Studiò al Conservatorio di musica “Santa Cecilia” a Roma con Edvige Ghibaudo.

Nel 1932 vinse il primo premio al “Concorso internazionale di canto e musica” di Vienna. Debuttò a Cagliari nel 1935 come “Santuzza”. Nel 1936

Bernabò Sanseverino, da capitano di guerra a signore di Nardò (1384-1400)

BERNABO’ SANSEVERINO, DA CAPITANO DI GUERRA A SIGNORE DI NARDO’ (1384-1400)

I parte

di Roberto Filograna

 

Nella seconda metà del XIV sec., Nardò è centro ricco ed importante di Terra d’Otranto. La città è   fedelissima alla regina Giovanna I, da cui ha ricevuto, nel 1374, la demanialità e molti altri privilegi concessi tra questo stesso anno e il 1380.

La sua diocesi, da secoli retta dagli abati di Sancta Maria de Nerito, fedeli al pontefice di Roma, è amministrata, dal 1362, da Guglielmo.

Nel 1378 la città, a seguito dell’elezione a pontefice romano di Urbano VI, sostenitore di Carlo III di Durazzo, e di quella, immediatamente successiva, a Fondi, dello scismatico Clemente VII, sostenitore di Luigi d’Angiò, trova schierati su due fronti  una parte del clero, che fa capo all’abate, fedele al pontefice romano e filodurazzesco, e la civica Universitas che, con la maggior parte del popolo, del patriziato locale e con l’altra parte del clero, riconoscono come pontefice Clemente VII e  sono filoangioini.

Questa contrapposizione, che è un riflesso di quella più generale, esistente tra le due fazioni (quella filodurazzesca e quella filoangioina) che si

Libri/ Orchidee del Salento

Orchidee del Salento

Autori: Roberto Gennaio, Piero Medagli, Livio Ruggiero

Edizioni del Grifo, Lecce; formato cm 21×30      € 40

In questo volume, di 182 pagine con oltre 400 fotografie a colori, gli Autori, Roberto Gennaio del Dipartimento di Lecce dell’ARPA e Piero Medagli e Livio Ruggiero dell’Università del Salento, illustrano le 40 specie, oggi note, di orchidee spontanee del Salento, fornendo indicazioni sui periodi di fioritura e sulla loro rarità. La descrizione è preceduta da una dettagliata introduzione sulle generalità riguardanti la biologia delle orchidacee italiane e la necessità di una legge regionale che ne salvaguardi la presenza, spesso minacciata, nel nostro territorio. Sono inoltre descritti i numerosi ibridi, le varietà di colore e le interessanti malformazioni, rinvenuti fino ad oggi nel territorio salentino.

Leggendo Luigi Corvaglia…


di Gianni Ferraris

 

Ah le differenze. Leggo Corvaglia e le sue riflessioni  psicologiche su baresi e leccesi, leggo e imparo. Come ogni cosa scritta con il cuore ti invita a volare. Il pragmatismo produttivo e maschio contrapposto alla “mollezza burrosa” e femminile. Che vita strana, che strane sensazioni.  Sono scivolato attraverso l’Italia intera. Dalle terre dei Savoia, si proprio quelli che hanno saccheggiato il sud,  che fra loro parlavano un forbito francese. Quelli che ci hanno lasciato eredi che, in quanto a religiosità, paiono molto più vicini a S. Vittore  piuttosto che ad altri santi. Poi sono rotolato sulla rossa Emilia

La nobiltà gallipolina nel Settecento

di Luigi Giungato

La vita pubblica di Gallipoli è stata contrassegnata, nel corso dei secoli, forse sin dal XV, dal predominio esercitato dal ceto della nobiltà, vera o presunta, appannaggio di poche famiglie che hanno gestito tutte le vicende politico-amministrative.

Nella seconda metà del XVIII secolo, quando le nuove dottrine politiche cominciarono a diffondere in Europa gli importanti principi della libertà e dell‘eguaglianza, tutti i livori di casta che col tempo si erano sedimentati avevano creato un dualismo municipale che, distruggendo ogni armonia fra i cittadini, determinarono le prevedibili vendette personali e le forti tensioni sociali tra i componenti dei diversi ceti.

Sino a quegli anni un ristretto gruppo di persone appartenenti al primo ceto,

Lu lampasciòne

Lu lampasciòne1

di Armando Polito

 

 

Era littu sobbra a llibbri antìchi                                  

ca niènti cu lli fèmmine rispichi2                                 

ci no tti ‘mbacchi3 lu mangiàre ggiùstu;   

ci poi vuei ppruei cchiù motu custu,

lu lampasciòne miràculi pò ddare                              

Il bulbo che risveglia i sensi

di Antonio Bruno

 

Mio nonno Pietro detto “Petruzzu” li adorava. Li potete raccogliere dopo l’aratura del terreno e sono il frutto di 4 o 5 anni vita di questa pianta che ha il nome Muscari comosum. Ha dell’avventuroso andare alla ricerca del “Pampasciune”, una attività di scavo, di portare fuori dalle rosse terre del Salento leccese un bulbo amaro che viene lasciato nell’acqua per essere poi mangiato. La raccolta del selvatico è praticata ancora oggi diffusamente nel Salento leccese.
Lu Pampasciune detto anche Lampasciune è una pianta erbacea perenne di modeste proporzioni, fornita di un bulbo (organo sotterraneo come quello dei tulipani) formato da scaglie o tuniche carnose, compatte, di colore rosaceo.
Tutte le parti di questa pianta (bulbo, fusto,  foglie e fiori) contengono un succo mucillaginoso di sapore amaro un po’ acre.
Nel mondo classico ai bulbi , veniva attribuito un alto potere afrodisiaco, e numerose sono le testimonianze in tal senso. d.C.) dedicò ai bulbi queste parole. “qualora tua moglie sia vecchia, qualora il tuo membro sia morto, niente altro che i bulbi potranno soddisfarti… Chi sa apparire uomo nelle battaglie di Venere, mangi i bulbi e sarà molto forte”.

 
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Un linguaggio d’altri tempi, una parola che indica una cipolla selvatica che

Don Tonino Bello, vera sciabolata di luce viva

di Gianni Ferraris

Ricordare certe figure è un obbligo morale, una questione etica e socialmente non prescindibile.

Ci sono uomini che travalicano le loro appartenenze religiose, politiche, culturali. Che parlano all’umanità intera i linguaggi più consoni e che raggiungono le coscienze in modo diretto. Ci sono sguardi che trafiggono per la loro intensità.

Pensiamo al Dalai Lama che porta in giro per il mondo il suo esilio. Al Mahatma Gandhi che invocava la pace con messaggi di una coerenza difficilmente riscontrabile da altre parti. Pensiamo a figure di statisti come Pertini, Moro e molti altri potrei citarne, sicuramente scordandone molti altri ancora.

Sono figure di fronte alle quali ogni essere umano si sente in dovere di esprimere riconoscenza. Cattolici, atei, laici, di religioni diverse, però con un univoco modo di essere eticamente, moralmente, socialmente preziosi per gli insegnamenti che ci hanno donato.

Così anche un non credente si sente in forte debito nei confronti di un sacerdote, un vescovo in questo caso, che ha aperto uno squarcio nella pochezza di alcuni linguaggi o, peggio, nelle nefandezze che sono di strettissima attualità in ogni ordine di gerarchie, siano esse laiche o religiose.

Sono voci fuori da questi cori così poveri, e sono vere sciabolate di luce viva, fari di coscienza e di consapevolezza. Hanno sguardi penetranti, hanno parole che commuovono come l’estrema coerenza sa commuovere. Aiutano a guardare e vedere, invitano a non spegnere mai la luce.

Tonino Bello nacque ad Alessano (Le) il 18 marzo del 1935. Finite le medie, venne mandato in seminario prima ad Ugento (Le) , poi a Molfetta (Ba). Ordinato sacerdote a 22 anni, si occupò della rivista “vita nostra”. Poi, negli anni 70, fu parroco a Tricase (Le). Qui incontrò e conobbe gli ultimi: i poveri, i disoccupati, gli emarginati. Nel 1982 venne nominato vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi e nel 1985 presidente di pax Christi.

Fra i molti suoi scritti ed interventi, mi piace citare quello del grembiule e della stola, che forse contribuisce a comprenderne la statura:

“…Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente, e l’accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio. Si, perchè di solito la stola richiama l’armadio della sacrestia, dove con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d’incenso, fa bella mostra di sè, con la sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami… Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla nè di casule, nè di amitti, nè di stole, nè di piviali… La cosa più importante, comunque, non è introdurre il “grembiule” nell’armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola ed il grembiule sono quasi il diritto ed il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile…”

Servizio. E’ stata questa la grandezza di Tonino Bello.

L’umiltà di essere servitore del suo Dio e delle persone, al di là ed oltre il loro credo. Persone e basta. Aprendo le porte del suo vescovado agli operai, ai disoccupati. Andando con la sua utilitaria la notte nei quartieri degradati per aiutare un tossicodipendente, una prostituta, un clochard. Indossava il solo grembiule in quei momenti, ma quanto era luminoso, sembrava una stola di seta dorata! E come vescovo inizia un percorso che lo vede a fianco degli operai delle acciaierie di Giovinazzo che difendono il posto di lavoro. Soprattutto lo si vede a Comiso con i pacifisti a sfilare contro l’installazione dei missili. E aprirà le austere porte del vescovado per accogliere gli sfrattati, sostenendo con forza che non risolverà lui il problema degli sfrattati, non è compito suo. Lui intende semplicemente istigare le istituzioni a fare il loro lavoro.

“…io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove (…), insinuare qualche scrupolo come un sassolino nella scarpa.”

E ancora, nella consapevolezza di essere personaggio scomodo, crea centri di accoglienza per i tossicodipendenti, per immigrati. E fa nascere una moschea per “i fratelli mussulmani”.

Integrazione, accoglienza, solidarietà nei fatti, sono le parole d’ordine che lo guidano e il suo essere pastore. La pace e un pacifismo “militante” furono le sue battaglie più aspre. Quelle che lo portarono addirittura ad essere accusato di incitare alla diserzione quando in una lettera ai parlamentari nel gennaio 1991, disse che era possibile: “esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi».

Prima aveva lottato contro gli F16 a Crotone, contro gli Jupiter a Gioia Del Colle. Aveva promosso campagne per il disarmo e l’obiezione fiscale alle spese militari.

Immediato viene il paragone con un altro vescovo. Oscar Romero infatti invitò i militari salvadoregni ad opporsi a ordini di pena di morte. E immediato viene il parallelo con la teologia della liberazione. Romero venne trucidato da un tiratore scelto delle squadracce del dittatore mentre elevava l’ostensorio in una cattedrale affollata di campesinos impauriti e sgomenti.

Il culmine dell’impegno per la pace di Tonino Bello furono quei 500 che partirono da Ancona per la marcia per la pace in una Sarajevo martoriata dalla guerra, era il 7 dicembre 1992.

E lui, già malato, terminò la sua omelia con queste parole: “…Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.

Alexander Langer, suo estimatore ed amico, ricordò con queste parole un dialogo fra loro dopo il ritorno da quella marcia: “Tornò pieno di dubbi, e non li nascose: aveva vissuto con acuto dolore l’impotenza della pura proclamazione di pace, non se la sentiva di dare o escludere indicazioni operative, ma era sicuro di una cosa, come nei giorni della guerra del Golfo: che la pace, per affermarsi, ha bisogno innanzitutto di persone pacifiche e di mezzi pacifici”.

Tonino Bello morì il 7 aprile 1993 per cancro.

Alcune sue citazioni sono rimaste impresse come scritte indelebili. Una sua frase ricordo in particolare: «Dicono che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto, devono tenersi abbracciati per poter volare».

E ancora nel corso di un incontro che ebbe con i ragazzi di una scuola media, disse parlando a braccio: “…Abbiamo sentito una canzone qualche sera fa nella cattedrale di Terlizzi ad un incontro per i giovani… facemmo mettere una canzone di Zucchero che diceva: “… voglio amare fino a che il cuore mi faccia male…”. Io vi auguro, ragazzi, che voi possiate essere capaci di amare a tal punto che il cuore veramente vi faccia male! Lo dico a tutti, indipendentemente dalla vostra esperienza religiosa… anche se c’è qualcuno, qualcuna che è molto lontana… sono convinto che è una cosa che tocca anche loro… starei per dire… soprattutto loro! Vi auguro che possiate veramente amare, amare la vita, amare la gente, amare la storia, amare la geografia, cioè la Terra… a tal punto che il cuore vi faccia male… e ogni volta che vedete non soltanto queste ignominie che si compiono, queste oppressioni crudeli, queste nuove Hiroshima e Nagasaki, questi nuovi campi di sterminio, vedrete fra 5 o 6 anni come i momenti che stiamo vivendo oggi passeranno davvero nella storia con una gravità più grande di quella che avvolge gli episodi di Hiroshima, di Nagasaki, dei campi di concentramento, dei campi di sterminio… quello che si sta compiendo oggi… nel silenzio generale di tutti… questi curdi massacrati, come gli iracheni massacrati, come le guerre che hanno mietuto iracheni, americani, europei… ma che c’importa della bandiera? Quando muore un uomo è sempre una tristezza incredibile. Io penso che quando voi vedete queste cose vi dovreste sentire il cuore che vi fa male… Ma noi il cuore ce lo sentiamo triste soltanto quando vediamo le cose epidermiche… Perché vedere la moglie di un marinaio che ieri è morto nell’incidente di Livorno che viene ripresa dalle zoomate impietose della tv e che piange, che singhiozza… anche te ti senti il cuore che ti fa male… ma poi dopo passa… e la televisione ci sta abituando a girar pagina subito. Però il grido violento che si sta sprigionando dalla Terra, soprattutto dalle turbe dei poveri, quello lì deve risuonare costantemente dentro di voi… vi auguro, dicevo, che il cuore vi faccia male, come anche il cuore vi dovrebbe far male quando vedete lo sterminio della natura… Sentiremo fra poco che cosa significa la fiumana di greggio che si è sprigionata nel Golfo Persico… ”.

Gli auguri scomodi di Tonino Bello ai suoi fedeli:

Non obbedirei mai al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non posso, infatti, sopportare l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla “routine” di calendario. Mi lusinga, addirittura, l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora! Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali. E vi conceda la forza di inventarvi un’esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finchè non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un povero marocchino, a un povero di passaggio. Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa l’idolo della vostra vita; il sorpasso progetto dei vostri giorni: la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla ove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che lo sterco degli uomini o il bidone della spazzatura o l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi tutte le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi cortocircuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro. Gli angeli che annunciano la pace portino guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio della fame. I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce”, dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura ma non scaldano. Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative. I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge” scrutando l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino un desiderio profondo di vivere poveri: che poi è l’unico modo per morire ricchi. Sul nostro vecchio mondo che muore nasca la speranza!!!  don Tonino Bello.

Bibliografia:

– “Alla finestra della speranza” Ed. S. Paolo, Cinisello B., 1988.

– “Sui sentieri di Isaia” Ed. La Meridiana, Molfetta, 1990.

– “Scrivo a voi… lettere di un vescovo ai catechisti” Ed. Dehoniane, Bologna 1992.

– “Pietre di scarto” Ed. La Meridiana, Molfetta, 1993 – “Stola e grembiule” Ed. Insieme, Terlizzi, 1993

Addio al calaprìcu e compagni


 di Armando Polito

In un’epoca in cui l’ingegneria genetica promette mirabilie e, con particolare riferimento al mondo vegetale, già serve sulle nostre tavole frutta e verdura di forma e sapore (?) inusitati, può sembrare da inguaribile nostalgico del tempo che fu dedicare quattro righe ad un umilissimo arbusto un tempo molto diffuso dalle nostre parti: il calaprìcu, cioè il pero selvatico. La voce ancora oggi è usata per sottolineare il sapore amaro di un cibo o il carattere scontroso di una persona, anche se la metafora a breve scomparirà seguendo in questo il destino dell’arbusto.

È per me paradossale e scandaloso che a parole si sottolinei l’importanza della biodiversità e che contemporaneamente non si muova un dito per salvare specie animali e vegetali in pericolo di estinzione e che, anzi, per motivazioni egoisticamente ed esclusivamente economiche (qualcuno ha persino la spudoratezza di affermare che le modificazioni genetiche applicate all’agricoltura risolveranno il problema della fame nel mondo!) si sovrapponga incoscientemente e presuntuosamente alla biodiversità progettata,  realizzata e collaudata nei millenni dalla natura e parzialmente turbata dall’uomo con l’antichissima tecnica dell’innesto, quella ideata, sempre dall’uomo, in questi ultimi anni e immessa sul mercato senza, a mio avviso, le dovute garanzie che solo un controllo prolungato nel tempo può dare.

È triste consolarsi col passato, ma tant’è! Plinio il Vecchio (23-79 d. C.) nella Naturalis historia (17, XIV, 75) ci ha lasciato sul tema quanto segue; non so, anche su altri temi, purtroppo, cosa lasceremo noi…:

Tubures melius inseruntur in pruno silvestri et malo cotoneo et in calàbrice. Ea est spina silvestris; quaecumque optime et myxas recipit; utiliter et sorbos.

(I lazzeruoli si innestano meglio sul susino selvatico, sul melo cotogno e sul calaprico. Questa è una pianta spinosa selvatica; accoglie ottimamente ogni specie e i susini; con buoni risultati anche i sorbi).

E tre secoli dopo Palladio Rutilio Tauro Emiliano (Agricultura, X, 14) ribadiva:

Mense ianuario ultimo vel februario tuburum surculus mirabiliter proficit cydonio insitus. Inseritur autem melis omnibus et piris et prunis et calabrici melius trunco fisso quam cortice.

(Alla fine di gennaio o di febbraio la gemma dei lazzeruoli attecchisce mirabilmente innestata sul melo cotogno. Si innesta inoltre su tutti i meli, peri, susini e sul calaprico meglio a spacco che a corteccia).

Ma il funerale dei portainnesti antichi vede, oltre al calaprìcu, il piràscinu (altra specie di pero selvatico, il cui nome è da piru+lo stesso suffisso dispregiativo di nannàscina, purpàscina, etc. etc.; un latino piràginus è attestato molto tardi e precisamente nello statuto di Atena (Sa) che è anteriore al 1475), la maràngia [direttamente dall’arabo narang, dal persiano narany , probabilmente dal sanscrito nagaranja=frutto degli elefanti, mentre in italiano si è sviluppato arancio con caduta di n– per deglutinazione in seguito a fusione con l’articolo (un narangio>un arangio>arancio); solo in epoca relativamente recente, per probabile importazione da Gallipoli e incrocio con mara=amara, la voce si è specializzata ad indicare la varietà amara] e il tèrmite (specie di olivo selvatico); la voce è  direttamente dal latino tèrmite(m)=ramoscello, con specializzazione del significato; i  nostri  oliveti secolari ed  ultrasecolari con il loro irregolare sesto d’impianto provano la pratica antica  di  innestare   in pieno  campo  olivastri  (tièrmiti) spuntati qua e là nei campi e nella macchia e, con la loro maggiore resistenza alle malattie rispetto ad esemplari frutto di tecniche colturali più recenti, confermano ciò che già il poeta latino Orazio (I° secolo a. C.) aveva celebrato nei versi 41-48 del 16° epodo: Nos manet Oceanus circumvagus: arva beata/petamus, arva divites et insulas,/reddit ubi cererem tellus inarata quotannis/et imputata floret usque vinea,/germinat et numquam fallentis termes olivae/suamque pulla ficus ornat arborem,/mella cava manant ex ilice, montibus altis/levis crepante lympha desilit pede (Ci attende l’Oceano che tutto abbraccia: di campi beati/andiamo in cerca, di campi ricchi e di isole/dove la terra ogni anno senza esssre arata dà le messi/ e la vite senza essere potata rifiorisce sempre/ e il ramo dell’olivo che mai inganna germoglia/e il giovane fico orna il suo albero,/il miele stilla dal cavo leccio, dall’alto dei monti/scende giù con la sua corrente fragorosa l’acqua leggera).

Termes è connesso col greco terma=meta, limite e con i latini termo, termen e tèrminus=linea di confine, a riprova questa volta del fatto che un tempo dei rami segnavano il confine di un campo,  proprio come avrebbero fatto per secoli nelle nostre campagne le piante di olivo (chisùre). E Tèrminus per i Latini era il dio dei confini.

Al di là della contestualizzazione storica (l’abbandono della terra natia verso lidi che sembrano una sorta di paradiso è visto da Orazio come unico rimedio al clima di distruzione e morte indotto dalle guerre civili), dove cercheremo rifugio noi dopo aver violentato anche l’Amazzonia? Sembra una vendetta della storia e pure dell’etimologia quando si pensa che il greco terma, prima citato, deriva dal verbo tèiro (in latino tèrere, dal cui participio passato tritum sono nati i nostri trito, tritare e triturare) che significa logorare, indebolire. I Greci erano partiti da questo concetto di sfinimento e morte per dar vita a quello di conclusione, confine; poi i Latini, a parte i già nominati termo, termen, tèrminus e Tèrminus avevano mantenuto l’originario significato negativo oltre che nel verbo tèrere anche in tarmes/termes=tarma (dalla variante termes la nostra tèrmite o termìte, il temibile insetto). E noi? Noi, in pochi decenni, siamo stati capaci solo di percorrere il cammino inverso…

E io sono stato solo in grado di partorire queste poche, inutili osservazioni e questi miserabili, altrettanto inutili versi (?)…

Lu tèrmite

                                                                                  

Quantu tièmpu è ppassàtu ti ddhu ggiùrnu!                  

Simènte eri, ti ceddhu cuncardàta1;                              

ti lu sole poi sott’a llu furnu                                          

la vita chiànu chiànu è spuntàta.

                                                                                        

Picchi acqua ‘ggiàna2 intr’a ‘stu maru cuèzzu,            

stuèrtu e ttanti bbuchi intr’a lla scorza,                        

ti stòria antìca tu sî ormai ‘nu stuèzzu                          

e ddi natùra la proa ti la forza.

                                                                                       
Ma quarche ccosa strana mo sta ssiènti:                      
                                       

l’acqua non è cchiù queddha e mmancu l’aria,            

troppu ti pressa càngianu li tièmpi,                                                                            

lu sangu ‘ndi mbilèna addha malària.                                                                      


E ppàssari, ciciàrre  e ssaccufàe
3                                                                 

sempre menu ti fannu cumpagnìa,                                       

irdulèddhe e ccardìlli cchiù no ‘nd’hae                         

e sta tti pìgghia la malincunìa.

                                                                                       
Piensi ca no ppuè ffare mancu figghi                            

e la simènte tua a ‘n terra minàta                                 

sai ggià ti sicùru ca ttra ppicchi                                    

è mmuffìta, morta e ppoi squagghiàta.

                         

L’olivastro

 

Quanto tempo è passato da quel giorno!

Seme eri, riscaldato dal ventre di un uccello;

del sole poi sotto il calore

la vita piano piano è spuntata.

 

Poca acqua piovana dentro questa roccia amara,               

storto e con tanti buchi nella corteccia,

di storia antica tu sei ormai un pezzo

e la prova della forza della natura.

 

Ma qualche cosa strana stai ora sentendo: 

l’acqua non è quella di una volta e nemmeno l’aria,

troppo in fretta cambiano i tempi,

il sangue ci avvelena una diversa malaria.

 

E passeri, cinciallegre e rigogoli

sempre meno ti fanno compagnia,

verdoline e cardellini non ci son più

e ti sta prendendo la malinconia.

 

Pensi che non puoi fare nemmeno figli

e il seme tuo a terra abbandonato

sai già di sicuro che tra poco

sarà ammuffito, morto e poi disfatto.

_______

1 Il calore del ventre dell’uccello che ha inghiottito il seme favorisce, dopo la sua eliminazione, l’attecchimento; cuncardàre corrisponderebbe ad un inusitato italiano concaldare.

2 Da *foggiàna, acqua che si raccoglie nella fòggia (fossa), con aferesi di fo-.

3 Dal greco siukòfagos=mangiatore di fichi.

Càusi e stiani (pantaloni e gonne)

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

 CAUSI E STIANI  (PANTALONI E GONNE)

 

 di  Giulietta Livraghi Verdesca Zain

 

(…) “La strata ncursàta spenta l’andòre…” (“nella strada affollata il profumo svapora…”), si diceva a inculcare che una donna onesta non doveva oziosamente gironzolare per il paese, pena la perdita delle sue qualità morali; e continuando nello snocciolare dei proverbi a carattere formativo, si affermava che “Lu passìu ti la fèmmina ete l’urtàle” (“La passeggiata, la donna può farsela sfaccendando nel cortiletto di casa”), dichiarando “Bbinitétta la fémmina ca tàe palòra sulu a lla nnàccara ti lu tilàru”  (“Benedetta la donna che conversa solamente col ticchettio del telaio”), sino a prendere spunto dalla sciorinata del bucato per ricordare che “Càusi e stiànu no bbànu mpisi a lla stessa corda ci ti miènzu no nc’ete nnu chiasciòne” (“Pantaloni e gonna non vanno appesi allo stesso filo se fra un indumento e l’altro non si tende un lenzuolo”, cioè un uomo e una donna non devono stare a tu per tu se fra di loro non c’è vincolo matrimoniale).

E non si creda che queste fossero formule assolte solo in linea di principio, ché anzi trovavano nella messa in pratica una più espansa misura di responsabilità, quasi il preservo morale della donna non fosse di esclusivo interesse familiare, ma riguardasse l’intera collettività quale elemento connotativo della stessa. Nel comportamento del singolo, infatti, il paese veniva a riflettersi, e per così dire a saggiarsi, nel vigile timore che uno sgarro individuale si rivelasse azione corrosiva al buon nome della popolazione, dando motivo agli abitanti dei paesi vicini di forgiare etichette sarcastiche o addirittura offensive. Un danneggiamento morale che, nel caso specifico, avrebbe avuto delle spiacevoli conseguenze pratiche, rivelandosi bastone d’intralcio nell’accasamento delle ragazze cu strìi ti fore paése (con giovanotti residenti in altri paesi). Di qui la necessità per i capifamiglia di esonerare le donne da ogni incombenza che offrisse ragione di sortita, per cui non solo si privavano del loro aiuto nel vendere frutta e verdura al mercato o nel recapitare  la minéscia ti fogghe a ccasa a llu patrùnu (il fascio di verdure a casa del padrone), ma si accollavano tutti quelli che erano gli abituali – od occasionali – disbrighi esterni, quali fare la spesa, andare a chiamare il medico, passare dallo speziale o portare dal calzolaio le scarpe abbisognevoli di risolatura.

Una vera e propria estromissione femminile dalla vita pubblica, insomma; regolamentazione del resto ormai vecchia di secoli e perciò connaturata col sentire stesso delle donne, che spontaneamente ne rimarcavano i contorni: per recarsi in chiesa, alle veglie funebri, a visitare un ammalato o una puerpera, si industriavano a come compiere il tragitto percorrendo strade secondarie, scrupolosamente scantonando da quelle principali e soprattutto dalla piazza, che attraversavano solo se debitamente accompagnate dai rispettivi mariti. E malgrado le vie, per l’inesistenza del traffico, si offrissero ai loro passi come altrettanti campi aperti, non si azzardavano mai a camminarvi nel centro, bensì rasentavano il più possibile i muri, quasi prevalesse in loro l’inconscio desiderio di apparire fagocitate dall’ombra.

Nell’andare e tornare dalla campagna, infatti, a parte l’immancabile scorta dei loro uomini o – se si trattava d’ingaggio a gruppo – di un anziano remunerato a tal scopo dal padrone, erano abituate ad attraversare il paese nell’incerta luce delle albe e nell’ovattatura dei crepuscoli, per cui quella volta che si trovavano ad affrontarne le strade in pieno giorno soggiacevano  a un senso di verecondia, specie se si vedevano soppesate da occhi maschili. In tal caso, a scanso di equivoci, occorreva dichiarare la propria onestà, e come qualche anziana vedova in servizio presso una casa signorile, eccezionalmente trovandosi a comprare il pesce al mercato o la soda caustica nel negozio di alimentari, si premurava di precisare “Mi ttròu acquài pi ccumànnu patrunàle” (“Se mi trovo qui è solo per soddisfare al comando della padrona”), così la donna in transito per la strada, incrociando un gruppo di uomini o rasentando la bottega di un barbiere (la cui vocazione al pettegolezzo era a quel tempo virus categoriale), correva ai ripari atteggiando il viso a mestizia e sospirando come anima in pena: “Ah, nicissitàte ti la ita… lu jéntu azza quannu menu ti la spiétti!…” (“Ah, necessità della vita… il vento si leva quando meno te l’aspetti!… [Se mi trovo fuori casa, è per una sgradita  quanto inaspettata emergenza!]”). Naturalmente, compostezza voleva non si avesse mai a guardare in faccia gli uomini che s’incontravano, né tanto meno fermarsi a dar loro parola: al di là del soliloquio, fossero anche cugini, cognati o compari, non si doveva andare oltre i recisi saluti di “Bbona sciurnàta, bbon’éspira e bbonaséra” (“Buon giorno, buon vespro e buonasera”).

Come già detto, pantaloni e gonne non dovevano trovarsi a tu per tu, e l’importanza che si dava a questo assunto si può desumere dall’estremistica imposizione che donne e uomini subivano in chiesa, dove questi ultimi, privilegiati nell’occupare la navata centrale, venivano diffidati – spesso pubblicamente, dal pulpito – dal lanciare sguardi verso le navate laterali, zone che per essere più in ombra erano tassativamente riservate alle donne. (…)

 

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg. 347-349)

L’urgialuru

L’URGIALURU

di Armando Polito

Sarebbe (l’uso del condizionale si capirà dopo) un piccolo polpo di scoglio. Ignoravo la voce (che, peraltro, è assente nel vocabolario del Rohlfs) fino a che non l’ho letta nel pregevole saggio La cucina del Salento (Edizione “A.N.D.O.”, 1996, pag. 6) dell’amico Massimo Vaglio. Essa è irreperibile anche in Rete ma, siccome ho troppa stima di Massimo per credere che se la sia inventata, mi son chiesto quale ne potrebbe essere l’origine.

Il corrispondente (solo formale, non semantico) italiano potrebbe essere, anche per quanto si dirà, orzaiolo, che è dal latino tardo hordèolu(m), derivato di hòrdeum =orzo, per la forma simile a un chicco d’orzo, forse con influsso del latino, sempre tardo, varìola =vaiuolo, a sua volta derivato di vàrius=vario, chiazzato. Ma cosa hanno a che fare orzo e orzaiolo con il nostro polpetto?

Nella commedia Càsina di Tito Maccio Plauto (3°-2° secolo a. C.) l’autore al verso 493 fa dire al vecchio Lisidamo:

– Èmito sepìolas, lòpadas, loligùnculas, hordèias…-

Comprerai seppioline, patelle, calamaretti, orzaioli (traduco così provvisoriamente hordeìas).

E immediatamente nel verso successivo il servo Chalino ribatte:

-Immo triticèias, si sapis-

Anzi granaioli (traduco così provvisoriamente triticèias), se sai il fatto tuo

La traduzione provvisoria di hordèias è dovuta al fatto che per questa voce il Castiglioni-Mariotti dà la definizione  generica di un pesce o  mollusco, il Calonghi di specie di mollusco, il cui nome richiama hòrdeum. Ma sono stato costretto a tradurre orzaioli per mantenere il gioco di parole insito nel successivo triticèias (forma aggettivale da trìticum=grano) che ho dovuto rendere con granaioli.

Hòrdeum, l’avevamo visto, significa orzo, trìticum, l’ho appena detto, grano: è evidentissima nella battuta del servo la contrapposizione tra i due cereali di diverso pregio; solo che la voce designante il cereale meno pregiato (l’hòrdeum), aveva certamente il suo derivato in hordèia (che inequivocabilmente è una specie marina, dal momento che si accompagna ad altre: sepìolas, lòpadas e loligùnculas); quello più pregiato (il trìticum) aveva il suo derivato in triticèia che nella lingua comune era un aggettivo indicante ciò che si riferiva al grano, ma non una specie marina, che qui fantomaticamente viene evocata solo per dar vita ad uno dei giochi di parole così frequenti in Plauto. Insomma hordèia indicherebbe una specie marina somigliante a chicchi di orzo: se è così non è azzardato supporre che figlio del plautino hordèia sia urgialùru che denoterebbe, così, un suffisso –alùru corrispondente all’italiano –aròlo, [variante di –aiòlo, composto da –aio, dal latino –àriu(m) e –olo, dal latino –èolu(m)], con passaggio –o->-u– (*-arùlo) e metatesi –rul->-lur-. Tutto ciò sarebbe confermato dal fatto che il vocabolario del Rohlfs, pur non registrando, come ho detto all’inizio, la voce neritina, riporta però la parallela orgialùru attestata per Aradeo, Melpignano e Ruffano solo col significato di orzaiolo.

Libri/ Le ragioni della passione

Nell’ambito dell’iniziativa
“Se mi vuoi bene, il 23 maggio regalami un libro”
Kurumuny presenta
“Le ragioni della Passione”
di Antonio Errico
con la partecipazione di Vito Antonio Conte
Piazzetta Arco di Prato, Lecce, 21 Maggio 2010
Ore 19,30

In collegamento con la Giornata nazionale per la promozione della lettura, indetta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il 23 maggio,

L’olio di oliva, inonderà il tuo corpo di millenni di saggezza

di Antonio Bruno

Sei proprietario di un pezzettino di Pianeta terra? I tuoi antenati o gli antenati dei proprietari dai cui lo hai acquistato hanno piantato gli alberi d’olivo che ora tu custodisci? Come dici? Più forte prego! Hai detto si? Bene allora fai attenzione perché quanto è scritto potrebbe essere per te una opportunità.

Un pomeriggio di primavera, la brezza leggera che accarezza il viso della mia famiglia: io, mia moglie e mia figlia in bicicletta. Sotto le ruote antichi tratturi, immersi nella natura ancora selvaggia e incontaminata si snodano nella campagna di San Cesario di Lecce e i fiori esplosi in questa primavera sono per noi il segno della vegetazione sorprendente accanto alla gariga dove indico alla mia piccola Sara le meravigliose orchidee, gli anemoni di varie specie e colorazioni, le maestose agrimonie, le praterie di arisari (Arisarum vulgare) e altre meraviglie della flora spontanea salentina.

“Papà guarda in fondo! C’è un lupo!”, è la voce di mia figlia Sara, guardo meglio e gli dico che è un albero d’olivo!

E’ bello guardare le mille facce e forme che dal tronco degli olivi si materializzano sotto i nostri occhi. Ecco perché nei giorni scorsi presso la sede del GAL (Gruppo di Azione Locale) Capo di Leuca insieme all’on. Antonio Lia che ne è il Presidente quando Agri Colture guidata dall’amico Angelo Amato ha presentato il progetto “adotta un albero d’olivo” c’è stata una grande emozione da parte dei presenti, un brivido che ha percorso la sala del meraviglioso Castello Gallone di Tricase costruito nel 1661 da Stefano II Gallone, primo Principe di Tricase che volle fare tante stanze quanti i giorni dell’anno e una sala detta “del trono”, tanto grande da contenere più di mille persone.

Se hai un albero secolare, Agri culture lo fa adottare, e a chi avrà quell’albero viene dato l’olio che si ricava dalle olive che quell’albero secolare produce spremute da un frantoio mobile sotto i tuoi occhi. Queste donne e uomini che dalla Francia, Germania, Svizzera, Olanda e Norvegia ma anche del Salento leccese, di Milano o di Forlì verranno a vedere sgorgare dal frutto l’oro liquido e poi, si porteranno a casa, un pezzo di storia del Mediterraneo carico di influenze riconducibili alle dominazioni e ai popoli stabilitisi in questi territori che si sono susseguite nei secoli: messapi, greci, romani, bizantini, longobardi, normanni, albanesi, francesi, spagnoli.

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali nel suo sito chiarisce le disposizioni circa il divieto di abbattimento di olivi nei casi di espianto con zolla o spostamento e questo deve far riflettere gli “innamorati dell’olivo” che cercano di portarsi a casa la pianta secolare.

Mi rivolgo a te che abiti nel nord Europa, che ami questa pianta e che hai pensato di acquistarla per piantarla nel tuo giardino.

Non farlo! La uccidi per amore! Lei non riesce a vivere alle tue latitudini. Invece se ti rivolgi a me scrivendomi, potrai adottarne una e venirti a prendere l’olio che vedrai sgorgare sotto i tuoi occhi da un frantoio mobile che lavorerà le tue olive, in tua presenza e sotto al tuo albero, nostro ospite, perchè se non lo sai noi del Salento leccese siamo così ospitali che chi ha l’avventura di frequentarci non può più fare a meno di noi e ci trona a trovare spessissimo.

L’adozione a distanza di un albero d’olivo è un atto di solidarietà verso la madre terra che garantisce ai custodi delle piante un reddito e che ti permette di portare a casa l’olio che proviene da quell’albero che tu hai adottato.

L’adozione a distanza di un albero d’olivo mette in condizione, i custodi del Paesaggio rurale, di potersi prendere cura dei loro campi, che sono un pezzettino del nostro Pianeta e di poter sostenere le spese necessarie per la crescita degli alberi e delle piante, evitando così che, sotto la pressione delle difficoltà economiche, si giunga alla disgregazione del Paesaggio rurale e alla distruzione degli olivi perché non più convenienti dal punto di vista economico.
Settimane fa a Tricase un vivace gruppo di “Custodi del Paesaggio” ha riempito l’incontro di suggerimenti, annotazioni e non sono mancate neppure le domande e le raccomandazioni. Ai custodi del territorio presenti, che rappresentavano aziende d’eccellenza, abbiamo fatto presente, in onore del 1 maggio festa del lavoro che abbiamo festeggiato, che stando al rapporto presentato alla Camera dei Deputati, in agricoltura il tasso di irregolarità è cresciuto dal 20,9% del 2001 al 24,5% del 2009 con una crescita costante del fenomeno e una preoccupante diffusione, soprattutto da noi al Sud dove il tasso complessivo di irregolarità raggiunge il 25,3% ma con punte estreme in Campania (31,0%) e Calabria (29,4%) e che l’iniziativa di Agri Colture può contribuire a dare un reddito legale ai lavoratori insistendo nella battaglia per l’emersione delle irregolarità e per il maggior uso di nuovi strumenti di assunzione come i cosiddetti vaucher che per ora vengono usati pochissimo nel Salento leccese.

Fresco di legalità, è scritto sui sacchetti distribuiti oggi nelle piazze di Roma, Bologna e Rosarno.

Dentro a quei sacchetti, verdure fresche e sane perché depurate da quelle contaminazioni mafiose che troppo spesso avvelenano i territori.

L’olio d’oliva di Agri Colture, lo stesso olio della dieta mediterranea, che fa mangiare correttamente la tua famiglia perché assaporandolo e mangiandolo porti nel tuo corpo un equilibrato apporto di nutrienti che contribuiscono a ridurre il rischio di sovrappeso ed obesità.

Olio d’oliva “Fresco di millenni di storia”, l’olio di Agri Colture, l’olio di quell’albero di olivo, che ha un suo carattere, che è diverso da quello dell’olivo che gli è cresciuto accanto per secoli.

L’olio d’oliva che tu e i tuoi figli metterete nelle pietanze per impreziosirle e riempirle di sapore e di gusto e che inonderà il tuo corpo e quello dei tuoi familiari di millenni di saggezza.

Cosimo De Giorgi, famoso geografo leccese, medico e filantropo

di Luigi Cataldi

 

Cosimo De Giorgi nasce a Lizzanello, presso Lecce, il 9 febbraio 1842, ed ottiene il diploma in Belle Lettere e Filosofia nel 1858, presso il Liceo-Convitto dei Gesuiti di Lecce. Conseguita, presso la scuola Medica di Lecce, l’ammissione al II grado di medicina nel 1861, nel novembre dello stesso anno si trasferisce a Pisa, dove, nel 1864. si laurea in Medicina. Due anni dopo consegue anche la laurea in Chirurgia, a Firenze.

Nel 1867 rinuncia, suo malgrado, a recarsi all’estero per frequentare una scuola di specializzazione, dovendo rientrare al paese natio per curare i familiari affetti nel corso di un’epidemia di colera. Si dedica con successo alla professione medica, che esercita dedicandosi contemporaneamente a studi di geologia, e all’insegnamento delle scienze naturali. Lasciato definitivamente l’esercizio della medicina nel 1889, forse a seguito della morte della madre e del senso di colpa derivatogli per non esser riuscito a salvarla, si dedicò interamente ad attività sociali tra le quali il Comizio agrario, la Commissione Conservatrice dei Monumenti, il Consiglio Sanitario, la Delegazione Scolastica.

In particolare De Giorgi si dedicò allo studio dell’ambiente salentino sotto vari aspetti, dalla meteorologia alla sismologia, dalla geologia alla paleontologia, dall’archeologia alla storia, dall’agricoltura all’igiene. Dopo una raccolta sistematica delle osservazioni meteorologiche a Lecce (1869-1873), nel 1874 fondò l’Osservatorio Meteorologico, dirigendolo ininterrottamente fino quasi alla sua morte.

Realizzò anche la Rete Termopluviometrica Salentina, che portò la Provincia di Lecce ad una invidiabile collocazione ai primi posti in Italia in ambito meteorologico.

De Giorgi guadagnò in tal modo un ruolo di prestigio nella comunità scientifica nazionale, che apprezzò ampiamente le sue doti accogliendolo consensualmente tra le personalità scientifiche di maggior rilievo. Egli partecipò ai congressi della Società Meteorologica Italiana, svolgendo relazioni su vari temi.

Ottenne nel 1880 la nomina a cavaliere del Regno d’Italia. Nel 1897 fu nominato socio corrispondente della Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei e ai primi anni del ‘900, grazie alla passione per l’Archeologia proprio in quegli anni (1900-1906) riuscì a portare alla luce l’Anfiteatro Romano esistente nel cuore della città di Lecce, permettendo al Salento di acquisire una posizione di grande prestigio culturale.

Prenderemo ora in considerazione alcuni aspetti che fecero meritare a De Giorgi ottima fama anche in campo medico, nell’Igiene e nella prevenzione. Rileviamo questi dati preziosi dalla corposa corrispondenza che il De Giorgi tenne con centinaia di Personalità, Istituzioni, Colleghi e Amici.

Accenneremo solo ad alcune problematiche che potremmo inserire nel grande tema della medicina popolare.

Quando il paziente chiede al medici, con insistenza, la prescrizione di un farmaco di cui ha visto o sentito dire qualcosa, magari su “Internet”… Evento assai frequente anche sulla base della nostra esperienza recente. E il medico dovrebbe rispondere: “stia molto attento signore, che sul web c’è anche molta spazzatura ed abbiamo anche noi difficoltà a discernere il buono dal cattivo”. Che sarebbe una maniera elegante per non dire: “si faccia curare da Internet…”.

In una delle sue lettere, indirizzata il 2 maggio 1868 all’amico e collega Guidi Mugnaini, da Nugola (LI), suo compagno di studi, De Giorgi lamenta la richiesta di continui salassi da parte dei suoi assistiti ippocraticamente convinti che il salasso liberi il corpo dai “cattivi umori”.
Poche settimane dopo scrive allo stesso amico lamentando i pregiudizi dei suoi pazienti su streghe, stregoni, diavoli, sulla credulità e superstizione relative ai riti magici, al malocchio e ai vari rimedi popolari per liberare se stessi o i propri bambini.
Quando i bambini piangevano, lamentandosi senza un motivo apparente, veniva consultata un’anziana esperta che controllava se avessero il malocchio (l’affascinu). L’affascino poteva essere procurato ai neonati dallo sguardo invidioso di donne che non potevano avere figli, o da chi, in ogni modo per invidia, facesse apprezzamenti. Per liberare un soggetto dal malocchio si ungeva l’indice con l’olio e lo si faceva gocciolare nel piatto poggiato sulla testa del “fascinatu”; l’operazione veniva ripetuta per tre volte recitando l’Ave Maria.

Un altro rito magico molto diffuso era quello di “tagliare i vermi” ai bambini che soffrivano mal di pancia. Veniva chiamata una donna esperta, che nel vicinato non mancava mai, e che interveniva con una tecnica e una formula segreta che le era stata tramandata: per tre volte faceva il segno della croce sulla pancia del bambino con le mani unte di olio e, massaggiando la pancia, recitava preghiere misteriose.

In una lettera del 30 giugno 1868, il De Giorgi, addoloratissimo, comunica all’amico il caso di un adolescente con un grave trauma a un arto, morto per una complicanza infettiva da tetano, contratto perché i genitori avevano rifiutato di far amputare l’arto traumatizzato… Il ragazzo era morto e De Giorgi era stato incolpato, se non aggredito, dai parenti.In una lettera del 16 luglio dello stesso anno De Giorgi informa l’amico che nel Salento una medichessa tratta le infiammazioni oculari passando la lingua, ben insalivata, sull’occhio malato, ma dopo aver masticato a lungo delle foglie di ruta.

Contro l’eresipela, invece, come egli riferisce, esistevano numerose possibilità terapeutiche popolari, dalla zucca gialla alle foglie di sambuco, dalle monete o medaglie d’argento alle feci umane…

In conclusione anche se sono trascorsi quasi 150 anni dai tempi in cui Cosimo De Giorgi viveva sulla propria pelle i drammi dell’ignoranza della popolazione, ancora oggi tutti i medici e forse i pediatri in misura più rilevante, subiscono aggressioni culturali, psicologiche, legali, e non di rado anche fisiche a causa della diffusa ignoranza popolare, e perché no, anche della malafede di personaggi di indefinibile moralità.

Bibliografia

Caiuli A. (a cura di), Bibliografia di Cosimo De Giorgi, Congedo Editore, Galatina 2002

Cataldi L., Gregorio M.G., Errori di ieri… , “Atti del 10° Congresso Internazionale del GSNNP”, Aversa 24-26 nov 2006

Cataldi L., Errori di oggi… Atti del 10° Congresso Internazionale del GSNNP Aversa 24-26 nov 2006

Jastrow J. (a cura di) – Storia dell’errore umano. Milano, Mondadori, 1941

Joubert L., La prima parte de gli errori popolari dell’eccellentiss. sign. Lorenzo Gioberti filosofo, et medico, lettore nello studio di Mompellieri. Nella quale si contiene l’eccellenza della medicina, e de’ medici, della concettione, e generatione; della grauidezza, del parto, e delle donne di parto; e del latte, e del nutrire i bambini. Tradotta di franzese in lingua toscana dal mag. m. Alberto Luchi da Colle. Con due tauole, vna de’ capitoli, e l’altra delle cose notabili. Nuouamente data in luce. In Fiorenza, per Filippo Giunti, 1592 

Mercuri S., Degli errori popolari d’Italia, In Venetia, appresso Gio. Battista Ciotti Senese, 1603

Ruge R. Muhlens P, Schwalbe J. Errori diagnostici e terapeutici e criteri per evitarli: pediatria, Milano Vallardi, 1927  

* Il presente contributo è stato presentato il 20 febbraio 2010 al 6° CORSO  “NOVITA’  NELLA  STORIA DELLA PEDIATRIA” del GRUPPO DI STUDIO DI STORIA DELLA PEDIATRIA della SOCIETA’  ITALIANA  DI  PEDIATRIA autori, Angela Paladini e Luigi Cataldi.

Fra le mura di un antico palazzo a Copertino

QUANTE COSE NASCONDE QUESTO SALENTO!

FRA LE MURA DI UN ANTICO PALAZZO, LA RIPRODUZIONE IN MINIATURA DELL’ALTARE MAGGIORE DELLA CHIESA MATRICE DI COPERTINO

di Nino Pensabene

Chi ha avuto modo di leggere il libro di Giovanni Greco sul pittore copertinese Gianserio Strafella* avrà notato – se ricorderà – che fra le opere attribuibili al grande manierista del Cinquecento c’è la cosiddetta “Madonna della Cappellina”, a proposito della quale così ha formulato il suo giudizio: “…se l’attribuzione allo Strafella è probabile, il dipinto si potrebbe datare di poco dopo la “DEPOSIZIONE”, quando cioè il pittore acquisisce appieno l’ideale della bellezza raffaelliana”.

Un giudizio che, data la sconvolgente e raffinata bellezza dell’opera (olio su pergamena, cm. 28,5 x 37,5) avvalora altra tesi, secondo la quale, se non dovesse appartenere alla mano dello Strafella (e se lo fosse, in effetti rappresenterebbe l’apice della sua ascesa pittorica), potrebbe essere attribuita a colui che fu il suo maestro, lo stesso Raffaello, appunto.

Certo, Strafella o Raffaello, non va dimenticato che “…perentoria è l’affermazione di Luigi Tasselli, padre cappuccino di Casarano, il quale dice: “discepolo di Rafaele d’Urbino riuscì così eccellente pittore che avanzò il maestro””.*

Che la paternità dell’opera fosse, anzi sia, dello Strafella è stata sempre suffragata dal fatto che il possessore che l’ha portata a palazzo Verdesca Zain, sposando, appunto, una donzella della nobile famiglia, fosse un pronipote del nostro artista, un tal Vincenzo Strafella, dal quale – generazione dietro generazione – è giunto fino a noi che Gianserio amasse particolarmente questo dipinto da tenerlo gelosamente a capo del letto.

Il tema raffigurato, la Vergine Maria (di una soavità raffaelliana), ha fatto sempre da scudo sulle probabili recondite ragioni che hanno accompagnato il dipinto: lo Strafella, lo amava così tanto per il fattore devozionale o perché era stato eseguito dal suo maestro Raffaello, a ricordo del quale gli era stato donato lasciando la bottega per tornare a Copertino?

E i Verdesca Zain hanno costruito la cappellina barocca in rapporto al culto mariano – coprendosi, appunto, dal fatto che ne erano appassionati – o per proteggere dai ladri il dipinto del quale avevano consapevolezza del grande valore?

Va detto infatti che l’opera pittorica, pur creando delle sproporzioni prospettiche, era stata posta come pala d’altare, peraltro non come quadro appeso ma incastonandola in un gioco di tavole inchiodate e ricoperte – a mo’ di intonaco – da una lavorazione in cartapesta.

Se il lettore guarderà una delle foto relative a quando il dipinto faceva ancora corpo unitario con la costruzione barocca, si accorgerà che il volto della Vergine è grande quasi quanto tutto l’altare, mentre per essere visto dal basso, ad occhio dei fedeli, dovrebbe essere più piccolo di quello del celebrante o del loro stesso volto, cioè di quello delle altre statuine che li rappresentano. In verità questo mio contributo non nasce con lo scopo preciso di parlare dell’opera pittorica dello Strafella quanto per mettere in luce, attraverso qualche immagine, il prezioso gioiellino d’arte barocca che l’ha ospitata fino al 1968, quando – mentre noi abitavamo a Roma, e quasi per miracolo lasciando indenne il dipinto – un’umidità perniciosa ha danneggiato la parte frontale della cappellina unitamente a quanto fungeva da abside sopra l’altare.

In pietra leccese scolpita e legno lavorato, la chiesetta in miniatura è stata realizzata in uno spazio ricavato all’interno di una muraglia, da poter chiudere con una porta, anticamente tutta in legno, così da sembrare – in simmetria con un’altra porta – un varco d’ingresso.

Datata fine Settecento-primi Ottocento, riproduce l’altare maggiore che si trovava nella chiesa matrice di Copertino fino all’avvento del Concilio Vaticano II, quando in moltissime chiese di tutto il mondo sono stati compiuti crimini d’arte.

Rientrati da Roma e completato il restauro della casa, nel 1975 la cappellina non ha più avuto sull’altare il suo antico quadro dello Strafella: al di là dei motivi di ordine artistico-prospettico che ci ha visto riottosi nel ricollocarlo, non erano più i tempi quando, se il denaro si nascondeva sotto i materassi, le opere d’arte di grande valore – quelle cioè che si volevano proteggere – si dovevano quasi murare alle pareti. Altri sono oggi i sistemi o i luoghi di sicurezza.

Per una diecina d’anni, sull’altare ha trovato posto un antico quadro avente sotto vetro una preziosissima seta riproducente “La Pentecoste”, mentre dal 1987, a sistemazione definitiva, c’è “La Vergine della Rivelazione”, un manufatto della Giulietta realizzato per un oratorio pubblico in un seminterrato e a chiusura del quale io, per motivi affettivi, ho voluto associare alla storica cappella in miniatura. Storica nel vero senso della parola, perché al di là dei valori artistici riguardanti la costruzione monumentale appartenente a un’epoca ben precisa, ancora più storica è divenuta oggi per dei particolari antropologici che al momento della realizzazione gli autori hanno eseguito in perfetta semplicità d’intenti, rispettando cioè la realtà socio-ambientale in cui vivevano.

Mi riferisco alla parte animata del piccolo tempio: al di là del motivo religioso attraverso il quale i giovani possono scoprire la dinamica della celebrazione eucaristica (la Messa in latino) prima della recentissima riforma liturgica del Concilio Vaticano II, ciò che più è interessante – e che oggi sconvolge o sconcerta – è la visione dell’assemblea che vi partecipa, formata dalle tre categorie socialmente più rappresentative dell’epoca: i nobili e quindi latifondisti, gli artigiani e i contadini.

L’etno-antropologia illustrata nel nostro saggio “Tre Santi e una Campagna” trova le sue basi proprio guardando queste affascinanti figure in cartapesta e stoffa, rudimentalmente realizzate in casa dagli antenati Verdesca Zain.

Ogni categoria è rappresentata nel più rigoroso rispetto ai dettami gerarchici, inquadrati non solo in ciò che viene palesato nell’assunto esteriore attraverso segni inequivocabili di appartenenza ma anche nell’atteggiamento interiore che conferma – con le sue sfumature etico-comportamentali – lo stato sociale che il personaggio rappresenta.

Pur nella dignità cristiana che li accomuna, vediamo la contadina e il contadino eccellere per la loro umiltà, frutto della nobiltà della terra; l’artigiana e l’artigiano per il contegno dovuto alla consapevolezza della maestria nel loro lavoro; i signori per la cosciente affermazione di uno stato di superiorità a carattere non economico-volgare ma educativo-sapienziale.

Da un punto di vista esteriore, nel rispetto ad un protocollo classista, le differenze sono più marcate, ma nella loro palpabile visibilità si fanno un tutt’uno con i moti interiori del vissuto spirituale: la contadina con il facciulittòne e llu mantile, l’artigiana, di ceto già superiore, non col facciulittòne ma con la scialla (sciarpa) e senza grembiule, mentre la signora con il velo di pizzo, e così come l’artigiana si permette la corona del rosario, lei ha il messalino in mano con la custodia poggiata sulla sedia, fonte anche quest’ultima di dichiarazione classista nella raffinatezza della sua impagliatura.

Il contadino, inginocchiato, con il copricapo di foggia diversa e qualità inferiore a quello dell’artigiano, che già, nel rispetto dei momenti liturgici, si sente autorizzato a stare in piedi. Anche le due popolane, a marcatura simbolica della gerarchia sociale, le vediamo inginocchiate, in contrasto alla signora che si può permettere invece di stare seduta, come il signore d’altra parte, entrambi elegantemente abbigliati, con una nota di galateo religioso che vede la signora, in chiesa, priva di borsetta, cappello e ventaglio.

A proposito di abbigliamento e accessori mi piace far notare come l’epoca privilegiava in assoluto gli uomini: al gentiluomo, infatti, non è stato negato nulla: la bombetta e il bastone con l’impugnatura d’argento, il fermacravatta con il rubino come pietra preziosa, e l’orologio nel taschino del gilet con la sua bella catena d’argento.

Tutti particolari che al di là delle dissonanze e discrepanze sociali, al di là delle vanità e sovrastrutture umane, tornano a vantaggio di coloro che, per realizzare l’opera, hanno pazientemente trascorso le loro serate lavorando alla fioca luce dei petroli o delle lucerne ad olio, chi con l’ago in mano ricamando i paramenti sacri; chi con una pinza per torcere il filo di ferro e infilare perline al fine di creare i lampadari o le ampolline per l’acqua e per il vino; chi con le mani impiastricciate di colla per realizzare li pupi in cartapesta; chi con lo scalpello in mano per trasformare la pietra in armonia attinta dal creato.

E nella nota dei particolari in miniatura, nell’esecuzione di questo lavoro a conduzione familiare, da non sottovalutare calici e cartegloria, candelieri, croci e crocette, messali e messalini vari.

Dovrei dire sacrifici? No, in quel tempo i sacrifici erano quelli di chi zappava la terra! Direi piuttosto appagamenti devozionali e realizzazioni o soddisfazioni artistiche, pacatezze familiari e gioie lavorative in un tessuto esistenziale vissuto – come obby aristocratico – dalla classe per così dire evoluta di quel tempo, uomini sicuramente non emancipati come noi ma, nella saggezza, forse, superiori a noi… a noi che, a dispetto della loro paziente operosità, possiamo lavorare con lampadine accese che ci offrono una luce più che a giorno… a noi che non soltanto abbiamo la macchina da cucire e l’automobile e l’aereo e il treno, ma anche il telefono fisso e il cellulare, il PC e la posta elettronica, una facilità di vita, insomma, inimmaginabile all’epoca (e se immaginata, dai contadini sicuramente giudicata opera del diavolo), avviata con la conquista dell’energia elettrica e giunta a noi con tutti i confort che la tecnologia ci offre su un vassoio d’argento, tentando (ahinoi) di trasformarci in uomini robot.

* Giovanni Greco, “GIANSERIO STRAFELLA, (XVI SEC.), PITTORE COPERTINESE”, Edizioni Pro Loco, Copertino, 1990.

Lecce è una delle città più belle d’Italia…

di Gianni Ferraris

“Lecce è una delle città più belle d’Italia, ora ha un polo fieristico in più che porterà turismo anche fuori stagione…” Così è stato detto durante la presentazione del nuovo padiglione fieristico in piazza Palio.

Da non leccese sono due anni che vedo quella tristissima piazza abbandonata a sé stessa. Un catino che, mi si dice, doveva ospitare il palio di Lecce. Meravigliosa trovata. Di chi? Non lo so, sicuramente era qualcuno che passò per caso da Siena o da  Asti e disse “anch’io voglio il palio…”.  Quasi quasi proverei a proporre al sindaco della mia città  la creazione un quartiere della grecìa alessandrina. Ovviamente con tanto di lingua grica e tutti i connessi.

La piazza, dicevo, era già tristanzuola. Un catino invaso, mi dice un’amica che insegna in una delle scuole che si affacciano su quella meraviglia, dalle acque quando piove troppo. Un’opera inutile insomma, quasi dannosa. Però ormai c’era, ed erano possibili alcune opzioni. Riqualificare il tutto creando un’oasi di verde, panchine, giochi per bimbi, un luogo dove le persone potessero andare le sere d’estate, pieno di alberi e di erba. Oppure creare un improbabile polo fieristico. Improbabile perché un ente fiere che si rispetti deve predisporre tutto quanto per accogliere espositori e visitatori. Parliamo di ampi parcheggi per mezzi grandi e per auto. Parliamo di non congestionare il traffico cittadino. Se quando c’è il normale mercato del lunedi le strade attorno a quella piazza sono rallentate e spesso ferme, se ci sono parcheggi in seconda fila per lasciare o prendere i ragazzi delle scuole, immaginiamo cosa sarà il tutto durante un fiera che funzioni. Nella quale arrivano visitatori dalle prime ore del mattino fino a sera.

Inoltre sarebbe interessante capire come una fiera di settore possa portare “turismo”. Diciamo che porterebbe a Lecce operatori dei settori interessati e privati che vengono per la fiera e se ne vanno. Diciamo che è un’opportunità per le aziende locali. Un’ottima cosa per loro, se fosse fatta in luoghi accessibili, se chi arriva può lasciare l’auto senza doversi fare chilometri a piedi.

Altro capitolo è l’impatto visivo che si ha arrivando nei pressi del “polo fieristico”. Ci sono passato stamattina. L’impressione era di una colata di plastica dentro il catino. Capannoni da zona industriale coperti di teli bianchi.

Già, Lecce è una delle più belle città italiane. E mi spingo oltre, secondo una mia classifica personale sta nei primi quattro posti. Assieme a Venezia, Firenze e Genova. Perché si fanno sforzi così importanti per abbassarne il livello?

Poesie/ Tata

Tata

di Antonio Bruno

 

Furnu te petra,

lu pane te ranu coce,

nna ndore forte tuce, tuce,

me porta a mmienzu alla campagna toa.

La luna te ddha ssubbra picca luce,

notte ca me nturtiji alla palora toa

notte te suspiri contruluce

nnu picca te rienu caticiatu

sutta alla scarpa s’ha feccatu,

me sècuta agnaciu spiritu ncantatu.

Terra amata, terra te turmientu,

ieu sacciu a ddhu stau e bbe nnu jentu

la vita spìccia e tie terra, mamma e tata,

resti quai pe ccinca n’àura fiata

tenta cu càngia tuttu,

prima cu capisca ca è perfettu cussì,

è propiu nna delizia.

Comu sirma ca se nne scìu l’annu passatu

e me lassau sulu e scunsulatu

ca ìa ulutu cu me lu cotu ‘ncora

magari pe nnu discorsu, ppe nna parola sula.

L’aggiu lassare puru ieu la terra mia,

sana come l’aggiu truata la lassu alla stria

ca quannu sente lu profumu te murteddha

pote pensare a mmie,

comu jeu pensu a iddha,

comu moi ca sta pensu a iddhu

lu sire miu e crìsciu

ca stae felice a nnanzi a Ddiu.

Anche Topolino mangia orecchiette

Le orecchiette con le cime di rape nei ristoranti di Disneyland, e persino un viaggio ideale tra i vini pugliesi con tanto di passaporto sulle specialita’ assaggiate. Sono tra i principali ingredienti della presenza della Regione Puglia al ”California Food and Wine Festival”, promosso da Disney, la piu’ grande Societa’ nel campo dell’entertainment a livello mondiale. Così, sino al prossimo 31 maggio, gli ospiti del Disneyland di Anaheim (a pochi chilometri da Los Angeles), uno dei parchi divertimenti piu’ visitati al mondo, potranno degustare l’strascinat’ con l’cim di rap.

Il piu’ tradizionale piatto della cucina pugliese e’ stato inserito nei menu’ dei ristoranti dello storico parco divertimenti californiano grazie alla decisione della Regione Puglia di sponsorizzare l’edizione 2010 del ”Disney’s California Food and Wine Festival”, l’evento dedicato alla promozione delle eccellenze agroalimentari ed enogastronomiche tipiche provenienti da tutto il mondo che lo scorso anno ha visto la partecipazione di oltre 800 mila persone.

da http://www.giornaledipuglia.com/2010/05/anche-topolino-mangia-le-orecchiette.html

Se non è plagio ditemi voi cos’é…

di Armando Polito

Nel post a firma di Fabrizio Suppressa dal titolo Il Marciano e la “Fata Morgana” si dava particolare rilievo al razionalismo con cui il leveranese Girolamo Marciano (1571-1628) in un suo scritto pubblicato postumo per la prima volta a Napoli nel 1855 affrontava il fenomeno del miraggio che va sotto il nome di Fata Morgana.

Il mio intervento non è ispirato da una sorta di campanilismo dovuto al fatto che, essendo di Nardò, sono terrritorialmente più vicino a Galatone che a Leverano, ma solo dalla doverosa necessità di dare a Cesare quel che è di Cesare.

Il brano che riproduco in basso è del galatonese Antonio De Ferrariis detto, proprio per il luogo di nascita, il Galateo; esso fa parte del De situ Japigiae scritto tra il 1506 e il 1511 e pubblicato per la prima volta a Basilea nel 1558. Lascio al lettore trarre le conclusioni dopo la lettura comparata del suo brano (la traduzione, in corsivo, dall’originale latino è mia) e di quello del Marciano citato nel post all’inizio ricordato, non trascurando, naturalmente, la scarna cronologia che dei due autori ho riportato:

Neritini agri paludes noxiae non sunt; nullas enim, aut paucas, et innoxias tollunt auras. Aestate omnia sicca sunt, nihil limosi et gravis, aut palustris humoris relinquitur; sed tantum, quantum campos reddat pinguiores. in his paludibus, ut et in campis Mandurii, et Galesi, et Cupertini phasmata quaedam videntur, quas mutationes, aut mutata dicunt vulgus, nescio, quas striges, aut lamias, aut, ut Neapoli, Ianarias, et (ut Graeci dicunt) Nereides, fabulantur. Mirum est, totum orbem invasit, et in miseras erravit fabula gentes; nullo certo auctore, nulla ratione, nullo experimento unusquisque credit quae neque vidit, neque vera sunt, stamus alienis, et indoctissimorum hominum testimoniis; puerilibus larvis, anilibus credimus commentis, et plus fidei auribus, quam oculis adhibemus; nemo oculatus testis est, omnes ab aliis se audisse fatentur. Quantis tenebris involvitur humanum genus ad mendacia natum, cui semper invisa est veritas! Quanta caligo detinet humanos animos, alioqui rationales, et divinos, ut non ab re quis credere possit, omnia humana simillima esse, his quae dicemus phantasmatis! Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, seu potius veneficas medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas verti, et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare quae ibi agantur, choreas per paludes ducere, et daemonibus congredi; ingredi, et egredi per clausa ostia, et foramina, pueros necare, et nescio, quae alia deliramenta, et quod maxime mireris sunt in hac re gravissimae Pontificum censurae. Similis est Brocolarum fabula, quae totum Orientem cepit. Aiunt eorum, qui scelestem vitam egerunt, animas, tamquam flammarum globos noctu e sepulcris evolare solitas, notis, et amicis apparere, animalibus vesci, pueros sugere, ac necare, deinde in sepulcra reverti. Superstitiosa gens sepulcra effodit, ac scisso cadavere, detractum cor exurit, atque in quatuor ventos, hoc est in quatuor mundi plagas cinerem projicit; sic cessare pestem credit; et si fabula ea sit, exemplum tamen praebet nobis, quam invisi sint, et execrabiles omnibus ii, qui male vixerunt, et viventes, et mortui. Similis est et Hermontini Clazomenii apud Plinium fabula, et apud Senecam, de sepulcro incantato. Nec defuerunt antiquis temporibus hae vanitates, et illusiones sensuum humanorum; cum semel mens decepta fuerit, et mendaciis persuasa, sensus quoque falli necesse est; quibus deceptis, mens quoque delirat. Magna est inter sensus, mentemque affinitas; quandoque ipsa sola mens, seu (ut dicunt) solae virtutes interiores operibus exteriorum sensuum funguntur. Exemplum est somniantium, qui opera exercent vigilantium. Et Galeno teste, delirus quidam tibicinas videbat in angulo domus; et baculus in aqua videtur fractus, et cancellatis digitis et elevato altero oculo una res, duae apparent, et duae lineae parallelae videntur sensui concurrere, cum nunquam concurrant. Ipse etiam Lactantius, qui plus elocutioni, quam eruditioni studuit, negavit terram ubique posse habitari. Hunc vulgaris et Lactantium error apparentia decepit. Sicut negare sensum propter rationem, rationis est indigere; sic et ratione non persuaderi propter aliquam apparentiam stultum est. Tunc enim res bene cedit, cum ratio apparentibus attestatur, et apparentia ratione; cum haec duo sibi invicem non consentiunt, omnia falsa, omnia erronea sunt. Sed nos ad eadem Phantasmata revertamur. Videbis quandoque urbes, et castella, et turres, quandoque pecudes, et boves versicolores, et aliarum rerum species, seu idola, ubi nulla est urbs, nullum pecus, ne dumi quidem. Mihi voluptati interdum fuit videre haec ludicra, hos lusus naturae. Haec non diu permanent sed ut vapores, in quibus apparent, de uno in alim locum, et de una forma in aliam permutantur, unde fortasse mutata nominantur; aut quoniam his apparentibus, caelum de serenitate in pluviam mutari solet. Hoc accidit mane, coelo silente, incipiente ac leviter spirante (ut solet) Austro. Nam ut in fine est vehementissimus Auster, sic in principio levissimus, et cum calidus sit, elevat tenues nebulas, quae, ut speculum, referunt imagines urbium, pecorum, et aliarum rerum; et ut vapores, sic et species illae moventur: ut est videre in speculis motis, atque agitatis, in quibus, res ipsae moveri videntur. Et quoniam res recte occurrunt vaporibus, recte videntur, ut et umbra, quae opponitur corpori luminoso. Quae vero transverse, ac reflexe rerum species suscipiunt, in his res quoque ipsas reflexas videmus. Sic et in aqua videmus culmina montium, et tectorum in inferiori parte; fit enim ut quae aquae suoperficiei propinquiora sunt, ut fundamenta a nostris visibus sint longinqua; culminum vero tectorum, quae ab aqua sunt remotiora, imagines ad nos magis accedunt; ideo, et inferiora videntur. Sic etiam et nobis in clausa domo existentibus, parvo per rimulas ingrediente lumine, omnia transverse videntur, ut hominum capita deorsum, pedes sursum; lineae enim umbrarum non recte procedunt, sed transponuntur, atque in medio intersecantur. Hoc idem in speculis concavis accidit ut superior pars speculi infimam partem rei visae, inferior superiorem reddat. Haec, quae dixi, phasmata deludunt saepe obtutum viatorum, qui dum se prope urbemesse existimant, longissime absunt. Visae sunt etiam in hoc tractu in aere species hominum equis insidentium, et pedibus ambulantium. Sic et Scriptores litteris mandavere, visas fuisse in caelo armatas acies, et hae, ut puto, species erant earum rerum, quae longe aberant, atque ab eo loco, in quo species visae sunt, videri minime poterant. Sic et denarium in fundo vasis non videmus, at si idem vas aqua impleatur, videmus non denarium, sed illius imaginem in summo aquae, quod aeri contiguum est; superficies enim aquae, superficiei aeris proportionatur. Sed an illa imagines subiectae sint in speculo, an in aeris extrema parte, alia quaestio est. Ait Aristoteles: color est extremitas perspicui in corpore terminato. Quandoque figurae nubium sunt quae navium, et velorum simulacra reddunt, ubi nulla est classis. Haec phantasmata non solum inexpertos fefellerunt. Non diu est quo tota ora, quae est ab Hydrunto ad Garganum montem, una et eadem hora ante ortum solis vidit classem ab Orientis parte velificantem; creditum est Turcarum illam fuisse, et antequam phasma, seu illa delusio albicante aurora detegeretur, variae huc atque illuc literae scriptae sunt, ac missi nuntii de adventuingentis classis. Hoc fortasse modo, aut altero, quem diximus, ut credo, a Lilybaeo vidit, nescio quis, classem e portu Carthaginis exeuntem.

Le paludi dell’agro neritino sono innocue; infatti non emanano esalazioni se non poche e non dannose. In estate tutto è asciutto, nulla resta di limaccioso, di fastidioso, di palustre, ma solo quel poco che basta a rendere più fertili i campi. In queste paludi, come nei campi di Manduria, di galeso e di Copertino si vedono certi fantasmi che il popolo chiama mutazioni o mutate; non so di quali streghe parli o lamie o, come a Napoli, scianare, e (come dicono i Greci) Nereidi. È strano, la favola ha invaso tutto il mondo e si è diffusa tra le povere popolazioni. Senza alcun autore, senza nessun motivo,  senza averlo sperimentato ciascuno crede a ciò che non ha visto e che non è vero, restiamo ancorati alle testimonianze di estranei e di persone ignorantissime, crediamo a larve puerili, a storie da vecchie, e diamo più fiducia agli orecchi che agli occhi. Nessuno è testimone oculare, tutti dicono di averlo sentito da altri. Da quante tenebre è avviluppato il genere umano, nato per la menzogna, al quale la verità è sempre odiosa! Quanta nebbia opprime gli animi umani, pur dotati di ragione e divini, sicché non partendo dalla realtà qualcuno potrebbe credere che tutti i fatti umani sono molto simili a questi fantasmi dei quali parleremo! C’è chi crede che certe donne malefiche, o, piuttosto, venefiche, untesi di certi medicamenti, di notte assumono vari aspetti di animali e vagano, o, piuttosto, volano per regioni lontane, e riferiscono ciò che si fa e che improvvisano danze per le paludi e si accoppiano con i demoni; entrano ed escono attraverso le porte chiuse e i pertugi, ammazzano bambini e non so quali altre follie; e parrà strano che questo accada nonostante le pesantissime censure dei Pontefici. Simile è la favola dei vampiri, che invase tutto l’Oriente. Dicono che le anime di coloro che condussero una vita scellerata sono solite di notte volar via dai sepolcri come globi di fiamme, appaiono a persone conoscioute e ad amici, si cibano di animali, succhiano il sangue dei fanciulli e li uccidono, poi ritornano nei sepolcri. La gente superstiziosa scava le sepolture e dopo aver squarciato il cadavere ne estrae il cuore, lo bruciae ne getta la cenere ai quattro venti, cioè alle quattro regioni del mondo. Crede che in questo modo cessi quel flagello; e se quella è una favola, ci dà tuttavia un esempio di come siano a tutti odiosi ed esecrabili coloro che hanno vissuto male, da vivi e da morti. Simile è presso Plinio e Seneca la favola del sepolcro incantato di Ermotino di Clazomene. Nè mancarono in tempi antichi questi vaneggiamenti e illusioni dei sensi umani. Quando una sola volta la mente sia stata ingannata e persusa dalle menzogne, è fatale che anche i sensi siano ingannati; dopo che essi sono stati ingannati anche la mente delira. Grande è l’affinità tra i sensi e la mente; talora la sola mente o (come dicono) le sole virtà interiori assolvono alle funzioni dei sensi esterni. Un esempio è quello dei sonnambuli che compiono le azioni degli svegli. E secondo la testimonianza di Galeno uno in delirio vedeva delle flautiste in un angolo della casa; e un bastone in acqua sembra spezzato e, disposte le dita a grata, sollevato un occhio, appaiono due cose invece di una e due linee parallele sembrano alla vista convergere pur non incontrandosi mai. Lo stesso Lattanzio che si imprgnò più nell’elocuzione che nell’erudizione negò che la terra potesse essere abitata ovunque. Un errore comune e da lattanti lo ingannò con l’apparenza. Come negare l’esperieza sensoriale a causa della ragione è mancare di ragione, così è da stolti non credere alla ragione a causa di un’apparenza.  Allora le cose vanno bene, quando la ragione è comprovata dalle cose che appaiono e l’apparenza dalla ragione; quando loro due non vanno reciprocamente d’accordo tutto è erroneo. Ma torniamo ai medesimi fantasmi. Vedai talora città e castelli e torri, talora armenti e buoi variopinti, e parvenze di altre cose, o immagini, dove non c’è nessuna città, nessun armento, neppure cespugli. Per me fu un divertimento vedere talora questi spettacoli, questi giochi della natura. Essi non durano a lungo e, come i vapori nei quali appaiono, mutano da un posto all’altro, da una forma all’altra, perciò forse sono detti mutate, oppure poiché quando essi appaiono il cielo da sereno suole mutare in piovoso. Ciò succede di mattina, quando l’aria è calma, mentre inizia a spirare leggermente  (come suole) l’Austro. Infatti esso come alla fine è violentissimo così all’inizio è leggerisiimo,  ed essendo caldo solleva tenui nubi che, come uno specchio, riproducono le immagini di città, di animali e di altre cose; e come i vapori così anche quelle immagini si muovono come è possibile vedere  in specchi mossi e agitati, nei quali le stesse cose sembrano muoversi. E poiché gli oggetti si presentano diritti ai vapori, appaiono diritti, come pure l’ombra che si oppone ad un corpo luminoso. Quelli che di traverso e di riflesso assumono l’aspetto delle cose, in essi vediamo pure le stesse cose riflesse. Così anche in acqua vediamo le cime dei monti e dei tetti nella parte inferiore: succede infatti che quelle cose che sono più vicine alla superficie dell’acqua, come le fodamenta, sono lontanre alla nostra vista. Le immagini delle cime dei tetti, che sono più lontani dall’acqua, si avvicinano di più a noi, sicché appaiono come più basse. Così pure le cose ci appaiono di traversi quando ci troviamo in una casa chiusa con una piccola luce che entra attraverso le fessure, come le teste deglu uomini in giù, i piedi in sù; infatti le linee delle ombre non procedono diritte ma deviano e s’intersecano in mezzo. La stessa cosa succede negli specchi concavi, sicché la parte superiore dello specchio riproduce la parte più bassa della cosa vista, l’inferiore quella più bassa. I fantasmi di cui ho detto spesso ingannano la vista dei viandanti, i quali mentre credono di esssere vicino alla città ne sono lontanissimi. Furono visti anche in questo tratto in aria immagini di uomini a cavallo e procedenti a piedi. Così anche gli scrittori tramandarono che si videro in cielo schiere armate e queste, come credo, erano immagini di quelle cose che erano molto distanti e che non potevano minimamente essere scorte da quel luogo in cui le loro parvenze furono viste. Così anche non vediamo una moneta sul fondo di un vaso, ma se riempiamo lo stesso vaso di acqua vediamo non la moneta ma la sua immagine sulla superficie dell’acqua che è vicina all’aria; infatti la superficie dell’acqua si equilibria con quella dell’aria.  Ma se quelle immagini abbiano origine in uno specchio o nella parte estrema dell’aria è un’altra questione. Dice Aristotele: il colore è l’estremità di ciò che si vede in un corpo che abbia dei confini. Talora forme di nubi sono quelle che mostrano sembianze di navi e di vele dove non c’è nessuna flotta. Questi fantasmi non hanno ingannato solo gli inesperti. Non è da molto tempo che tutta la costa che va da Otranto fino al monte Gargano vide nella sola e medesima ora prima del sorgere del sole una flotta che procedeva a vele spiegate dalla parte dell’Oriente; si credette che fosse una di quelle turche e prima che il fantasma o quell’illusione si dileguasse sul far dell’aurora furono scritte qua e là varie lettere e furono mandati messaggeri per annunziare l’arrivo di una grande flotta. Forse in questo modo o nell’altro che abbiamo detto, come credo, non so chi vide dal Lilibeo una flotta che usciva dal porto di Cartagine.

E, dopo aver parafrasato (per usare un eufemismo…) il testo del Galateo, il nostro filosofo leveranese ha pure la spudoratezza di citarlo (riporto da pag. 202 dell’edizione citata in testa): “Onde Antonio Galateo nel suo libretto De situ Japygiae dice che nel suo tempo in una medesima ora si vede qui ed in Levante, o per tutto quel tratto c’è tra Otranto ed il monte Gargano, velificare un’armata che fu creduta del Turco”.

Con particolare piacere noto, perciò, che Pompeo Sarnelli, già al seguito del cardinale Orsini (poi papa col nome di Benedetto XIII), vescovo di Bisceglie dal 1692 al 1724, nell’epistola 9 (in Lettere ecclesiastiche di Monsignor Pompeo Sarnelli vescovo di Biseglia, tomo VIII, Bortoli, Venezia, 1716, pagg. 19-21) indirizzata ad un interlocutore certamente importante ma di difficile identificazione, dal momento che tutte le lettere sono indirizzate ad una S. V. senza altra indicazione, per metterlo al corrente di certe credenze popolari riporta per intero, correttamente citandone l’autore, il brano del Galateo.

Il fenomeno che ho stigmatizzato è, come si vede, antico. La mia speranza è che esso, frequentissimo anche ai giorni nostri, venga ridimensionato dalle fantastiche possibilità, che la rete offre, di un controllo relativamente rapido. Certo, bisogna avere tempo e, soprattutto, voglia; ma questa è un’altra questione…

C’è anche la fica mandorlata di San Michele Salentino

SAN MICHELE SALENTINO – 36.000 bustine di zucchero per promuovere la nona edizione della Fiera del Fico Mandorlato con la scritta “I Love La Fica Mandorlata di San Michele Salentino”. Dopo la maglietta che ha diviso mezza Italia, questa è la nuova trovata promozionale del Comune di San Michele Salentino in collaborazione con uno storico Bar del centro e che, nei prossimi giorni, sarà estesa agli altri locali.

La bustina, da un lato riprende il “famoso” logo “I Love la Fica Mandorlata di San Michele Salentino” e dall’altro la scritta, “Fiera del Fico mandorlato e dei Prodotti Tipici: 27 – 28 – 29 agosto, Piazza Marconi e Centro Storico”.
“L’obiettivo anche quest’anno è quello di far conoscere il nostro paese attraverso l’unicità del Fico Secco Mandorlato, recentemente inserito dal Ministero delle Politiche Agricole nell’elenco dei prodotti tipici tradizionali. Per questo ho accolto con piacere l’iniziativa del Central Bar e che presto sarà estesa agli altri Bar di San Michele Salentino”, spiega il sindaco Alessandro Torroni.

La tradizionale “Festa del Fico” per l’edizione 2010 avrà come ospiti
delegazioni provenienti dall’isola di Malta e dalla Toscana e si avvarrà
della collaborazione tecnica e scientifica dell’Orto Botanico
dell’Università del Salento, dell’Associazione Nazionale per la Biodiversità
“Pomona” e del coordinamento di Ficusnet, la Rete Meditteranea delle Città
del Fico.

“Una bustina di zucchero con quella scritta, ne sono sicuro, renderà più dolce ogni caffè”, aggiunge divertito, il primo cittadino.

La notizie è stata pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=333868&IDCategoria=11

L’Orto botanico della Città di Lecce

 

di Antonio Bruno

bacche di mirto

 

Quante volte mi sono trovato a scrivere una relazione durante la mia attività? Innumerevoli volte, ma mai mi sono reso conto di quanto possano essere preziose le informazioni che sono contenute in questi atti dovuti scritti, per la maggior parte delle volte, di malavoglia e solo per non incorrere in spiacevoli richiami per l’eventuale omissione.
Il 30 giugno del 1905 si tenne a Lecce l’Assemblea dei Soci del Comizio Agrario e in quell’occasione il Prof. Ferdinando Vallese relazionò sull’Orto e grazie a questo atto dovuto sono venuto a conoscenza di come fosse strutturato.
Condizioni generali dell’Orto del Comizio Agrario di Lecce.
L’orto era esteso per una superficie do 5 tomoli e 3 stoppelli ovvero la sua estensione era di circa 3 ettari. Aveva una configurazione accidentata derivata dal riempimento e dall’interro di vecchie cave di pietra ottenuto in gran parte con materiali di demolizione raccolti in città. Quindi il terreno era profondo in alcuni punti e roccioso in altri comunque dappertutto molto incoerente e sabbioso, di facile lavorazione e di conseguenza molto soggetto alla siccità per la facilità con cui si disseccava durante i lunghi periodi di siccità estivi.
Dalle esperienze di coltivazione della Società economica nell’orto vivevano bene alcune colture legnose e quelle erbacee invernali e primaverili mentre era quasi impossibile praticare la coltivazione delle colture estive e di quelle estivo autunnali.
Il Prof . Ferdinando Vallese fa presente che la difficoltà era dovuta alla mancanza dell’irrigazione e faceva presente che il Comizio aveva speso somme rilevanti per la costruzione di vasche di raccolta delle acque e per il restauro di vecchie cisterne in maniera tale da accumulare e raccogliere sia le acque delle piogge che quelle sorgive dei pozzi.
Inoltre per le stesse ragioni era stata restaurata la bella noria situata sulla bocca di un grande cisternone, solo che alla data del 30 giugno 1905 non era ancora utilizzabile perché non si era potuto allargare il rosario dei secchi in modo da portarlo ad attingere a qualche metro sotto il livello dell’acqua. La noria è una ruota idraulica che ha la funzione di sollevare acqua sfruttando la corrente di un corso idrico. Il nome è spagnolo, a sua volta derivato dall’arabo , vociare, zampillare.
L’origine della noria sembra essere collocabile in Mesopotamia in un periodo databile intorno al 200 a.C. ed è stata molto diffusa e migliorata nel mondo islamico dagli ingegneri meccanici.
 

Colture legnose dell’Orto del Comizio Agrario di Lecce
Il Prof. Ferdinando Vallese scrive che l’Orto del Comizio Agrario di Lecce meritava il nome di Orto botanico perché la Società economica che l’aveva gestito lo aveva arricchito di una grande quantità di specie vegetali. Naturalmente aveva limitato la quantità ad un piccolo numero di esemplari quelle che avevano soltanto importanza scientifica ed aumentando il numero degli esemplari a quelle che oltre all’importanza scientifica avevano anche una importanza industriale ed economica.
Il Prof. Ferdinando Vallese precisa che benché la composizione delle essenze vegetali contenute nell’Orto abbia subito modificazioni profonde dal tempo in cui era gestito dalla Società economica si può affermare che ciò che è rimasto è una predominanza dei gelsi e delle piante fruttifere, mentre c’era un piccolo appezzamento a boschetto di elci (Quercus ilex, leccio o elce. ) e le piante di quercia vallonea che costeggiavano qualche viale. Il Comizio agrario del 1905 a detta del Prof. Vallese pur adattandosi alle esigenze dell’agricoltura di quegli anni seguì le orme definite “gloriose” della Società economica.
Infatti tra le colture legnose, alle quali si era prestato e si prestava anche nel 1905 il terreno dell’Orto agrario, primeggiava il gelso i cui esemplari allietavano con il loro verde brillante l’angolo definito “delizioso” della città di Lecce occupato dall’Orto.
Il Prof. Vallese era meravigliato dall’ottimo stato in cui si trovavano i gelsi pur essendo rimasti incolti per più lustri e per la potatura affidati alla scure di persone definite più vandali che esperti.
Comunque i monconi lasciati dalle mani dei vandali non furono sradicati e ne furono piantati di nuovi. Inoltre dopo il successo dell’allevamento di bachi da seta a Pulsano del Conte Roberto d’Ayala Valva con 1.200 piante di gelso e dopo di quelle dell’on. De Viti De Marco in quel di Cellino l’Orto aveva formato un semenzaio per la moltiplicazione del gelso.
L’allevamento del baco da seta era stato effettuato dall’Orto e ne aveva relazionato il Direttore della Regia Scuola Pratica di Agricoltura Prof. Toscano. Nel 1903 e 1904 gli allevamenti di baco da seta avevano occupato una vecchia casa colonica ma nel 1905 si intendeva restaurare una vecchia brigattiera ovvero un locale che era stato specificamente usato per l’allevamento dei bachi da seta per ricavarne un piccolo allevamento sperimentale.

L’Orto Botanico di Lecce
La nascita dell’Orto Botanico di Terra d’Otranto è legata in qualche modo alle novità introdotte dalle riforme napoleoniche nel Regno di Napoli. Tra queste novità, un posto di rilievo occupa l’istituzione, in ogni capoluogo del Regno, delle “Società di Agricoltura” che diventeranno, uno degli elementi catalizzatori più importanti per la divulgazione e la ricerca scientifica nelle diverse province. A Lecce, la “Società di Agricoltura di Terra d’Otranto”, ebbe come sede l’ex convento dei Cappuccini dell’Alto con annesso il giardino per la realizzazione di un “orto agrario” nei pressi
della stazione ferroviaria (1810). Alla sua direzione come “segretario perpetuo” si susseguirono Cosimo Moschettini (1747-1820) e dal 1835 Gaetano Stella (1787–1862) fino alla sua morte. Lo Stella diede notevole impulso alle iniziative della Società, tra cui l’istruzione, l’“addestramento” e la didattica considerate attività molto importanti. Altre personalità di rilievo che animarono la vita dell’Orto furono Pasquale Manni (1745-1841) e Oronzo Gabriele Costa (1787-1867). Dopo la scomparsa dello Stella, l’Orto Botanico, che era stato ampliato fino a raggiungere la superficie di circa tre ettari e arricchito di molte collezioni botaniche, cominciò un lento ma inesorabile declino, tanto che nel 1872 faceva parlare uno dei più illustri scienziati salentini, Cosimo De Giorgi (1842-1922), di “decadenza” e di “splendore antico”. Uno dei motivi che compromisero la vita e le prospettive dell’Orto fu proprio lo scarso interesse che la cultura del tempo accordava ai problemi ambientali e alle tematiche naturaliste legate al territorio extraurbano, come ripeteva spesso il compianto professor Sergio Sabato (1941-1991) dell’Università di Lecce che diversi anni fa, aveva molto perorato la causa per la ricostituzione dell’Orto Botanico a Lecce.
La sua definitiva distruzione si completò nel primo dopoguerra (1929) con la costruzione della Casa Littoria (attuale Intendenza di Finanza), del Consiglio Provinciale delle Corporazioni (attuale Camera di Commercio), del Consorzio Agrario e della Casa del Latte. La testimonianza storica dell’Orto Botanico di Lecce, almeno per la parte tangibile delle tracce e dei segni del suo antico retaggio, è costituita dalla “Casa Agraria” (denominato in passato anche come “Comizio Agrario” per il fatto che vi svolgevano incontri, adunanze, lezioni, ecc.), oggi restaurata e adibita ad un Laboratorio (“Multilab”) per analisi ambientali e merceologiche della Camera di Commercio, il “fondo librario” custodito dallo stesso ente, e da alcune essenze arboree ubicate in aree destinate a parcheggio o a verde, intorno agli Uffici Finanziari in Viale Gallipoli.
Il caso ha voluto che dei dieci esemplari arborei rimasti, cinque siano di quercia Vallonea (di cui uno in ottime condizioni vegetative e di grandi dimensioni, ubicato nel cortile interno dell’edificio dell’Intendenza di Finanza) e gli altri quattro situati su un’area a parcheggio di proprietà demaniale che versavano in uno stato di relativo degrado.

Un manipolo di custodi del creato

di Antonio Bruno*

 

Più volte, riportando le annotazioni che provengono dalla bibliografia, ho fatto riferimento alla gravissima crisi che alla fine del 1800 inizi ‘900 attraversava l’olivicoltura del Salento leccese che nel 1905 non era derivata da un problema di mercato ma dalle avversità, specialmente dalla Brusca parassitaria causata da un fungo appartenente alla divisione Ascomiceti (Stictis panizzei). Questo fungo nel 1905 attaccò duramente dli oliveti di Cavallino, Lizzanello, Vernole, Martano e Melendugno nel Salento leccese. Si notarono le manifestazioni in

La nemesi

di Pietro Gigante

Se “Parigi tenesse il mare…[1] con quel che segue, però anche noi, qui, avevamo in-sedicesimo la “corte dei miracoli”.

Tutti notavano che Brusario[2] si era fatto i soldi[3]. Specialmente quando faceva caldo[4], partiva e mancava per tanto tempo. I più informati sostenevano che andava alla montagna, che tradotto in termini geografici significa che si recava in Lucania ed in Calabria, certamente non in villeggiatura sul Pollino o in Sila o in Aspromonte, ma in quei paesi che, arroccati su cocuzzoli, sembrano paesaggi quasi inaccessibili, la cui peculiare caratteristica è sempre riprodotta nei presepi. Ma cosa facesse Brusario in quei reconditi luoghi, non era dato sapere. L’unica diceria che

Dialetti salentini/ cutreu

di Armando Polito

 

CUTREU resistente alla cottura.

Non conosco corrispondente italiano. Etimologia: da un latino *crudìvu(m)=piuttosto crudo (dal classico crudus=crudo, connesso con cruor=sangue), con metatesi di -r- [*cudrìvu(m)], passaggio -d->-t- [*cutrìvu(m)], sincope di -v- [*cutrìu(m)] e passaggio -i->-e-.

Se viene confermata, con lo stesso significato, la voce scutrèu quella s- non ha valore privativo (o estrattivo) ma, al contrario, rafforzativo (o intensivo). Essa deriva dal latino ex che vuol dire fuori da, lontano da ed ha dato vita: alla s- privativa con prevalenza dell’idea di allontanamento dal possesso, a quella rafforzativa con prevalenza dell’idea di superiorità rispetto alla norma (già presente nel latino extra e conservatasi nella stessa voce italiana).


Pagine di Antonio Leonardo Verri, a diciassette anni dalla scomparsa

per gentile concessione di Fernando Bevilacqua pubblichiamo un capitolo di Antonio Leonardo Verri, dal suo LA BETISSA. Un doveroso omaggio a diciassette anni dalla scomparsa del poeta-scrittore  salentino

  

Capitolo Quindicesimo

 

UN ADOLESCENTE CHE ABBRACCIA UNA FANCIULLA DI CUI SI È INVAGHITO,  MENTRE DUE UCCELLI GIUNONICI LOTTANO DAVANTI A LORO

 

Lettera di Alessandro

Cara madre,

sono da due mesi in questo posto, ho solo occhi per questo congegno, questo trabiccolo, come ormai lo chiamo (due grosse e belle ali, tenui e flessuose, ma nello stesso tempo compatte e senza cera) a cui lavoro anche di notte. Notti intere, notti che in altri tempi, se ci penso adesso, avrò sicuramente perduto dietro a cose stupide, ad abitudini e o rinuncie che hanno di certo minata il mio corpo. o parti di esso, inciso obiettivamente sul mio, diciamo, spirito, o, e questo mi sembra più appropriato, sul flusso di parole che da molto tempo servo e dal quale con molto probabilità, non sono servito.

Come già sai, anche se ti sei chiesta sempre il perché io continuo a scrivere, continuo a cercare parole che dicano, che facciano fede ai diversi e a volte strani momenti della mia vita, che molti dicono povera.

Coi risultati non ci siamo, ma questo non vuoi dire. Il più delle volte le parole che affibbio alle cose non reggono (che mi stia di nuovo assalendo quel solito tremore, quel solito magone?), pare, ti dicevo, non abbiano, le parole, appigli di nessun genere, e come niente come fosse la cosa più naturale del mondo mi restano in mano. Me le ritrovo a mucchio — pensa con quale mia sorpresa — nelle palme congiunte: Oddio, un tempo. col vigore che avevo, le buttavo in aria, aspettandomi, a terra toccata, di assistere e di gustare una di quelle meraviglie che salo il caso sa così bene tornire. Se il magico risultato non veniva, le ributtavo, e cosi via.

Un tempo tutto questa era possibile — e posso dirti che a tutta birra mi gloriavo di una spigolosità di linguaggio, di una sonorità che in molte occasioni vendevo come mia — oggi non più, oggi non più, oggi tutto questo non è più possibile dacché mi sono accorto che questa meraviglia sonora, guidata dal caso, non apporta un bel niente, nemmeno un effetto placebo, ai miei duri momenti, alle mie perdite e rinuncie, anzi una tendenziosità, uno sfinimento —  questo lo conosci, come conosci il mio troppo stupore l’ostinazione a leccare bruciature che non sono nate certo con me…

Comunque, alle parole condannato, parole uso. E devo confessare, registrare i vantaggi, nonostante il vuoto a volte di cui ti dicevo, che questo usar parole apporta al mio congegno. Dipende ormai da questi due quaderni (di parole, ma anche di segni e svolazzi) la costruzione del mio congegno, il portare a buon fine la mia impresa.

Cos’è questo congegno? Presto detto, non ho nessuna voglia di girarci intorno (sono già tanti i miei rovelli!), anche se quando te lo dirò, dapprima avrò quel tuo sorriso colmo di stupore, poi qualche frase preoccupata, mista a quell’accorata imprecazione che per il solito amore ti fai morire in gola…

Niente di grosso, madre, o qualcosa di grossissimo, nient’altro che un trabiccolo che in cielo dovrà portarmi, tutto qui, ecco, nient’altro…

Ecco, oggi non penso che a questo. A volte guardo con sgomento il trabiccolo: oddio, mi dico, ma gliela farò, è tempo adesso? poi quando qualcosa comincio ad andar bene, quando qualcosa di nuovo (qualche nota, qualche formuletta) c’è da appuntare sui miei quaderni, oh allora non so che cos’è lo sgomento, e tutto è furia, tutto brilla, e io sono vivo.

Ma a che serve poesia, dicevi un tempo: a che serve il ciel o puoi dire adesso, a che questo immensa voglia di alzarsi, volare?.. Colpa anche della vaghezza, madre, dello vaghezza e della stupidità della terra, della suo porosità…

Spero solo di non restare coi miei quaderni, col mio stupore, con queste svuotate parole, con i miei propositi di volo: non altro che gioco, ripetizione, bisticcio…

Ecco, tutto qui, madre, nient’altro, nient’altro se non il solito vecchio cuore tagliato a spicchi, non ancora del tutto sbrecciato, inesploso, il solito vicariante corpo squassato dai vecchi soliti colpi di tosse, il solito inverno (col solito lardo, con le solite coteche, col solito vino), il solito mattino che cola dall’argento dei cavoli e l’urgenza in ogni cosa…

E il correre stolto, e il correre continuo, con ali bianche, quasi senza corpo, verso il solito albero d’oro, verso il solito vecchio profumato eldorado.

Il Salento leccese è una pista d’atterraggio immersa nel Mediterraneo

di Antonio Bruno

Il Mediterraneo è un sistema complesso sia per le sue caratteristiche fisiche ma soprattutto per la struttura delle società che lo compongono, è ricco sia di flora che di fauna con le sue più di 100 specie forestali mentre solo 30 originano nel resto dell’Europa e circa 500 specie foraggere, un patrimonio immenso di biodiversità per tutto il pianeta.
La coesistenza tra grande proprietà fondiaria e proprietà polverizzata è un’altra delle caratteristiche dell’agricoltura del Mediterraneo. Allo stesso modo vi sono diversi sistemi di allevamento del bestiame che va dal nomadismo o transumanza dell’allevamento alla stato brado a quello nelle stalle di tipo sedentario.
Per quanto riguarda gli assetti produttivi dei territori dei Paesi che si affacciano al Bacino del Mediterraneo, sono tutti incardinati sulla triade Olivo – Vite – Grano e sull’allevamento soprattutto nomade e transumante.

Oggi nel Salento leccese viviamo il dramma dell’espansione degli insediamenti degli uomini che costruiscono case che rimangono vuote per quasi tutto l’anno sia in campagna che lungo le coste sottraendo territorio all’ambiente che come sappiamo è paesaggio rurale.
Questo mio scritto vuole contribuire alla coesistenza tra i popoli che vivono lungo le rive del Mediterraneo e dell’agricoltura moderna con quella tradizionale, di quella dell’utilizzo del territorio come paesaggio rurale in equilibrio con altri usi del territorio.
C’è più di una base ecologica nella relazione Umanità – Paesaggio. Ognuno di noi ha una relazione personale con il Paesaggio e chi si occupa di progettazione di spazi lo sa intuitivamente e il successo del suo lavoro è subordinato alla capacità di progettare uno spazio che riproduce o simula l’ambiente nel quale si sono evoluti i nostri antenati.
Ehi tu! Si dico a te! Pensaci, mentre sei in auto, mentre sei nella città a fare un giro per uffici o quando ti sei sposato o laureato eri immerso nell’artificiale città, ma c’era sempre il sole con i suoi raggi e poi le piante quell’albero che vedevi dalla finestra, insomma c’è sempre nella tua mente in ogni istante oltre all’artificiale della città anche la natura, che tu vuoi ci sia e che tu colleghi intimamente alla tua vita. E quando sei stressato che fai? Come dici? Cerchi un posto tranquillo? E forse questo posto che cerchi non ha a a che fare con la natura e con il paesaggio rurale? Un luogo in cui non c’è nessuno, non c’è anima viva, non ci sono suoni, luci o manufatti, e quando arrivi nel tuo personale e solitario giardino i tuoi sensi si risvegliano, osservi il fiore, il ramo o il filo d’erba, ascolti lo strepitìo di quello che schiacci con i tuoi piedi e ti ficchi nella realtà penetrandola, con forza, possedendola, attraversandola come si fa in un viaggio.

Il Salento leccese è una pista d’atterraggio immersa nel Mediterraneo, i suoi destini sono stati sempre legati a quelli dei paesi che si affacciano su questo mare ed è per questo motivo che è vitale per i Salentini cooperare con i popoli dell’altra riva per promuovere lo sviluppo della nostra terra e di quei territori.
La cooperazione deve essere fondata sull’agricoltura poiché i paesi della riva africana sono in una situazione di dipendenza alimentare. La cooperazione agricola tra le realtà produttive e i professionisti Dottori Agronomi e Dottori Forestali del Salento leccese con quelli dei paesi africani e asiatici deve divenire centrale proprio per questi motivi.
La nostra realtà territoriale vede il Salento leccese che non ha il problema di penuria di beni agro-alimentari, ma che invece vive il dramma delle eccedenze agricole e ha tutte le energie impegnate nel tentativo che si sta facendo di liberalizzare un’agricoltura che per decenni è stata protetta. E’ noto a tutti che sempre più si abbandona la concezione di un’agricoltura che si dedica alla produzione di prodotti agroalimentari e sempre più si sostiene il concetto di un’agricoltura del Salento leccese che produce beni di rilevanza sociale come il paesaggio, la salvaguardia ambientale e in ultima analisi la qualità della vita, poiché tutti noi del Salento leccese viviamo immersi nell’ambiente che da noi è quasi esclusivamente Paesaggio rurale.

Ma cos’è questa Agricoltura Mediterranea? E’ una REGIONE AGRICOLA che ha caratteristiche climatiche simili. Prima che la riva europea si differenziasse da quella africana l’agricoltura in tutto il bacino del Mediterraneo era caratterizzata da strutture agricole gestite direttamente dal contadino, da sistemi di agricoltura mista basata su una combinazione della produzione delle colture e dell’allevamento degli animali. La trasformazione intervenuta in Europa e nel nostro Salento leccese dovrebbe farci riflettere perché l’agricoltura mista ha costituito la base di gran parte dei sistemi agricoli di tutti i tempi perché collegava l’uso della terra alla disponibilità di concimi organici forniti dagli animali che ne conservavano la fertilità.

La popolazione del Mediterraneo, dei nostri territori Europei e delle terre che sono davanti a noi, passerà dagli attuali 450 milioni di abitanti a 651 milioni nel 2025. Ma la cosa che deve farci riflettere è che oggi la popolazione è equamente distribuita in metà nei Paesi dell’Europa del Sud e l’altra metà in quelli del Nord Africa e Asia, nel 2025 e la popolazione al di sotto dei 15 anni sarà per il 45% nei paesi della riva sud e solo per il 24% in quelli della riva nord che in termini di politiche del lavoro significa che dovrebbero essere creati più di 60 milioni di nuovi posti di lavoro per il 2025.
Ecco perché noi del Salento leccese dobbiamo contribuire allo sviluppo del Mediterraneo, che va costruito su un concetto di modernizzazione capace di rivalutare la qualità della vita nelle aree rurali e nelle società agricole e tutto questo con un modello fortemente decentralizzato della crescita economica.

La scelta dei territori in cui insediarsi è frutto di una logica stringente, infatti per tutto il Medioevo l’agricoltura montana era ricca rispetto a quella di pianura infestata dalla malaria invece risolto questo problema, oggi accade il contrario.
Noi del Salento leccese siamo maestri di delocalizzazione e decentralizzazione poiché i nostri antenati hanno potuto sfruttare solamente le acque sotterranee. Il problema dell’acqua potabile ha esercitato un ruolo primario nella scelta dell’insediamento in cui i nostri antenati dovevano costruire la loro casa. Questo fattore nel Salento leccese ha regolato le forme di centro abitato. Infatti per la scarsa disponibilità di acqua proveniente dalle falde acquifere e per la lentezza con cui ci si riforniva l’uomo è stato indotto a distanziare uno dall’altro gli insediamenti che via via si sono accresciuti per divenire piccoli centri abitati.

Io lo ricordo il secchio con la catena che scorreva nella carrucola, il tonfo che faceva quando cadeva nel pozzo “nella curte” dove si affacciava la casa dei miei nonni a San Cesario di Lecce “ allu nfiernu a rretu alla farmacia” e io bevevo quell’acqua di quel pozzo nella mia infanzia di quasi 50 anni fa. E ricordo le case in cui ho abitato prima del 1963 quando rimasi ipnotizzato alla vista del rubinetto da cui sgorgava l’acqua con un semplice svitare. Eravamo andati a vedere la nuova casa, quella che avevano assegnato alla mamma, c’era mio padre che mi mostrò quella casa vuota prima di andarci ad abitare, soprattutto mi fece presente l’assenza del pozzo e la presenza dei rubinetti che ne sostituivano la funzione. Pensate nella vecchia casa avevamo la TV ma l’acqua corrente no, l’acqua proveniva dal pozzo. Chissà quante abitazioni della riva sud del mediterraneo sono provviste di parabola per la ricezione della TV Satellitare ma l’acqua la prendono dalle cisterne o dai pozzi come noi 50 anni fa.
Il Salento leccese è una costellazione di piccoli mondi pullulanti di vita e di storia che dopo secoli in cui sono rimasti dimenticati oggi possono uscire dal letargo e divenire protagonisti di cooperazione con la riva Sud del Mediterraneo. Noi donne e uomini del Salento leccese siamo quelli che hanno costruito i fari della nostra terra, noi del Salento leccese, con il nostro duro lavoro, abbiamo innalzato le torri di difesa che osservano da secoli ogni movimento nel mare, siamo stati sempre noi che abbiamo scavato le cave di bauxite e i frantoi ipogei dove per secoli nelle viscere della terra si è prodotto l’olio che ha illuminato le strade degli Zar a San Pietroburgo in Russia, e siamo stati sempre noi che abbiamo realizzato i ninfei, le cave ipogee che fanno reggere interi oliveti e campagne sulle arcate di queste cattedrali sotterranee, che abbiamo costruito le chiese rupestri e quindi siamo stati e siamo tuttora impegnati a percorrere traiettorie alternative a metà tra il mistero e il reale, il quotidiano e il fiabesco. Noi Salentini leccesi ci candidiamo a essere la cerniera tra Europa e Sud del Mediterraneo, ci prepariamo ad ospitare nei nostri studi professionali e nelle nostre aziende i coltivatori dell’altra riva a collaborare con lor perché lo sviluppo dei popoli del Mediterraneo, senza una crescita scriteriata ma con il rispetto del territorio, è la chiave per la pace che realizza la convivenza dei popoli lungo le coste del grande lago salato.
Bibliografia

Bertrand Hervieu-Cosimo Lacirignola Dieci pilastri per l’agricoltura nel mediterraneohttp://www.agriregionieuropa.it/

CIDOB (Center) Il mediterraneo: economia e sviluppo
Dizionario Collins dell’ambiente
Franco Rizzi Un Mediterraneo di conflitti: storia di un dialogo mancato
Donato Romano Agricoltura
Visionary landscapes, “Landascape and Urban Planning” 2003 pp 1 – 3
Bruno Amoroso Europa e Mediterraneo: le sfide del futuro
Angelo Massafra Problemi di storia delle campagne meridionali nell’età moderna e contemporanea
Carmelo Colamonico Aspetti geologici e geografici del Salento
Salento d’autore. Guida ai piaceri intellettuali del territorio
Donato Valli L’onore del Salento

Giulio Cesare Vanini, il “Giordano Bruno” del Salento

di Maria Grazia Anglano

 

-Interessante- … l’occhio distrattamente coglie lo stralcio di un articolo che titola “Il rogo di Giulio Vanini, il Giordano Bruno del Salento.”

Scorro velocemente l’articolo, da cima a fondo, e rimango intrappolata dalla storia di questo, già ben noto, frate filosofo.

Un frate da una complessa vita, fatta di peregrinazioni varie, al fine solo di proteggere la propria vita, dalla scure dell’inquisizione.

Reo soltanto di aver liberamente pensato.

Ma proprio per questo. E, al di là della più o meno discutibilità delle sue

Beni culturali enogastronomici: una traiettoria per penetrare il Salento leccese

di Antonio Bruno

Non so voi, ma quando arriva il pomeriggio di sabato a casa mia iniziano a giungere le telefonate degli amici. Che dici? Stai tranquillo c’entra con il titolo questo fatto perché le telefonate sono finalizzate a decidere a qual’è locale dove si intende andare a cena con gli amici per prenotare un tavolo. Già! Perché se non prenoti un tavolo, il sabato rischi di passarlo ad aspettare che si liberi, perché tutti i tavoli sono occupati da altri, e le attese durano ore ed ore.
Senza dubbio il cavallo vincente delle serate prefestive e dei giorni festivi è l’offerta enogastronomica. Ma i menù che risultano gettonatissimi e richiestissimi sono quelli che offrono le primizie della campagna, le carni, i formaggi e i salumi che compongono l’ampia varietà degli antipasti e dei contorni che inondano le tavole che occupiamo con i nostri amici nei giorni di festa.

Ci dovrebbe essere un patto tra chef di prestigio, cultori di antropologia culturale, esponenti del mondo sindacale, rappresentati delle categorie del mondo agricolo, insigni scienziati, operatori commerciali, esponenti del mondo degli ambientalisti, professionisti e uomini di levatura internazionale per portare sulla tavola prodotti tipici del Salento leccese narrando agli avventori le caratteristiche di quei prodotti della terra di Lecce e guidando la consumazione attraverso la narrazione preventiva del gusto, della meraviglia degli odori, dei sapori e dei colori di quello che la terra del Salento leccese produce.

La presenza dei cosiddetti beni culturali enogastronomici nell’offerta del tempo libero è piuttosto ampia e varia. I beni culturali enogastronomici del Salento leccese costituiscono un suo Patrimonio culturale.
Il patrimonio è un complesso organico di elementi spirituali, culturali, sociali o materiali che una persona, una collettività, un ambiente hanno accumulato nel tempo. È comprensibile che nei processi di patrimonializzazione, spesso connessi al concetto di proprietà (cioè del diritto di godere e disporre di una cosa in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti fissati dalla legge), si presti grande attenzione all’appartenenza esclusiva di un certo prodotto culinario ad un determinato territorio per un arco di tempo abbastanza lungo.

Il Ministero delle politiche agricole e forestali, certifica tipicità, la tradizione e via discorrendo di un certo artefatto culinario o anche delle materie prime (piante ed animali).
Mi soffermo spesso ad osservare la realtà del nostro patrimonio enogastronomico e noto con piacere che la nostra “dimensione locale” si proietta al di la dei confini del Salento leccese quando il mio amico di Parigi esclama di stupore e di meraviglia dinanzi a un purè di fave bianche e cicorie, ed io gongolo perché sono consapevole che saper gustare quel piatto, offrirlo ai miei amici italiani e stranieri è un eredità che consegno a mia figlia, un sapere che è costitutivo della fisionomia dell’essere nati nel Salento leccese. Il gusto dei piatti che si assaporavano dalla mamma, dalle nonne e dalle zie sono veri e propri luoghi della memoria che da vita al presente per noi tutti di questa terra che si immerge nel Mediterraneo e che ci rende la guida dei visitatori che venendoci a trovare assaporano il gusto della nostra accoglienza attraverso il tiepido calore dei nostri piatti.

Ho notato che quando fornisco spiegazioni alle persone sui cibi che stiamo mangiando ecco che si accende l’interesse e mi piace guardare i miei amici mentre faccio la narrazione perché ormai seguono continuità, coerenze, “piste” e direttrici sempre più imprevedibili e meno scontate. Ho potuto notare che partendo dal territorio di una Comune del Salento leccese e dai suoi confini si può arrivare sino ad ambiti interprovinciali sino a quelli internazionali.
E quando mi vengono a trovare ecco che spesso mi accorgo che se immagino di fargli fare un itinerario ecco che istintivamente nella mia mente si forma una rete di “attrattori” culturali e non: ad esempio un itinerario turistico in cui vi sia un importante complesso di dimore storiche come è quello della centro storico di Lecce e nelle tappe successive beni paesistici, ambientali ed eno gastronomici. Mi viene naturale portare i miei amici nei boschi degli olivi della provincia di Lecce, fargli gustare le nostre focacce, il pane farcito di olive.

Ogni tanto osservo questo meraviglioso Salento leccese leggendo le insegne degli itinerari culturali propriamente detti che sono affiancati dagli itinerari enogastronomici, strade del vino e strade dell’olio e mi dico che tutto questo è intrecciato con la valorizzazione del paesaggio e dei beni culturali presenti nel nostro territorio.

Io non comprendo perché quando si parla di valorizzazione dei beni culturali ci si riferisce solo ai luoghi e istituti della cultura ma non si prenda in considerazione quella che è una tipica attività di valorizzazione del patrimonio culturale presente nel territorio con la costituzione degli itinerari culturali. In questo contesto i Dottori Agronomi ed i Dottori Forestali costituiscono una risorsa per il territorio del Salento leccese che è così diversificato proprio perché deriva da diversi patrimoni di costituiti dalle diverse culture agricole del nostro territorio.
I Dottori Agronomi ed i Dottori Forestali possono rappresentare la risorsa formidabile del Salento leccese perché potranno provvedere alla riunificare e ricontestualizzare degli aspetti del Paesaggio rurale e del patrimonio enogastronomico del Salento leccese che si sono progressivamente allontanati dalla loro unità originaria e dono stati separati dal nostro territorio in cui sono nati e dalle funzioni per le quali erano stati prodotti.

Bibliografia

Alessandra Guigoni: I beni enogastronomici nella Rete italiana: un’introduzione
Baicr Sistema Cultura: Musei del gusto. Mappa della memoria enogastronomica
Giorgio Castoldi: La guida turistica. Manuale di preparazione all’esame di abilitazione: beni culturali ed ambientali, geografia, cultura locale, tecnica professionale, normativa
Francesca Ricciardi: Il viaggio dell’innovazione. Informatica, beni culturali e turismo
Francesco Forte-Michela Mantovani: Manuale di economia e politica dei beni culturali
Valentino Baldacci: Gli itinerari culturali. Progettazione e comunicazione

Dialetti salentini/ ngafare

di Armando Polito

 

 

NGAFARE: far entrare premendo; sprofondare nel fango. Le varianti ncafàre di San Cesario di Lecce e Manduria e ncafàri di Mesagne consentono con sufficiente sicurezza di affermare che il corrispondente italiano è incavare, dal latino incavàre, composto da in=dentro e cavus=cavo. Difficoltà fonetiche insormontabili impediscono di collegarlo a nghièfa=zolla , dal latino gleba con l’influsso dell’osco *glifa. Tra l’altro, contrariamente a quanto è stato detto in questo forum (naturalmente il padre o la madre di ogni proposta hanno il diritto di replica…), il latino gleba (e il neritino nghiefa) non hanno come radice primaria “geo” (dal greco ghe=terra) ma gl-, cioè lo stesso di globus (da cui l’italiano globo) e glomus (da cui l’obsoleto ghiomo che poi ha dato vita, incrociandosi con gomito, a gomitolo), con evidente riferimento alla forma più o meno arrotondata della zolla.

L’Agricoltura sostenibile soluzione per una vita sana e piacevole

di Antonio Bruno

L’agricoltura è definita come l’insieme delle attività pratiche che riguardano la coltivazioni delle piante utili all’uomo e ai principali animali domestici. Quindi è evidente che essendo una attività pratica rappresenta un’azione diretta dell’uomo nei confronti dell’ambiente che si rivolge a quanto c’è di utile nel complesso sistema naturale. L’attività dell’agricoltura è antica al punto che è difficile immaginare oggi l’aspetto delle zone prima che l’agricoltura, con la sua azione, ne trasformasse l’aspetto.
Ecco perché sostengo che l’agricoltura interessa il territorio e l’ambiente. L’agricoltura utilizza oggi circa un terzo della superficie terrestre emettendo nel contempo quantità enormi di gas serra in atmosfera.

Per questo l’agricoltura stessa è considerata a maggior rischio di impatto sui cambiamenti climatici. E’ evidente che la sua introduzione sfrutta le potenzialità del territorio convivendo con tutto il sistema naturale, senza dimenticare che lo scopo dell’imprenditore agricolo è quello di cercare soluzioni tecniche che lo facciano guadagnare migliorando la produzione.
L’agricoltura è in relazione con l’ambiente circostante da cui subisce l’influenza e a cui fa subire delle influenze.

Negli ultimi 150 anni le attività agricole hanno emesso circa 200 miliardi di tonnellate di carbonio (Gton C) ecco perché a partire dai primi centri di produzione in Mesopotania 10.000 anni fa ad oggi l’agricoltura è diventata un agente di impatto ambientale.
Si parte dal presupposto che noi scegliamo di coltivare una pianta in un determinato territorio perché il clima è adatto alla coltivazione di quella pianta e per questo le terre coltivate occupano 1,5 miliardi di ettari e rappresentano il 10% della terra emersa libera dai ghiacciai, 3,5 miliardi di ettari sono utilizzati per il pascolo degli animali e infine 200 milioni di ettari circa sono destinati alla produzione forestale.
L’agricoltura però si sta integrando nel sistema ambientale verso la tutela del territorio e del paesaggio.
Il 2009 è stato l’anno al quinto posto tra gli anni più caldi degli ultimi due secoli in Italia Il consumo di energia elettrica, che ha fatto segnare il calo peggiore dal 1945, anche per effetto della crisi economica. I dati dell’Istituto di Scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Isac-Cnr), non lasciano spazio a dubbi, le temperature medie del 2009 sono state superiori di 1,15 gradi rispetto alla media di confronto del periodo 1961-1990. Dopo che il 2008 si era già classificato al settimo posto tra gli anni più caldi dal 1800, mentre il record assoluto degli ultimi due secoli resta assegnato al 2003.

I cambiamenti climatici in corso si manifestano anche con una più elevata frequenza di eventi estremi, con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense, un maggior rischio di gelate tardive, l’aumento dell’incidenza di infezioni fungine e dello sviluppo di insetti come le cavallette, la riduzione della riserve idriche.
Ma ci sono altri effetti di questi cambiamenti? Sulle piante l’aumento della anidride carbonica provoca l’accumulo della sostanza secca e un maggior uso dell’acqua, l’aumento delle temperature influiscono sulla durata del ciclo vegetativo e fanno cambiare le zone di coltivazione, la pioggia e il vento agiscono sull’accumulo della sostanza secca.
I mutamenti climatici impongono di adottare delle strategie sia agronomiche che economiche e politiche al fine di sfruttare al massimo le potenzialità che i mutamenti offrono e di non subirne i danni.
E’ da considerare il fatto che l’effetto dell’aumento dell’anidride carbonica ha avuto come conseguenza in un esperimento in Arizona che la resa del cotone è cresciuta del 60% e quella del grano più del 10% rispetto alla resa di piante coltivate in ambienti con concentrazioni di anidride carbonica nella norma. L’aumento di 1 grado di temperatura giornaliera media nella stagione di crescita avrebbe come conseguenza quella di spostare verso nord le zone di coltivazione e nel caso specifico negli USA si sposterebbe verso nord il “corn belt” che è la fascia di maggior produzione del mais.

Il Centro di ricerca sui cambiamenti ambientali dell’Università di Oxford ha condotto in collaborazione con colleghi Dottori Agronomi di 18 Paesi del mondo uno studio che aveva l’obiettivo di esaminare gli impatti regionali e globali dei mutamenti climatici sulla produzione agricola mondiale.
Uno dei risultati principali di tale studio è che gli effetti negativi delle variazioni climatiche verranno parzialmente compensati dall’aumento della produttività che è la conseguenza dei maggiori livelli di anidride carbonica. Comunque lo stesso studio prevede che vi sarà un aumento della produttività nei paesi sviluppati e una diminuzione in quelli in via di sviluppo. La diminuzione è soprattutto quella della produzione mondiale dei cereali e le conseguenze negative saranno soprattutto per i paesi poveri. E poi, proprio per non farci mancare nulla, in molte di queste regioni povere con condizioni estremamente limitanti per l’agricoltura i modelli prevedono un ulteriore peggioramento del clima.

Concludo questa breve esposizione sperando che il governo vari al più presto una regolamentazione, con relativi registri, sui crediti di carbonio anche in agricoltura. Il Prof. Cristos Xiloyannis dell’Università della Basilicata è arrivato alla conclusione dopo una ricerca che un oliveto sostenibile produce di più e con qualità comparabile a quella di uno tradizionale. Gli studi del professore hanno avuto la durata di 8 anni e si è potuto rilevare che la media produttiva dell’oliveto condotto secondo il metodo sostenibile è stata di 9,7 tonnellate per ettaro d’olive contro le 4,2 dell’oliveto condotto secondo il modello tradizionale.

Adottare un sistema sostenibile dunque conviene, anche sotto il profilo economico ma è anche una scelta che preserva la fertilità del terreno a beneficio delle generazioni future. Infatti con l’utilizzo della sostanza organica si ottiene l’effetto del ripristino della fertilità e di scongiurare il rischi della desertificazione.
Infine coltivare in modo sostenibile conviene e infatti se andiamo a vedere i conti economici effettuati sulla base della ricerca del Prof. Xiloyannis un’azienda condotta secondo il metodo sostenibile sarà in attivo per circa 4800 euro/ettaro/anno mentre col metodo convenzionale ci si dovrebbe accontentare di soli 21 euro/ettaro/anno.

Il concetto di sostenibilità è vincente e se applicato all’agricoltura che è l’ambiente dell’Italia il cui territorio quasi per l’ intera superficie è Paesaggio rurale. L’agricoltura sostenibile ha la conseguenza di farci vivere in maniera sana e piacevole.

Bibliografia

Le colture del Mezzogiorno emigrano al Nord, in “Finanza e Mercati” 13 gennaio 2010 pag 9
Flora Pagetti Il riscaldamento del pianeta
Bindi Effetto dei cambiamenti climatici sui componenti del sistema agricolo 2003
Intergovernmental Panel on Climate Change, 2001 a
Thomas M. Smith-Robert L. Smith Elementi di ecologia
Antonello Pasini Kyoto e dintorni. I cambiamenti climatici come problema globale
Francesca Giusti La nascita dell’agricoltura: aree, tipologie e modelli
Luca Colombo-Antonio Onorati Diritti al cibo! Agricoltura sapiens e governance alimentare
Alberto Grimelli Un’olivicoltura con un occhio all’ambiente. Una sfida prima di tutto economica

Primo maggio, tradizioni popolari a Nardò

di Marcello Gaballo

Fino ad una ventina d’anni fa il primo maggio era particolarmente atteso dai bambini di Nardò per una usanza loro spettante, tanto da farne la loro festa, come mai sarebbe potutto accadere nel resto dell’anno.

Appena svegli e subito dopo la colazione si ritrovavano con gli amichetti, ognuno provvisto di un vassoio (la quantiera), e giravano tra le abitazioni di amici e conoscenti, comunque del quartiere in cui risiedevano, bussando alle loro porte e presentando agli abitanti quel vassoio dopo avergli proferito: lu pumu di maggiu (ancor più lontano negli anni quel maggiu era detto masciu).

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