Nardò. Vicende della masseria e del feudo di Ogliastro


di Marcello Gaballo

Sulla strada Nardò-Copertino, a circa quattro chilometri da quest’ ultima, da secoli esiste la masseria Ogliastro o Olivastro, comunemente nota come Ghiassciu, tra le più antiche del nostro territorio.

Raggiungibile mediante un tratturo alberato con maestosi pini, e per questo ben visibile da gran distanza, rappresenta un altro dei più bei complessi masserizi, questa volta con tipologia di villaggio sviluppatosi in più riprese attorno ad una torre tre-quattrocentesca.

viale alberato per cui si giunge alla masseria Ogliastro, visibile sullo sfondo (ph M. Gaballo)

 

È questa l’ elemento principale del casale, già esistente ed abitato nel medioevo, posta tra il cortile ed il giardino, imponente ma ben slanciata, con importante arco ricavato nel suo spessore e con decorazioni scolpite nella parte più alta, dove trova posto anche uno stemma illeggibile.

Le decorazioni vengono riprese sul massiccio fabbricato cinquecentesco, posto a destra della torre ed adibito a deposito, anche questo singolare per l’ incredibile spessore murario e per le interessanti finestre centinate, molto simili a quelle della masseria Trappeto nell’ Arneo.

I diversi locali di lavoro e le numerose abitazioni del personale, gli abbeveratoi, le stalle, i fienili, le poderose mura perimetrali a secco, il portone d’ ingresso e l’ immancabile chiesetta, testimoniano la frenetica attività masserizia nelle diverse epoche, che perciò ben meritava di proteggere la sua produzione dalle incursioni barbaresche prima e dai briganti dopo.

In discrete condizioni statiche e altrettanto discreto stato conservativo è disabitata, ridotta a solo deposito di materiale ed attrezzature agricole.

Rimando ai pochi testi che trattano di questa ed altre masserie per ulteriori notizie sull’ architettura e sulle dinamiche agricole del complesso, comunque poco noto e meritevole di adeguata attenzione, specie in tempi come questi in cui si auspica il rilancio dell’ agriturismo salentino.

Quasi del tutto sconosciute sono invece le vicende storiche di questa masseria e dell’ omonimo feudo, che si estende sino alla strada Nardò-Avetrana, compreso tra quelli di Puggiano, Castro e S. Andrea.

Ogliastro compare per la prima volta in documenti del 1272, essendo di proprietà dei De Bellovedere, dai quali passò poi agli Arena Conclubeth, che ancora lo possedevano nel 1377.

Tornato alla Regia Corte fu venduto a Roberto Capano, quindi a Orazio Tuttavilla, da cui ai Minutolo, che nel 1516 lo cedettero al napoletano barone di Barbarano Giancola Capite.

Come sempre sono gli atti notarili a fornirci i chiarimenti per le vicende nei secoli successivi al XV. Da alcuni di essi infatti apprendiamo che dall’ ultimo proprietario il feudo fu venduto ad un altro napoletano della famiglia Gaetani, imparentato con gli Acquaviva di Nardò, la cui figlia lo portò in dote al marito Spinetto Maramonte, leccese, col quale generò, tra gli altri, Marsilio, che risulta barone di Ogliastro già nel 1572 e almeno per un altro decennio.

Nel 1582 infatti Marsilio lo vende al barone Vitantonio De Pantaleonibus …che compra quel castello per ducati diece mila cinque cento colla bagliva, e colla giurisdizione civile, criminale e mista, quindi per 10.500 ducati, cum bajulatione del Banco di Giustitia di Napoli, come si legge nei privilegi del duca di Ossuna spediti nello stesso anno.

Tre anni dopo il casale viene affittato a Massenzio Martina da Lequile e la masseria, a pieno regime lavorativo, risulta provvista di forno, mulino, apiario, con diversi terreni, vigneti, oliveti e pascoli, oltre a possedervi lo jus pasculandi et herbagiorum, consistente pure in aquis, jure aquarum, paludibus, domibus, jardenis, curtibus, puteis, cisternis.

Vitantonio ebbe come discendenti solo delle femmine e alla primogenita Antonia donò il feudo e la masseria, per portarli in dote al suo secondo marito Lucantonio Personè (è di entrambi infatti lo stemma partito, tuttora visibile sul portone d’ ingresso alla masseria).

Ai Personè il feudo rimase per tutto il periodo successivo e sino all’ eversione della feudalità, persistendo invece il possedimento della masseria, che nel 1934 è di Francesco Personè; avutolo per eredità della madre Elena di Michele Personè.

In tale anno, come risulta negli atti dell’ Intendenza di Finanza conservati nell’ Archivio di Stato di Lecce, la si dichiara con estensione di 335 ha e viene stimata del valore di un milione di lire. A causa di un grave dissesto finanziario, che aveva fatto perdere alla nota famiglia neritina moltissime altre proprietà altrettanto consistenti, la masseria fu venduta all’ asta e mai più ricomprata dagli eredi o parenti… ma questa è storia dei nostri giorni.

Oggi parliamo di vino, il “merum” pugliese

di Antonio Bruno*

E’ emerso che nella grande distribuzione organizzata (gdo) Negroamaro e Primitivo sono i due vini in Italia in maggiore crescita percentuale delle vendite. Quando c’è la possibilità di sviluppo ecco che i muri si abbassano, le bocche dei compratori si schiudono in sorrisi accattivanti e i viticoltori che producono per le aziende che vendono si sfregano le mani.

Era comunissima la scritta VINO su una porta che in maniera semplice ma espressiva indicava nel mio paese la presenza di un luogo in cui si vendeva il vino. Si andava con la bottiglia di vetro e l’oste provvedeva a riempirla. Ricordo il costo di 150 lire di un litro di vino, nel 1965 e giù di li e le frequentazioni di queste “putee” così si chiamavano, chi ci andava spesso erano gli uomini anziani, con la còppola, che giocavano con il libro di 40 pagine, le 40 carte napoletane, a scopa, briscola, stoppa. Tanti tavolini e le sedie di paglia, il fumo denso che invadeva la sala e il bicchiere di vino da ½ 5° che adornava la mano destra dei nonni di allora presenti in queste aggregazioni maschili che invece adesso vanno sempre più scomparendo. Quindi il vino era una parte integrante del tessuto urbano delle oasi del Salento leccese, con il profumo di mosto e di cucina casareccia che a base di pezzetti di carne di cavallo (pezzetti e mieru) e uova lesse accompagnava le laute bevute dei nonni degli anni ’60.

Sono trecentomila gli ettolitri di vino Doc (Denominazione d’origine controllata) e l milione 350 mila gli ettolitri di vino Igt (Indicazione Geografica Tipica) prodotti in Puglia, su una superficie complessiva di 23mila e 616 ettari nel 2009.
L’imbottigliamento è raddoppiato in 5 anni ed è pari a circa 615.000 ettolitri che rappresenta il 30% della produzione totale di vino.
L’agricoltura della provincia di Lecce ha negli ulivi con circa 85.000 ettari che rappresentano il 52% della superficie agricola totale e nelle viti con circa 10.000 ettari che sono il 6% della superficie agricola totale e quindi rappresentano i boschi che la caratterizzano da migliaia di anni.

Le prime notizie sul vino pugliese, che risulta già presente sulle tavole imbandite dell’antica Roma, ci giungono dagli scritti di Tibullo, Plinio il Vecchio e Orazio, che elogiano nelle loro opere il profumo, il sapore e il colore del vino pugliese, descrivendone anche i processi di coltivazione e vinificazione. Plinio citava sempre i vini di “Canosium” e di “Brundisium”, Orazio li decantava nel suo “Merum Tarentinum”. Lo stesso termine “merum”, in latino, identificava il vino pugliese, puro, genuino e corposo, per distinguerlo dal tipo semplice, che i Romani chiamavano “vinum”.
Il termine è in uso ancora oggi nel dialetto pugliese, riadattato in “mjere” o “mjeru”.
Da quando circa 45 anni fa mi recai con mio padre a Novoli per la “Focara” mi incuriosisce molto il vino moscato. A Novoli oggi si organizzano quelli che pomposamente vengono definiti “i giorni del fuoco”, in quegli anni si organizzava la focara il 17 gennaio in onore di Sant’Antonio Abate e nelle strade c’era il fornello con la carne arrosto e la bottiglia di moscato. Il Moscato (Filtrato dolce) si ottiene con un’ operazione che consiste nel far passare il vino attraverso membrane sufficientemente serrate da trattenere le parti solide in sospensione. Questa tecnica permette di ottenere vini limpidi e brillanti, con effetti più radicali che non attuando le semplici operazioni di travaso. Una filtratura molto spinta permette ai vini dolci e ai vini bianchi di acquisire maggiore stabilità.
Il mosto che deriva dalla pigiatura è un liquido acquoso in cui sono disciolte le numerose sostanze contenute negli acini dell’uva. Oltre all’acqua sono presenti zuccheri, acidi, sali minerali, sostanze azotate, vitamine e naturalmente i lieviti, che sono i microrganismi in grado di far avvenire la fermentazione. Possiamo avere ad esempio il mosto concentrato, il filtrato dolce (detto volgarmente Moscato) e il mosto muto. Il mosto concentrato è ottenuto con un processo industriale attraverso il quale viene eliminata acqua portando la concentrazione di zuccheri fino al 50-70%. Il filtrato dolce è un mosto dal quale sono state tolte, con particolari processi di filtrazione, le sostanze azotate indispensabili ai microrganismi della fermentazione per cui si creano le condizioni perché questa non avvenga. Anche nel mosto muto la fermentazione viene bloccata, ma in questo caso per l’aggiunta di una forte dose di anidride solforosa.
Ma come si possono produrre filtrati dolci? O per essere più precisi come possiamo produrre il moscato? Oggi il problema non esiste anche per le piccole cantine, il processo fermentativo è del tutto controllato ed avviene quando e come si vuole. Ma nel passato? Nel 1935 che accadeva? Eccone una breve descrizione per non dimenticare.

Per quanto riguarda i filtrati dolci rossi per ottenere un buon prodotto bisognava partire da una ottima uva. Era opportuno scegliere le uve più zuccherine e dopo era necessario che l’uva venisse pigiata con le pigiatrici – diraspatrici e , prima di giungere nel palmento, doveva attraversare un apparecchio chiamato solfitatore – diffusore.
Tutto questo era consigliato nel 1935 dal Dott. Emilio Severi che spiegava anche che il solfitatore – diffusore con il movimento di diversi congegni che iniettava l’anidride solforosa liquida o in soluzione, nella massa pigiata, favorendo l’intimo contatto con la buccia e la perfetta distribuzione. Sempre il solfitatore – diffusore attraverso un energico rimescolamento di tutta la massa, otteneva la rottura delle cellule della buccia e in tal modo favorendo una più facile e abbondante dissoluzione della materia colorante.

La quantità di anidride solforosa somministrata per quintale di uva pigiata variava da 20 a 30 grammi. Le raccomandazioni pratiche per una buona riuscita consistevano nell’arieggiare la massa per ottenere una rapida moltiplicazione del lievito che consumerà buona parte delle sostanze azotate. Per effettuare l’arieggiamento il Dott. Emilio Severi consigliava di utilizzare le comuni pompe da travaso. La raccomandazione era inoltre di eseguire diverse follature, ovvero l’operazione eseguita prevalentemente per rompere, affondare e disperdere il cappello di vinacce che si forma nella vinificazione in rosso e che tende a disporsi in superficie, per azione delle bollicine di anidride carbonica, che si forma durante la fermentazione, aumentando il pericolo di acetificazione. Naturalmente quando l’uva pigiata attraversava l’apparecchio solfitatore – diffusore le follature divenivano più brevi.

Sia gli arieggiamenti che le follature dovevano essere eseguite nel giusto limite al fine di impedire che la massa prendesse una fermentazione tumultuosa che sarebbe stata un inconveniente tale da far ottenere mezzi filtrati che presentano molta difficoltà nella filtrazione. La macerazione non doveva andare oltre le 48 ore. Poi si interrompeva dividendo il mosto dalla vinaccia e lasciandolo defecare per qualche tempo prima di passarlo al filtro. Questa modalità operativa faceva in modo che il lievito continuasse a consumare le sostanze azotate e contemporaneamente si otteneva il risultato per cui il mosto si spogliava di materie estranee e in questo modo era più facile procedere alla filtrazione.
In pratica la separazione del fermento si otteneva tramite la filtrazione.

Già in quel periodo si diffondeva nella grande industria l’impiego delle centrifughe De Laval note per la forte capacità lavorativa, la grande efficienza che evitava le perdite dell’alcol e che infine assicuravano la buona conservazione del prodotto.
Anche la pastorizzazione era una delle tecniche suggerite.
Nella pratica però si ricorreva alla filtrazione e nel 1935 veniva usato il filtro olandese.
Il filtro olandese si può costruire in cemento o in legno, la costruzione in cemento era quella che il Dott. Emilio Severi suggeriva perchè di più perfetta tenuta e facile pulizia.
Nella costruzione del filtro vi era la necessità che i sacchi filtranti fossero posti a giusta distanza e di pronto controllo, infatti bastava che un solo sacco non filtrasse bene perchè il filtrato cominciasse subito a rifermentare.
Procedendo alla filtrazione si riempiva di mosto la vasca porta sacchi e se si aveva la necessità di ostruire la porosità dei sacchi si aggiungeva carbone vegetale, fibrina, colla e si aprivano contemporaneamente tutti i fori in modo che il mosto attraverso i sacchi passasse nella vasca portante.

L’operazione continuava con una pompa per mandare il liquido nella vasca porta sacchi sino a che non si fosse ottenuto un vino perfettamente limpido.
All’epoca ogni filtro aveva un ricambio di sacchi al completo in maniera tale che mentre i sacchi lavorano donne esperte lavavano in acqua corrente i sacchi che poi avrebbero sostituito quelli che stavano lavorando.

Per avere un buon funzionamento del filtro la vasca porta sacchi doveva avere un livello e il liquido da filtrare doveva trovarsi sempre alla giusta altezza e doveva avere una capacità sufficiente a contenere tutto il mosto della vasca porta sacchi e dei sacchi filtranti. Si raccomandava di porre attenzione affinché il locale in cui si filtrava fosse lontano da quello destinato alla fermentazione. Il filtato veniva deposto entro fusti preventivamente sterilizzati. Le botti di filtrato venivano poi conservate in luogo fresco e ventilato. Si usavano piccoli fusti perchè in questi contenitori era difficile che riprendesse la fermentazione e si prestavano meglio per altri lavori e per rifiltrare.

Bibliografia

5° Censimento generale dell’Agricoltura
A. Calò, “L ‘evoluzione della viticoltura pugliese in relazione al vitigno quale fattore di qualità” (Rivista di Viticoltura e di Enologia di Conegliano, n. 9, settembre 1986, pagg. 374 – -103).
Saverio Russo Paesaggio agrario e assetti colturali in Puglia tra Otto e Novecento
Lorenzo Tablino Moscato: come si stabilizzava
Lorenzo Tablino IL MOSCATO BIANCO DI CANELLI: STORIA E INNOVAZIONE

Cacciatore di piante del Salento leccese

di Antonio Bruno*

Nei giorni scorsi (24-25 aprile 2010) a Leverano (Lecce) si è tenuta la manifestazione “Note Fiorite”. Si suggerisce di effettuare prove di germinazione su piante spontanee della flora del Salento leccese per verificare la loro attitudine ad essere propagate e studi sulla fisiologia e sulla conservazione dei fiori recisi dopo che sono stati raccolti.

Leverano in fiore 2010 (ph P.P. Tarsi)

 

Ci sono gli ambienti naturali ed esistono i tentativi di riprodurre la loro bellezza sui balconi delle nostre case o, per i più fortunati, nei giardini che precedono o succedono le nostre case oppure negli spazi verdi che occupano le nostre città rendendole più simile a una condizione di vita naturale.

Il paesaggio antico è stato decantato dai poeti e studiato e dipinto dagli artisti e noi non facciamo che tentare di averlo nelle nostre case. Gli inglesi sono stati i primi a copiare l’arte dell’uomo e, dai tratti che ricavavano dai paesaggi dipinti, tentavano di adattarli ai loro giardini. Insomma gli inglesi hanno il merito di aver tentato di adattare il Paesaggio dei dipinti ai loro giardini. Questa influenza è giunta anche nel Salento leccese dove la produzione vivaistica ed il commercio delle specie ornamentali sono orientati prevalentemente su specie esotiche che spesso hanno difficoltà ad adattarsi completamente alle nostre condizioni ambientali.

E’ interessante quanto realizzato dal Dipartimento di Agronomia, Selvicoltura e Gestione del Territorio – Università degli Studi di Torino, Facoltà di Agraria, dove si è tentato di individuare specie autoctone di Campanula per poterle poi utilizzare come pianta da vaso fiorito, pianta da giardino o come fiore reciso.

Leverano in fiore 2010 (ph P.P. Tarsi)

 

Sono state effettuate prove di germinazione per verificare la loro attitudine ad essere propagate e studi sulla fisiologia e sulla conservazione dei fiori recisi dopo che sono stati raccolti. In questo caso la ricerca ha dimostrato che possono essere utilizzate le Campanule perchè la varietà detta Spicata e quella Rapunculoides hanno una percentuale di germinazione del 70% alla temperatura media di 14°C e sempre la Campanula Rapunculoides sottoposta a prova di conservazione del fiore reciso ha ottenuto una buona conservazione di 4 – 6 giorni dimostrandosi adatta alla vendita dei fiorai.

L’esperienza torinese può divenire l’esperienza di Leverano? Insomma “Note Fiorite”, la manifestazione che si è svolta il 24 e 25 aprile 2010, nata per far apprezzare e esaltare i siti di maggior richiamo, che si è dimostrata in questi sei anni in grado di creare interesse per la natura e il territorio, sarà in grado di raccogliere la sfida per l’arricchimento culturale e l’innovazione individuando specie tipiche del Salento leccese e di Leverano in particolare, per poterle poi utilizzare come pianta da vaso fiorito, pianta da giardino o come fiore reciso?

Leverano in fiore 2010 (ph P.P. Tarsi)

 

Mi verrebbe da fare una domanda ai floricoltori di Leverano. Me lo immagino il mio amico Mimino di Leverano che ha fatto la sua azienda in cui produce fiori e piante per i giardini e quindi è anche un vivaio in cui vive e svolge il suo lavoro di ogni giorno. Io ti chiedo Mimino: “Tu sai perchè hai fatto la tua azienda in cui produci piante e fiori che assomiglia a un giardino?” E’ come se ti vedessi, non sai cosa rispondermi vero? Sei sorpreso? Non lo sai? E allora te lo dico io, era scritto nel tuo patrimonio genetico, nel tuo DNA, era scritto che tu dovevi fare quel giardino.

Io sono convinto che tu aspettavi la primavera, dopo il freddo dell’inverno per vedere i fiori che sbocciano, come adesso, e che sei stato sempre trascinato in immagini delicate che sorgevano nella tua anima quando rimanevi immerso nei profumi delle foglie e travolto da tutti gli odori del mondo vegetale che ti circonda. Quando sei cresciuto caro Mimino allora hai voluto fare di questa tua passione per la natura il tuo lavoro. Questo sei! E questo sono i nostri florovivaisti, donne e uomini del Salento leccese che da sempre sono rimasti incantati a guardare la corolla di una margherita, o paralizzati e pieni di meraviglia davanti all’esplosione di un prato pieno di fiori di campo, spontanei, così com’è spontaneo sentire il cuore pieno di felicità in una bella giornata d’aprile con l’aria tiepida che ti accarezza il viso e i profumi delicati che inondando i tuoi sensi.

Se sei qui, in questo territorio, per produrre fiori e piante perchè non cerchi di individuare anche tu specie autoctone per poterle poi utilizzare come pianta da vaso fiorito, pianta da giardino o come fiore reciso? I fiori spontanei in cui anneghiamo i nostro occhi per qualche giorno ogni primavera, grazie a te amico Mimino, invece di scolorirsi ed appassire, attraverso la tua passione con l’andar del tempo acquisteranno nitidezza e flagranza e poi diverranno fioriti in eterno donandoci quei colori e quegli odori della stupenda Primavera della campagna salentina per tutto l’anno.

Foreste tropicali, barriere coralline, boschi, zone umide, pascoli alpini, dune costiere: sono alcuni degli ecosistemi dove milioni di organismi vivono in equilibrio interagendo tra di loro. Alcuni di questi ambienti ricchi di biodiversità ci sono anche nel Salento leccese ed io spero che accada a qualcuno quello che accadde a Mimino Albano negli anni 60 il primo salentino di Leverano a tentare la via della floricoltura. Mimino si trasferì a Viareggio che tra le altre cose è un centro specializzato nella coltivazione dei fiori e dopo alcuni anni, rientrò al Sud, nel Salento Leccese e iniziò la pratica floricola, dando il via a ciò che ha fatto di Leverano un paese ricco di benessere, che ha portato alla creazione nel territorio del “Mercato dei Fiori”.

Leverano in fiore 2010 (ph P.P.Tarsi)

 

Adesso caro Mimino si tratta di guardare a Leverano, alla sua pseudosteppa e alla sua gariga, si tratta di osservare le zone umide dell’Arneo, percorrere le Serre Salentine, insomma caro Mimino devi diventare “Cacciatore di Piante del Salento leccese”…….. per non morire!

Bibliografia

Ercole Silva Dell’arte dei giardini inglesi
Accati E.-Devecchi M.*-Scariot V.- Seglie L.  Valorizzazione delle potenzialità ornamentali di ecotipi locali di Campanula spp. mediante prove di propagazione e conservazione in post-raccolta
Maria Chiara Pozzana I giardini di Firenze e della Toscana: guida completa
Maria Gabriella Buccioli I giardini venuti dal vento: come ho costruito il mio giardino “secondo natura”
Touring club italiano L’Italia dei giardini

Sembra strano a dirlo, ma è così

di Pier Paolo Tarsi

È tanto piccolo questo Salento, eppure è troppo vasto. Sembra strano a dirlo, ma è così. Ci sono giorni che, per caso, si incontrano i tanti fili di una ragnatela che senza alcun senso si tesse col vivere. Quanti paradossi si creano o si sciolgono ai nodi, là, dove i sentieri si intersecano. Alcune strade si sono intrecciate pure oggi. E nessuna di queste ha una direzione precisa presa a sé.

Mi sono alzato tardi, ho l’amaro in bocca e nell’anima. È uno strano periodo questo. Sarà pure primavera, si, ma il mio è stato un risveglio nel più cupo autunno. Sarà che ho alzato un po’ il gomito ieri sera, sarà che c’è troppo disordine in casa, in me, intorno. È terminato ieri il corso di formazione che mi ha impedito qualunque altra attività per due mesi e più. Dovrei ordinare e pulire casa, pertanto decido di uscire. È da un po’ che non vedo Nino, il mio amico poeta. Non ho voglia di vedere nessuno in realtà e dunque lo chiamo, gli dico che passo a prenderlo per fare due passi: sembra strano detto così, eppure è così. Prima di arrivare da lui mi fermo a prendere un caffè e mi passano accanto uomini e donne su biciclette adornate di bandierine gialle con stampata una sigla: FIAB. So cos’è questa FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta), tre, quattro, forse cinque anni fa, in qualche modo venni in contatto attraverso la rete con “I Cicloamici”, il gruppo FIAB che se ne va pedalando per il Salento qua e là. Ricordo che scrivendo nel loro gruppo proposi persino di organizzare un itinerario per loro nei pressi di Torre Lapillo. A qualcuno però piacque per davvero l’idea e così pensai bene di non scrivere più in quel gruppo pedalante. “I CICLOAMICIIII???” grido a uno di loro mentre scendo dalla mia auto per andare al bar, questi rallenta, sorridente, “SIIIIII!” mi urla dapprima, e poi, avvicinandosi e frenando, aggiunge fiero e orgoglioso “Hai visto? Anche con questo tempo incerto siamo usciti!”. Mi piace assai questo tipo, vivo come non mi sento oggi io, frizzante come non so essere oggi io. Ci presentiamo, ma non ricordo il suo nome, forse si chiama Giulio.

Gli chiedo dove vanno e mi risponde che pedalano verso Leverano per visitare qualcosa, ma non capisco cosa.

Ci salutiamo e il forse-Giulio riparte con una bella ed energica pedalata. Io invece pigramente mi rimetto in auto, vado a prendere Nino, senza neanche prendere più il caffè, mi tengo l’amaro in bocca, nel cuore, dappertutto.

Quando Nino monta in auto, senza neanche veramente volerlo, guido verso Leverano, sono solo tre/quattro chilometri da noi. L’amico poeta mi fa notare che sono tre mesi che non ci vediamo, da quando l’avevo accompagnato ad acquistare una macchina fotografica digitale che non ha mai neanche acceso. Aspettava me perché gli mostrassi come si fa. Gli avevo promesso che lo avrei fatto e poi lo avevo un po’ dimenticato. L’ha portata dietro con sé. Scendiamo dall’auto.

A Leverano è tutto un tripudio di fiori che colorano le vie del centro storico, le cantine delle case, le chiesette, gli angoli delle corti. Ecco dove andavano difilati i Cicloamici, alla “festa dei fiori”. La festa ci viene incontro, proprio come l’occasione giusta per imparare ad usare una digitale. Qualche volta i paradossi si sciolgono. Allora è tutto un fotografare, un affacciarsi nelle chiese mai visitate, negli anfratti mai visti. Quante volte sarò venuto qui? Cento? Mille? Diecimila? Eppure non ho mai incontrato questo paesino. È   tanto piccolo questo Salento, deve essere piccolo se, uscendo da casa, incontri i Cicloamici che avevi conosciuto in rete, e tuttavia deve essere immenso se a soli tre chilometri da casa c’è tanta bellezza che ti è sempre sfuggita. Un paradosso emerge, e poi un altro si scioglie. Viaggiare forse non ha niente a che vedere con il movimento, è semplicemente stare, saper stare fermo, per prendere quanto ti viene incontro. Ecco, sembra strano a dirsi, eppure deve essere così.

Prendiamo finalmente il caffè. Paga Nino, ci tiene veramente a pagare lui, gli fa piacere e lo lascio fare, così ogni volta. Faccio un po’ di foto pure ai Cicloamici, qualcuno di loro mi guarda un po’ sospettoso. Fa nulla, vallo a spiegare che sono un quasi-cicloamico senza nessuna voglia di mettermi su una bicicletta per andare a Torre Lapillo o chissà dove. “Come hai detto? I ciclamini??” mi chiede Nino. Beh, comprensibile che abbia capito male quanto da me farfugliato, contornati come siamo da miliardi di fiori. “Cicloamici Nino, cicloa-m-i-c-i!” scandisco stavolta. Intanto continuo a fotografare artistiche composizioni floreali sparse per il centro storico, i fiori attorcigliati sui lampioni, negli angoli, nei cortili delle vecchie abitazioni, sulle scalinate, ed anche Nino prova a fotografare: “Non devi infilare l’occhio nello schermo, non è un obiettivo Nino!” Si deve liberare dell’automatismo del maneggiare una qualunque vecchia macchina fotografica che lo porta a ficcarsi col naso sulla digitale. Credo che presto ce la farà. Intanto s’è fatta ora, ce ne andiamo. Ci salutiamo, promettendoci di vederci molto presto.

L’amaro in bocca è ancora intenso, non ho fame, ma voglio andare a mangiare lo stesso. Sembra strano a dirlo, ma è così.

Ed è altrettanto strano continuare a ripetermi che non sono affatto innamorato di lei, perché l’avrei voluta accanto a me, sempre, da quando l’ho lasciata, ieri sera, e l’avrei voluta accanto a me prima, tra tutti quei fiori, ed ora, mentre scrivo, oggi, il giorno dopo la fine di un corso nel quale l’ho conosciuta, il giorno in cui mi accorgo che un altro sentiero della ragnatela è appena terminato. Sembra strano a dirlo, ma è così?

Diversity for Life. Ricostruire il paesaggio agrario salentino

di Antonio Bruno*

Le notizie servono, fanno accendere la curiosità. La curiosità di donne e uomini di una terra che, come un virus, contagia quelli con cui viene a contatto e determina azioni motivate dalla sete di sapere, di capire, per ottenere ciò che è più vicino possibile alla nostra natura.
Perché quella donna che andava in giro a raccogliere il cibo è presente e viva dentro di me e dentro di te che leggi. Il suo anelito alla ricerca di nuovi frutti, alla scoperta di nuovi sapori ed odori, è il mio stesso anelito, è il tuo

Sancta Maria de Tollemeto nella masseria Càmara in Collemeto

di Massimo Negro

Immaginate di vivere in una vecchia masseria nel Salento, circa quarant’anni fa. Una masseria con mura spesse, possenti. Anche quelle interne.
Immaginate di trovarvi in una stanza, non una stanza anonima perché la porta di ingresso lasciava pensare ad un’antica chiesetta, ma completamente spoglia con mura imbiancate a calce. In questa stanza una parete, ogni volta che vi appoggiavate, poggiavate qualcosa o battevate con il martello per un chiodo o altro, suonava come vuota.  Un suono strano, diverso rispetto a quello delle altre pareti spesse della masseria.
Finchè un bel giorno presi dalla curiosità, vi siete armati di attrezzi e avete deciso di buttar giù il muro per vedere cosa nascondesse quella parete.
Man mano che i mattoni venivano giù vi comparivano dinanzi colori, aureole, facce di Santi. Quando infine l’intera parete era stata abbattuta vi siete trovati dinanzi un’autentica meraviglia. La Camara.

La Camara è il nome di una masseria di Collemeto, frazione di Galatina, ormai inglobata nel centro abitato. La storia è pressa poco per come ve l’ho raccontata. Circa quarant’anni fa ci fu il ritrovamento dell’affresco che potete ammirare nelle foto.

ph Massimo Negro

 

La Camara rappresentava in antichità il cuore e il centro della zona dove ora sorge l’attuale Collemeto. La masseria ingloba la cappella di Santa Maria di Tollemeto detta anche Camara. Sul sito sono state scritte anche un paio di tesi ed è stata visitata più volte da studiosi non solo locali.

La cappella è privata , come la masseria che nel frattempo è stata suddivisa tra i figli di chi ritrovò casualmente gli affreschi.  Il proprietario è sempre disponibile ad aprire la masseria per far visitare la cappella.

Gli affreschi della Camara sono un gioiello ritrovato ma che si è fatto in tempo a perdere o quasi, se non si corre subito ai ripari.

 

Le foto del locale e dell’affresco sono visibili su http://www.youtube.com/watch?v=6Y9veElKWaQ

Libri/ Terra delle Noci. Occhi sbarrati e naso all’insù

Terra delle Noci. Occhi sbarrati e naso all’insù 

di Marcello Gaballo 

 

Così si è posto Sandro Montinaro visitando il centro storico di Noci, laboriosa cittadina della Murgia dei trulli, che lo ha tanto colpito da ispirargli un’agevole pubblicazione: Terra delle Noci, una passeggiata tra le strade, le gnostre e i monumenti del centro storico di Noci, edito in Calimera (Lecce) da Kurumuni nel dicembre 2009. 56 pagine, numerate fino

Lecce, il restauro delle porte d’ingresso nella basilica di S. Croce

di Rocco Boccadamo

 
(ph R. Boccadamo)

 

Lettera aperta al Presidente della Provincia di Lecce Antonio Gabellone, al Sindaco di Lecce Paolo Perrone e, per conoscenza, al Capogruppo PD al Comune di Lecce Antonio Rotundo.

 

Nello scorso gennaio ho lanciato alle SS.VV. – direttamente e anche attraverso la stampa – un vibrato e motivato appello per il restauro dei manufatti di legno relativi al portone centrale e alle due porte laterali esistenti sul frontespizio della basilica di S. Croce.

Pur essendoci state, da parte Vostra, pubbliche dichiarazioni di sensibilità e interesse rispetto al problema, a distanza di un trimestre non è successo alcunché di concreto.

Le anzidette strutture lignee sono, infatti, sempre lì, in condizioni vieppiù pietose, per non dire vergognose, quando, alla fin fine, gli interventi da compiere non richiedono una spesa di milioni, bensì di poche migliaia di euro.

Pertanto, mi permetto di rinnovare la sollecitazione, auspicando che si passi, al più presto, dalle parole/assicurazioni ai fatti e che gli infissi del gioiello artistico di che trattasi siano restaurati e ritornino ad uno stato decoroso, doverosamente consono alla grandiosità e alla bellezza del monumento.

Grazie.

Rocco Boccadamo

San Giorgio: il cavaliere che uccide il drago per salvare la bella principessa

di Stefano Tanisi

Melpignano, parrocchiale, facciata con altorilievo del Santo protettore (ph M. Gaballo)

 

San Giorgio fu un militare originario della Cappadocia (odierna Turchia) e nacque verso l’anno 280. Fu educato alla religione cristiana dalla madre all’insaputa del padre e divenne tribuno dell’armata militare dell’imperatore di Persia. Dopo aver donato tutti i suoi beni ai poveri confessò la sua fede davanti all’imperatore, che lo condannò ad atroci torture. Rinchiuso in carcere ebbe una visione del Signore che gli predisse che avrebbe subito sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre volte la resurrezione. Morì verso il 303 in Palestina.

Matino, centro storico, edicola con S. Giorgio (ph M. Gaballo)

 

Nota è la Leggenda Aurea, la quale narra che vicino alla città di Silene, in Libia, vi era un grande lago dove si nascondeva un drago che quando si avvicinava alla città uccideva col fiato tutti gli uomini che incontrava. I cittadini per placare l’ira della bestia gli offrivano ogni giorno due pecore, ma quando incominciarono a scarseggiare, una pecora e un giovane estratto a sorte. Fu così che toccò alla giovane principessa. Il re cercò di riscattarla ma non riuscì a evitagli il sacrificio. Allora la giovane si diresse piangente al lago. Ma ecco che si trovava a passare il cavaliere Giorgio e saputa la triste vicenda le disse: “Figlia mia, non temere perché io ti verrò in aiuto nel nome di Cristo”. Allora uscì il drago, ma il cavaliere non si spaventò: saltato a cavallo, vibrò con forza la lancia e ferì la bestia che cadde a terra. “Non avere più paura” gli disse Giorgio “e avvolgi la tua cintura al collo del drago!”. La fanciulla legò dunque l’animale e lo portò a guinzaglio fino in città. Gli abitanti si spaventarono, ma Giorgio gli rassicurò dicendogli “Non abbiate timore perché Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago. Abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro”. Allora il re e la popolazione si convertirono chiedendo al cavaliere di mantenere la promessa.

Proprio questo leggendario episodio del drago ha ispirato numerosi artisti nella rappresentazione del santo.

San Giorgio è patrono dei cavalieri, arcieri, soldati, degli scout e delle guide. Il suo nome è invocato contro la peste, la lebbra, i serpenti velenosi e la sifilide. La festa liturgica è il 23 aprile.

Melpignano, affresco di S. Giorgio (ph S. Tanisi)

 

San Giorgio si festeggia in diversi paesi del Salento: Melpignano, Matino, Bagnolo del Salento, Corigliano d’Otranto, Ortelle, Serrano, Sternatia, ecc.

Libri/ Nacquero contadini, morirono briganti

Sabato 24 aprile a Villa Castelli (Br) alle 19,00 sarà presentato il volume di Valentino Romano Nacquero contadini, morirono briganti, pubblicato dalla Capone Editore.

Introducono: Flavia Perrotti, docente di Lettere presso il Liceo Classico

Oltre la natura

di Antonio Bruno

Dalla scienza arrivano continuamente messaggi che ci suggeriscono di non commettere errori nella dieta di ogni giorno, di non sbagliare nel nutrirsi, di evitare di ingerire alimenti non prodotti seguendo le regole della natura, inoltre fare il contrario è scientificamente provato che sia tra le prime cause di molte patologie, forse commettere errori nella dieta di ogni giorno è la madre di tutte le malattie per dirla con un modo di porgere del mondo arabo.
Mangiare cibi sani è gratificante per il gusto, (vi è venuta l’acquolina in bocca vero?) ed è gratificante anche per la vista, infatti vedere un alimento presentato in modo bello e accattivante rappresenta un invito a nutrirsi gustando ciò che la terra ci ha donato grazie alla sua generosità.
Vi consiglio di guardare il cibo, di osservarlo quando ve lo trovate davanti a tavola. Osservare il colore di quell’alimento ci offre un’idea precisa di quali virtù sono racchiuse. E poi prevedete nella vostra giornata un tempo da dedicare ad una passeggiata in campagna, andate a raccogliere erbe spontanee perché ciò rappresenta un occasione per far tornare alla memoria antichi sapori e fare il pieno di sostanze benefiche.
L’amore per la terra crea cibi buoni e sani. Dino Casati, docente alla Facoltà di Agraria di Milano afferma che c’è abbondanza di cibi di ogni genere e provenienza, c’è la possibilità di scegliere fra di essi secondo esigenze e propensioni personali, ma nello stesso tempo c’è la sensazione diffusa che i cibi di un tempo fossero più gustosi e sani di quelli manipolati eccessivamente da una tecnica oscura. Inoltre il prof. Casati sostiene che questa sensazione debba essere indagata per capire da cosa è determinata.
E’ stato accertato che continuano a crescere di numero i consumatori disposti a pagare qualcosa in più (fino al 40% in più, nel caso degli ortaggi) pur di assicurarsi generi commestibili e naturali. E continua a crescere il numero degli agricoltori disposti a offrirglieli infatti l’Italia, ha oltre 200 Prodotti alimentari Dop (Denominazione di origine protetta) e Igp (Indicazione di origine del prodotto), oltre che due Stg (Specialità tradizionale garantite) che la mettono davanti a Francia e Spagna, ma che, soprattutto, significano un fatturato al consumo di 10 miliardi di euro, esportazioni pari a 2,3 miliardi e qualcosa come 98.200 aziende agricole oltre che 7600 strutture di trasformazione artigianali e industriali coinvolte.

Quando si parla di cibo effettivamente ci riferiamo alla natura e allo stesso tempo quando parliamo della natura noi Dottori Agronomi e Dottori Forestali non è che diciamo un frettoloso e deresponsabilizzante lasciamo fare alla natura, ma noi invece facciamo oltre la natura. Un po’ rifacendoci ai tre principi dell’agricoltura biodinamica dell’austriaco Rudolf Steiner che poi sono quelli di mantenere la fertilità della terra, rendere sane le piante in modo che possano resistere alle malattie ed ai parassiti, produrre alimenti di qualità più alta possibile.

Insomma si tratta di attivare la vita nella terra, la stessa che è ha nel suo ventre le sostanze derivate dall’attività dei lombrichi e dei microrganismi e che poi saranno assorbire dalle piante. Quella madre terra che accoglie, quasi respirandole dall’atmosfera, altre sostanze e che lo fa naturalmente, per metterle a disposizione della piante.
Noi Dottori Agronomi e Dottori Forestali assecondiamo l’autoregolazione che ci fa adattare alle condizioni esterne, ci fa ottenere l’equilibrio della natura quell’equilibrio che ci consente di resistere alle malattie.

Insomma quella proposta non è una coltivazione primitiva o del neolitico ma un sistema articolato ed efficiente che sfrutta ala massimo le risorse naturali contenute nel terreno e nell’ambiente e il bello è che questa impostazione permette di cercare di ricostruire un tessuto sociale legato al territorio e nello stesso tempo rappresenta la soluzione ideale per tutelare salute, ambiente e qualità della vita.
Questa disponibilità del consumatore a spendere di più per i prodotti sani e genuini rappresenta la cura all’andamento dei prezzi che, al consumo, sono rimasti pressoché fermi, mentre alla produzione sono mediamente scesi del 10%. Anche all’estero c’è per una forte tendenza a rivalutare il ruolo delle piccole produzioni diffuse sul territorio. In Georgia negli Usa nel 2004 c’erano solo 150 aziende che producevano prodotti biologici, oggi sono arrivate a 1.500. L’agricoltura italiana è l’agricoltura dei territori, la tipicità e il radicamento sono un patrimonio grandissimo che tutto il mondo ci invidia. Il Governo ha un ruolo strategico per tutelare e valorizzare questa ricchezza, per farsi valere in sede Ue e imporre il principio che una buona alimentazione parte solo da una buona agricoltura.

Le comunità rurali, dal 50% della manodopera impegnata sono passate al 3%, comunque vi è la consapevolezza in tutti gli strati della popolazione che nel mondo rurale c’è la possibilità di un contatto personalizzato, un inserimento nell’ambiente rurale fisico ed umano e una partecipazione alle attività, agli usi e ai modi di vita della comunità rurale. La dimensione pedagogica e culturale è importante infatti la maggior parte degli studi sociologici ha evidenziato che le persone attribuiscono una grande importanza ai valori e all’identità culturale locale. Questa identità è strettamente collegata al territorio che è paesaggio rurale.
Ecco perché concepire la questione alimentare come merce significa non capire lo stretto rapporto con la salute, l’ambiente, la storia, non si può mercificare tutto.

Ogni prodotto della terra è un pezzo di vita del territorio che l’ha prodotto, dentro ci sono i profumi, le storie, la cultura di un mondo che l’ha amorevolmente portato sulla tua tavola. Ogni alimento è un pezzo di vita delle persone che hanno collaborato affinché giunga sin sulla tua tavola. Il cibo vive e pulsa di emozioni, è nutrimento per il corpo e per la mente, è la proposta vera di una vita piena ed appagante.

Non possiamo affidare il nostro corpo e la nostra mente ad alimenti che sono stati ottenuti violentando la natura, forzandola a fare cose che non vuole e non puo’ fare. Dobbiamo tornare a raccogliere idealmente il cibo della nostra mensa affidandoci a chi lo prende senza strapparlo, a chi lo coltiva senza avvelenarlo, a chi lo vende senza sofisticarlo. Tutto questo può garantirlo il medico della terra, il Dottore Agronomo e il Dottore Forestale.

Bibliografia
Annamaria Capparelli La sfida si giocherà sulla crescita del territorio
Andrea Zaghi Campi Europei, partita riaperta
Luca Reteuna Bioequamente. Alla scoperta del cibo biologico
Paola Magni-Stefano Carnazzi Le pere di Pinocchio. 50 piccole cose da fare per una sana alimentazione
La Repubblica Salute del 25 novembre 1999
Attilio Attemi-Terry Tyzack Geni della discordia: comunicazione, leggende e interessi nelle biotech italiane
Rivista Politeia, novembre 1999
Angelo Massafra,Università di Bari. Dipartimento di scienze storiche e sociali,Italy.

Soprintendenza archivistica per la Puglia Il Mezzogiorno preunitario: economia, società e istituzioni

Nardò, 1607. Lavori nella chiesa di S. Francesco da Paola

di Marcello Gaballo

Il 30 aprile 1607 il conte di Mesagne don Ferdinando Beltrano, genero dei duchi Acquaviva, commissiona al mastro Angelo Spalletta una cappella con altare nella chiesa dei Paolotti, allora detta S. Maria di Costantinopoli o del Canneto extra et prope menia, per un compenso pattuito di 80 ducati.

Detto mastro si obbliga di fare detta cappella all’ altare maggiore di detta chiesa, conforme al desegno fatto per mastro monaco della terra di Copertino, quale è in potere di esso mastro Angelo, consignatoli da detto signor Conte, munito col segillo di esso signor Conte.

Sarà obbligato esso mastro Angelo di mettere tutta la monitione integra che ci vorrà per detta cappella cossì di liccese, come di tufi, calce et pietre et anche tutti l’ afici necessari a proprie spese di esso mastro Angelo.

Detto mastro si impegna a consegnarla finita entro la metà di settembre dello stesso anno, con la facoltà da parte del conte, qualora non fosse terminata entro tale termine, di nominare un altro mastro al posto dello Spalletta, che se ne farà carico delle spese.

Il contratto prevede altresì che le statue dei Santi da mettere in tale cappella, conformemente al disegno ed al progetto, saranno realizzate dal mastro Vespasiano di Gallipoli.

Riguardo al pagamento, il Conte versa subito 25 ducati, mentre la restante somma per arrivare agli 80 pattuiti verrà data fatigando pagando. Gli ultimi 20 ducati saranno consegnati a lavori ultimati et alla sua perfectione.

Un buon vino? Si cominci dalla cantina!

di Antonio Bruno*

Una delle raccomandazioni che i colleghi Dottori Agronomi del 1939, e tra questi il collega Palmieri, era quella di avere la massima cura nell’osservare nella cantina la più scrupolosa pulizia. Naturalmente il citato collega sottolineava che per ottenere questo risultato c’era la necessità per il viticoltore di fare delle piccole spese affinché la pulizia fosse garantita.

Il Palmieri riferisce che in certe cantine gli capitava di vedere oltre alle botti che contengono il vino e agli attrezzi enologici, diversi altri recipienti. Inoltre nei locali destinati alla cantina gli era capitato di vedere depositi di altra natura, tanto da trasformare la cantina in una vera e propria dispensa. In una delle sue visite in una di queste cantine del Salento leccese il collega Palmieri aveva potuto vedervi custodito ogni ben di Dio, l’olio, lo strutto, il salame, il formaggio, l’aceto e persino il petrolio, il concime ed anche il solfato di rame.

Come tutti possiamo immaginare questo tipo di comportamento costituiva allora e costituisce ancora oggi, laddove qualcuno lo praticasse, un gravissimo errore perchè il vino è un alimento liquido che con molta facilità contrae cattivi odori; ed è necessario perciò tenerlo, quanto più è possibile, lontano dalle sostanze che possano inquinarlo.

Ma la sostanza più pericolosa è l’aceto, che se tenuto in cantina, passerà lo spunto al vino proprio perchè gli acetobacter, ovvero i batteri responsabili dell’ossidazione dell’alcol in acido acetico, contenuto nell’aceto vengono disseminati nelle cantine da certi moscerini, che vengono appunto detti moscerini dell’aceto, che tutti conosciamo.

Nel 1939 era frequente vedere delle muffe che nelle cantine umide ricoprivano le pareti, le volte, il pavimento e anche le botti, diffondendo nell’ambiente quell’odore cosiddetto di muffa che è a tutti noto.

Per fare in modo di distruggere le muffe nelle cantine umide c’era allora un rimedio energico ed alla portata di tutti rappresentato dal fumo di zolfo. Ma c’era anche un altro mezzo efficace per impedire lo sviluppo di muffe nelle cantine che consiste nel fare una miscela formata da cento litri di latte di calce e cinque chili di solfato di rame e con questa imbiancare le pareti.

Naturalmente la soluzione più efficiente sarebbe quella di prendere tutte le misure necessarie per impedire di avere l’umidità nelle cantine rimuovendo direttamente le cause che la determinano.

Se dovessimo constatare, come nel 1935, che i vini dell’anno precedente seppure di gusto eccellente, di corpo robusto, di colore intenso e di sanità soddisfacente avessero una leggera tendenza ad imbrunire il colore e a formare anche un deposito quando venivano a contatto con l’aria cosa potremmo fare?

Intanto il collega Palmieri affermava che i vini andavano aiutati e sostenuti per poterli conservare fino alle vendite. Il consiglio principale per conservare il vino è quello di effettuare i travasi e le colmature. Un primo travaso è da eseguire nel dicembre e un secondo va eseguito a marzo. Questo travaso di marzo sarà tanto più urgente se il vino è ancora sulle fecce, che costituiscono il deposito più pericoloso essendo costituito in prevalenza da fermenti di facile decomposizione.

L’altro suggerimento del collega Palmieri era relativo a un saggio del comportamento del vino all’aria da farsi prima del travaso, questo saggio si fa prendendo il vino e mettendone due dita in un bicchiere e osservando per tre quattro giorni cosa accade nei vari tratti.

Constato che si abbia, che il vino non resiste al colore suo proprio ecco che il collega Palmieri suggerisce il rimedio facendo modesto uso dei composti solforosi ed esattamente metabisolfito di potassio in quantità di grammi 8 – 10 per ogni ettolitro di vino o solfito di calcio in quantità di grammi 15 per ogni ettolitro. Inoltre il collega Palmieri suggeriva di aggiungere simultaneamente 40 – 50 grammi per ettolitro di vino, di acido citrico che, oltre a ravvivare la tinta del vino, ne migliora il gusto.

Durante i travasi si deve evitare di sbattere inutilmente il vino all’aria e soprattutto che i vini siano poi travasati in botti ben pulite e solforate in maniera forte o leggera a seconda del bisogno.

La perfetta conservazione del vino dopo il travaso saranno assicurate dalle colmatuire ripetute una volta a settimana.

In questa situazione è interessante vedere cosa si diceva in una trasmissione radiofonica per gli agricoltori del 26 maggio 1935 riportata in un numero de “L’Agricoltura Salentina” su quello che oggi è invece uno dei capisaldi della viticoltura del Salento leccese ovvero l’imbottigliamento.

In quella trasmissione alla radio si sosteneva che i piccoli produttori, i proprietari di vigneti ed anche i modesti cantinieri, avevano un po’ tutti la mania dell’invecchiamento dei vini, e molto spesso si riscontrava che tali soggetti erano certi che qualunque vino si presti ad essere invecchiato. In quella trasmissione si affermava che era un bene per tutti che di sapesse che “l’onore della bottiglia” spetta solo a quei vini che hanno origine da uve di pregio che sono capaci di sviluppare particolari caratteri per effetto dell’invecchiamento.

Nella trasmissione si affermava che un vino da destinarsi alla bottiglia deve essere oggetto di cure particolari che devono attuarsi sin dalla vendemmia.

In primo luogo le uve devono essere raccolte quando raggiungono la perfetta maturazione, devono essere rigorosamente scelte, inoltre l’ammostatura deve farsi con il diraspamento; l’accortezza è da porsi nell’effettuare moderate aggiunte di metabisolfito, poi il torchiato non deve essere mescolato al mosto fiore, i travasi devono essere eseguiti sempre tempestivamente e non si debbono trascurare mai le colmature.

Il vino, sin dal primo momento, deve essere conservato in fusti di legno non troppo grandi e mai in recipienti di cemento armato.

Sempre in questa trasmissione radiofonica del 26 maggio 1935 si avvisa dell’errore che si fa in maniera frequente di imbottigliare i vini troppo presto e ciò comporta la presenza delle fecce in cui si trovano i microrganismi che sono la causa di gravi malattie del vino tra cui l’aceto, il girato e l’amaro.

Ecco che è del tutto evidente che per conservare il vino è necessario che questi microrganismi siano presenti in minima quantità e tale risultato è facilmente ottenibile se si ha la pazienza di attendere che il vino lasci la maggior parte di questi microrganismi nelle fecce delle botti.

Quindi il consiglio per ottenere un buon invecchiamento è togliere il vino dalle botti grandi dopo un anno e travasarlo in fusticini più piccoli sempre di legno. Durante l’invecchiamento che può avere la durata di uno come di tre anni, si deve travasare una volta l’anno ed era consigliabile praticare qualche chiarificazione con gelatina o con bianco d’uovo senza dimenticare di effettuare le colmature periodiche.

 

Symposium/ Riflessi metropolitani: liturgici, agiografici, paleografici nell’Italia Meridionale

Pontificio Istituto Orientale

Facoltà di Scienze Ecclesiastiche Orientali

martedì 18 Maggio 2010

 

Breve profilo degli artisti di Santa Croce in Lecce

Gabriele Riccardi (Lecce, 1524 – ?): architetto. Artista di formazione manierista, unisce il patrimonio culturale mediterraneo con i dettami delle idee gesuitiche. La sua architettura può rientrare nell’ambito dell’arte controriformata: a santa Croce inventa la soluzione della colonna inglobata.

Francesco Antonio Zimbalo (Lecce, 1567 – 1631 ca): architetto. A Lecce è la prima figura importante per la nuova decorazione barocca, interviene a santa Croce nei tre portali della facciata e per l’altare di san Francesco da Paola. È legato in larga misura alla cultura figurativa cinquecentesca avviando poi cadenze, motivi, stilemi e fantasie decorative che troveranno il loro più compiuto sviluppo nel barocco.

Giuseppe Zimbalo (Lecce, 1620? – 1710): architetto. Non è chiaro il rapporto di parentela con Francesco Antonio. È l’artista più importante del barocco a Lecce, è autore della facciata superiore di santa Croce che si pone come svolta per l’arte del XVII secolo in Puglia. Giuseppe Zimbalo unisce la tradizione culturale locale con le soluzioni di fantastica libertà, guardando all’arte iberica e agli esempi napoletani di Fanzago. Lavora nelle maggiori fabbriche del periodo e presto diventa l’architetto preferito dal vescovo Pappacoda. Suoi sono anche la facciata della chiesa del Rosario, la facciata del duomo e il suo campanile.

Cesare Penna (Lecce, 1607 – 1656): scultore. Lavora alla facciata superiore della basilica di santa Croce. Il suo modo di lavorare la pietra è quasi da ricamatore, egli riesce a creare figure e motivi ornamentali di grande sfarzo e potente effetto visivo.

 

queste brevi note sono estratte dal più ampio articolo su Santa Croce pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6 

Antonio Mele, in arte Melanton

di Cosimo Giannuzzi

Antonio Mele nasce a Galatina nel 1942. Oltre ad essere disegnatore, è anche scrittore e poeta.

Esordisce nell’arte dell’umorismo e della satira collaborando ad appena 17 anni con  un periodico satirico della sua città “La Civetta”, ma ben presto il suo talento lo porta a collaborare con numerosi giornali e riviste tra le quali “La Tribuna illustrata”, “Domenica quiz”, “Hurrà Juventus”, “Marc’Aurelio”, “Il Travaso”,  “La Repubblica”, “Il Corriere Canadese”, “Il Quotidiano di Lecce”, “Il Carabiniere”.  In quest’ultime tre testate pubblica i “Giochi dell’oca”.

Ha scritto numerosi libri di satira ed umorismo ed ha curato molti cataloghi delle mostre a tema, organizzate nel Museo Internazionale della Caricatura di Tolentino (Macerata)  di cui è sin dal 1991, Direttore artistico. Fra queste mostre l’omaggio nel 1994 a F. Fellini con il catalogo  Fellini umorista, dedicata ai disegni del regista. Altre pubblicazioni sono state:  La civiltà del sorriso, Giunti, Firenze 2001;  Sorridendo nei secoli: I Carabinieri nell’umorismo Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma 2003;  Sorridendo con la Benemerita: i carabinieri nell’umorismo, TorGraf, Galatina 2004. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti in sede nazionale ed internazionale.

Nel 1997 è stato insignito dalla Targa del Presidente della Repubblica Italiana per i suoi meriti culturali nel campo della satira e dell’umorismo.  La sua attività vignettistica dal 2006 è divenuta stabile nella rivista mensile dell’Arma dei Carabinieri “Il Carabiniere”.

Nel 2008, il Comune di Maglie gli ha dedicato una mostra antologica  denominata “Sorrido ergo sum”.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°5

Frugando tra i ricordi

di Rocco Boccadamo

Nato nel lontano 1941, i miei primi ricordi risalgono, più o meno, a quando avevo tre anni. All’epoca, nelle famiglie del Salento, era in vigore la tradizione di preparare il corredo per le figlie femmine un po’ alla volta, nel corso di lunghe stagioni di paziente e faticosa tessitura a mano.

Per approvvigionarsi  della principale materia prima, vale a dire il filato di cotone, la gente del mio paese ricorreva ad un venditore ambulante, in gergo “cuttunaro”, il quale girava attraverso i vari centri abitati a bordo di un calesse trainato da un cavallo bianco e carico di “ballette” – grossi gomitoli – giustappunto di cotone.

disegno di grafica di Vitale Mariano

 

Il bravo commerciante era solito annunciare la sua presenza e richiamare l’attenzione della potenziale clientela suonando una trombetta d’ottone luccicante, con cadenzato, prolungato e accentuato rigonfiamento delle gote, una smorfia facciale che restava in me impressa assai più che il resto della scena.

Allora, i bambini non venivano alla luce nelle cliniche o in ospedale come adesso, ma direttamente nelle case dei genitori, nel lettone: le partorienti si avvalevano solo dell’assistenza della levatrice e dell’aiuto delle altre donne, già mamme, della famiglia.

Così accadde nel 1944 per la nascita di mia sorella.

La mattina successiva a tale lieto evento, la nonna e le zie, con le quali ero rimasto a dormire per l’occasione, mi condussero a salutare mia madre e a conoscere la nuova arrivata.

Fu per me un attimo davvero importante sollevare il lenzuolo sulla piccola culla di legno e scorgere il visetto della neonata: un faccino particolarmente paffuto e rubicondo, al punto da farmi esclamare fra la meravigliata ilarità dei presenti :”Ma  questa bimba assomiglia proprio ad una “cuttunara” (accezione dialettale al femminile di venditore di cotone)!”

Evidentemente, l’immagine del venditore con tromba, sul calesse tirato dal cavallo bianco, si stagliava dominante nella mia infantile memoria.

Vinsalenty ovvero la risposta Mediterranea al Vinitaly

di Antonio Bruno

 

Meglio un contadino laureato che un avvocato disoccupato è il titolo del libro di Andrea Prato, avvocato ma assessore all’Agricoltura della Regione Sardegna. L’avvocato racconta dei 1.700 chilometri di ippovie, itinerari percorribili a cavallo o in bicicletta, che dagli aeroporti raggiungono il centro dell’isola nota a tutti come Sardegna e mettono in mostra le risorse ambientali, storiche e culturali della regione. Ogni 12 chilometri circa c’è una stazione di posta, gestita da un’azienda agricola, dove degustare e acquistare solo i prodotti tipici del posto.

L’agricoltura come l’abbiamo conosciuta fino a oggi non può più resistere. Deve scommettere sulla multifunzionalità: oltre che produrre e commercializzare materie prime, deve sapersi sposare con il turismo, con le tradizioni, con le energie rinnovabili.

Noi Dottori Agronomi del Salento leccese lo diciamo agli imprenditori agricoli che hanno più di 65 anni e che di tutto questo dramma della disoccupazione non hanno nessuna preoccupazione. Ogni 10 imprenditori ultra 65enni del Salento leccese ce n’è uno di 35 anni.

Caro Assessore Prato penso che nessuno dei 230.000 imprenditori ultra 65enni della Puglia acquisterà il tuo libro e i restanti 20.000 che hanno dai 35 ai 65 speriamo che il libro lo leggano, che lo vengano a sapere da qualcuno perchè in effetti è in quella visione dell’imprenditoria agricola che c’è la risposta a tutte le domande.

E pure noi abbiamo il Vinitaly del Salento come dire, abbiamo il Vinisalenty dal 01 al 04 luglio 2010, nella splendida cornice barocca del Grande Salento in Lecce, con il patrocinio del comune di Lecce. L’’expo internazionale “salone del gusto e del vino mediterraneo 2010” si terrà nell’area ex Carlo Pranzo e sarà dedicato alla promozione ed esposizione dei prodotti vinicoli ed agroalimentari dell’area mediterranea. Ha l’obiettivo di proporre oltre ad un evento straordinario, una sinergia tra i grandi produttori ed i buyers internazionali. Vi sarà un calendario ricco di incontri, dibattiti, degustazioni enogastronomiche, conferenze e la prima edizione del concorso enologico internazionale “PRIMUS MEDITERRANEO” dove si assegneranno riconoscimenti alle migliori categorie di vini ed a tutte le aziende partecipanti.

Il vino è prodotto da ultra 65enni e commercializzato da aziende che non so quanti anni abbiano in media gli imprenditori viti – vinicoli ma so con certezza che non stanno con le mani in mano. In estate fanno la Notte Bianca del Vino quella che una volta era la notte dei falò sulla spiaggia e che oggi è Calici di Stelle. Le strade del vino e l’iniziativa Cantine Aperte e tanto altro per promuovere un prodotto che viene venduto solo con il territorio e con la storia del nostro territorio.

 

La chiesa di Santa Marina di Stigliano

di Sandro Montinaro

 

Percorrendo da Lecce la SS 16 in direzione Maglie, uscita Soleto subito dopo Martano, sulla strada provinciale per Otranto, incontriamo due graziosi centri abitati: Carpignano Salentino e Serrano.

A circa 3 chilometri da Serrano, in aperta campagna, sui resti dell’antico feudo di Stigliano, sorge la piccola chiesetta dedicata a Santa Marina costruita nel 1762 per volontà del barone Domenico Salzedo insieme all’adiacente complesso architettonico.

La chiesetta sorge come d’incanto in un bel paesaggio tra il verde dei secolari ulivi, racchiuso ad Oriente da un ameno boschetto e dall’azzurra linea dell’Adriatico.

Gli uliveti prolungano il loro intenso verde striato d’argento quasi fino al mare, a un passo dal quale le paludi della zona lacustre di Arimane (l’odierna Alimini) che, ancora fino agli inizi del XX secolo, emanavano malarici miasmi.

La chiesa, a croce greca, presenta tre altari. Quello maggiore conserva nella nicchia tonda l’immagine bizantina della titolare.

Al di sotto della costruzione del Salzedo è situata una cripta rupestre con una serie di affreschi, alcuni dei quali difficilmente recuperabili, oggi ormai completamente invasa dai rovi.

La tradizione orale narra che Stigliano era un paese sorto nel periodo bizantino. Quando sia stato distrutto il casale eventualmente esistito non lo sappiamo, può anche darsi che il centro sia stato abbattuto durante una delle varie scorrerie saracene. Proprio per sfuggire ai continui pericoli gli stiglianesi avrebbero riparato sulla collina fondando Serrano.

A favore dell’ipotesi di una continuità storica tra Stigliano e Serrano ci sono vari elementi: ad esempio nella Serrano del passato troviamo il culto di Santi già presenti a Stigliano; inoltre bisogna ricordare che gli abitanti di Serrano, ieri come oggi, hanno sempre considerato Stigliano come una “cosa” loro.

Verso la fine del XIV secolo, il feudo di Stigliano per un periodo abbastanza lungo appartenne ai Lubelli. Successivamente andò ai Tolomei i quali poi nel 1575 lo vendettero al barone Nicolò Personè di Carpignano; nel 1580 insieme con Castrignano dei Greci il feudo fu di Filippo Prato. Nel 1643 essendo i Prato in debito con la famiglia Marchese furono costretti a vendergli la loro proprietà. Stigliano con il casale di Castrignano passò in seguito ai Maresgallo, ai Prototico e ai Gualtieri. Da questi ultimi infine, intorno al 1749, il barone Salzedo di Otranto comprò il feudo ormai disabitato.

La zona circostante la chiesa di Santa Maria di Stigliano è costellata da numerose masserie, disseminate, del resto, nell’intero territorio: Masseria Calavaggi, Masseria Torre Pinta, Masseria Culaozza, Masseria Ciomma, Masseria Mancinella. Presso quest’ultima troviamo le tajate ossia le cave da cui si estraeva la pietra tufacea per usi edilizi.

Santa Marina di Stigliano, dunque, rappresenta uno dei tanti luoghi presenti su tutto il territorio salentino. Semplici e misteriosi rappresentano quegli ancestrali luoghi di culto eretti quasi a celebrare un incontro con il Dio che è in ogni luogo ma che è soprattutto lì dove la natura, nel trionfo di bellezza e di dolcezza, apre l’anima all’incontro con il soprannaturale. A siffatte gioie spirituali l’anima è preparata dalla frequentazione delle bellezze insite nei luoghi che circondano le chiese rupestri: una campagna serena sotto un cielo che è l’immagine stessa del Paradiso, una distesa di terra immersa nel severo silenzio degli ulivi, dove di tanto in tanto sale dalle sommesse voci degli esseri viventi, animali o piante, il “cantico delle creature”.

 

Bibliografia di riferimento:

EMILIO BANDIERA – VINCENZO PELUSO, Guida di Carpignano e Serrano. Testimonianze del passato nella Grecia salentina, Mario Congedo Editore, collana “Guide verdi”, 2008.

CARLA CALÒ – SANDRO MONTINARO, L’uomo: tomoli di terra, pietre di memoria. Paesaggio agrario e società a Carpignano Salentino e a Martano nel ‘700, presentazione di Anna Trono [Biblioteca di Cultura Pugliese, serie seconda, 163], Martina Franca (Ta), Mario Congedo Editore, 2006.

EMILO BANDIERA, Carpigano Salentino. Centro, frazione, casali, Capone Editore, Cavallino 1980.

COSIMO DE GIORGI, La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Mario Congedo Editore, Galatina 1975.

Ruffano, festività della Madonna del Latte

 

di Stefano Tanisi

Situata sulla collina della Serra -a 170 metri sul livello del mare- è la piccola chiesa rurale della Madonna della Serra o comunemente detta Madonna del Latte di Ruffano. La cappella sin dal XII secolo ha visto sostare i numerosi pellegrini diretti verso la “perdonanza” di Leuca.

La domenica seguente la Pasqua la chiesa riapre per festeggiare la titolare, la Vergine del Latte. Grande è la devozione delle donne verso questa Madonna: fino a pochi decenni fa le donne -in gestazione o che avevano appena partorito- percorrevano il sagrato e la navata della chiesa in ginocchio, fino ad arrivare al cinquecentesco affresco della Madonna che allatta il Bambino (la Vergine Galaktotrophusa – che nutre col latte), per chiedere la grazia di avere abbondante latte per il nutrimento dei propri piccoli.

Nei primi del ‘900 il pittore mandurino Giovanni Stano (1871-1945) realizza il dipinto omonimo per l’altare maggiore, mentre verso gli anni ‘30 del secolo scorso è stata realizzata la statua in cartapesta che le donne portano in processione per le strade di campagna intorno alla chiesa.

Bibliografia

– A. de Bernart, L’antica chiesa di Mater Domini a Ruffano. Storia, culto, tradizione, Ruffano 2008

– A. de Bernart – M. Cazzato, S. Maria della Serra a Ruffano, Galatina, 1994

– S. Tanisi, Giovanni Stano. A Santa Chiara il grande dipinto dei Quattro Santi, in “L’Ora del Salento”, settimanale, Anno XIX, Numero 28, 5 settembre 2009

La qualità del vino all’ombra dell’alberello


di Antonio Bruno*

Una volta nel Salento leccese dire vigneto significava dire Alberello Pugliese che è con molta probabilità il sistema di allevamento della vite più antico.
Anche se la pianta della vite ha una crescita considerevole adottando il sistema ad alberello si costringe la pianta ad avere una minore vegetazione in maniera tale da poter vivere anche nelle condizioni climatiche poco favorevoli del nostro Salento sfruttando in modo ottimale le limitate risorse idriche, in condizioni di siccità, o la limitata fertilità dei terreni .

Uno dei massimi luminari della vitivinicoltura mondiale, il professor Mario Fregoni, lo ha sempre detto e scritto: salvare l’alberello pugliese equivale a tenere in piedi la viticoltura di qualità e sempre lo studioso in un occasione aveva bacchettato gli attori delle decisioni del territorio affermando che nessuno s’era accorto che la “Puglia aveva un cadavere: l’alberello”. L’alberello l’avete visto? No? E allora se vedete un tronco mai più alto di un metro, con le piante distanti tra di loro un metro e mezzo con un sistema che vede le piante come il cinque della faccia di una dado, ovvero il sistema a quinconce, bene siete di fronte a una vite che è oggi è rarissima perché è allevata ad alberello.

La pianta viene allevata a vaso, con il tronco che può essere alto dai 20 centimetri sino a un metro, alla sommità del quale possiamo vedere due o tre branche che ogni anno vengono potate lasciando da una tre gemme con un tipo di potatura definita corta.
Adesso le distese infinite di alberello non si vedono più. Sono pochi che continuano a coltivarlo e tra questi l’Azienda agricola Attanasio che ha cominciato un percorso di coltivazione che prevede l’inerbimento del vigneto con la semina del favino da sovescio permettendo di non utilizzare i fertilizzanti chimici azotati. L’obiettivo della pratica del sovescio è l’apporto di materia organica al terreno e quello di fornire gli elementi nutritivi in maniera naturale.
Inoltre questo imprenditore ritiene essenziale trattare le viti con prodotti rameici solo se necessario e prima della pioggia. Ed ecco che sempre questo imprenditore adottando la cimatura manuale favorisce lo sviluppo di una folta parete fogliare, che è la condizione necessaria per ottenere grappoli maturi e ricchi di zuccheri.
Tanto tempo fa ogni famiglia di agricoltori possedeva il palmento con i capasoni, e dopo le lavorazioni ogni famiglia otteneva il suo Primitivo. I vigneti erano allevati esclusivamente ad alberello e le vinificazioni garantivano piena naturalità.
Negli anni ‘60 sorsero le cantine sociali, con costi di produzione sensibilmente più bassi dei piccoli palmenti familiari che decretarono la chiusura delle vecchie modalità di produzione.

I vigneti ad alberello sono oggi quasi scomparsi, lasciando spazio a sistemi e a varietà alloctone più “facili” e produttive. Chi coltiva oggi gli alberelli è una mosca bianca: si scontra con una modalità poco produttiva e difficile da coltivare ma molto generosa nel conferire qualità alle uve, frutto e struttura al vino. Salvaguardare l’alberello pugliese è la condizione necessaria per fare qualità.

L’alberello coccolato, conservato e promosso da un uomo che da ragazzo partiva con la bicicletta da casa per arrivare alla stazione del suo paese, aspettava l’arrivo del treno e insieme agli altri ragazzi e ragazze ci saliva sopra trascorrendo il viaggio a parlare del futuro che per lui era fatto di di grappoli d’uva e di vino. Giunto alla stazione di Lecce prendeva un’altra bicicletta che lo doveva portare verso l’Antica Rudiae, nella valle che ospita l’Istituto Tecnico Agrario Giovanni Presta. Un uomo che nella 44a edizione del Vinitaly, il Salone internazionale dei vini e dei distillati, in corso di
svolgimento a Verona. è stato insignito della Gran Medaglia Casagrande per la Viticoltura italiana 2010. Un uomo simbolo per ogni Dottore Agronomo, un esempio da imitare per chiunque desideri affacciarsi nel fantastico mondo dell’ambiente che è Paesaggio Agrario: un uomo, un enologo Angelo Maci, presidente delle Cantine Due Palme di Cellino San Marco (Br).
L’enologo salentino ha ricevuto questa prestigiosa onorificenza, a dimostrazione del grande lavoro svolto per la valorizzazione del patrimonio vitivinicolo, soprattutto per l’impegno profuso nel tutelare e valorizzarlo e, in particolar modo, l’alberello pugliese anche con l’opera che sta svolgendo l’Accademia dell’alberello pugliese, che da lui fondata ha stretto attorno a sé tutti i rappresentanti istituzionali e scientifici dell’intera Puglia.

I sindaci dei Comuni delle principali DOC salentine, il presidente della Provincia di Lecce e ricercatori universitari hanno sancito un importante documento, utile a tutelare e valorizzare un patrimonio in via d’estinzione.
L’enologo Angelo Maci che è realista affermando che in Australia sono sufficienti appena 50 ore di lavoro meccanizzato per gestire un ettaro di vigneto, mentre nei nostri territori sono necessarie anche mille ore di lavoro. Questo dato di fatto però fa riflettere il Presidente Maci su che tipo di concorrenti abbiamo in ambito mondiale. Ma il Presidente Angelo Maci è lo stesso che ha l’orgoglio e la consapevolezza di essere convinto che il nostro punto di forza è, e deve continuare ad essere, la qualità, lo stretto legame tra il nostro vino ed il territorio, la storia e la cultura della nostra terra. In controtendenza anche con la Storia e con un altro enologo, Giuseppe Turco, che il 4 gennaio 1969 scriveva che aveva la consapevolezza della opinione diffusa di allora che si dovesse rinforzare l’alberello in difficoltà potando a una sola gemma. Giuseppe Turco riportò dati sperimentali secondo cui le viti non potate avevano prodotto 22,7 chili di uva; la vite potata lunga aveva prodotto 16,6 chili di uva; la vite speronata a 2 – 3 gemme aveva prodotto 11,1 chili di uva ed infine la vite speronata a 1 gemma aveva prodotto 2,8 chili di uva. Nell’articolo l’enologo Turco affermava che l’alberello aveva fatto il suo tempo e che andava sostituito. Gli Anni ’70 che avevano una visione “AUSTRALIANA” dell’agricoltura sempre invidiosa dell’industria e della sua efficienza attraverso l’uso delle macchine.

L’alberello a seconda dei terreni ha una densità d’impianto che va da 3.000 ad un massimo di 8.000 ceppi per ettaro. E i conti sono presto fatti se presupponiamo di ottenere un prodotto DOC a cui la Cantina Due Palme l’anno scorso ha riconosciuto 65 Euro al quintale il reddito lordo per ettaro da un allevamento di viti ad alberello va da un minimo di 22.000 euro a 3.000 ceppi per ettaro, ad un massimo di 57.000 euro se si hanno 8.000 ceppi per ettaro. Il confronto con la Tabella dei Redditi Lordi Standard (per ettaro di superficie coltivata e per capo allevato) della Regione Sardegna che per un ettaro di Vigneto per uva da vino di qualità prevede un reddito lordo per ettari di euro 2.223,86 lascia senza parole.

Infine una bella ricerca di due colleghi Dottori Agronomi. Si tratta di Marco Simonit e Pierpaolo Sirch due Dottori Agronomi “preparatori d’uva” che hanno recuperato un antico sistema di potature, che previene le malattie del legno e allunga il ciclo di vita della vite, applicandolo alla viticoltura moderna.
L’approccio è individuale, fatto di interventi mirati pianta per pianta, con potature sul legno giovane e con il risultato di rendere produttivo un vigneto per almeno 50 anni.
Dalle sperimentazioni dei due colleghi friulani, condotte a partire dal 1988, è emerso infatti che il segreto della longevità della vite dipende in particolare da una potatura corretta, che non provochi ferite sulle porzioni vitali della pianta.

Queste sperimentazioni hanno confermato che il sistema di coltivazione ad alberello, tipico dell’area mediterranea è particolarmente longevo grazie a potature sul legno giovane, fino ai 2 anni di età.
*Dottore Agronomo

Bibliografia
Preparatori d’uva – e mail: preparatoriuva@preparatoriuva.it, cell. Marco Simonit 348.8555647 Il ritorno dell’antico metodo della potatura “soffice” dei vigneti
Francesca Mosele, La biodinamica non è un’utopia
Alfredo Tocchini, Il modo di fare viticoltura
Rolando Mucciarelli, La coltivazione della vite
Azienda Agricola Giuseppe Attanasio http://www.primitivo-attanasio.com/index.html
T. N., Fiat lux, nasce l’Accademia dell’alberello pugliese http://www.teatronaturale.it/articolo/8688.html
Giuseppe Turco, La potatura del vigneto ad alberello
Tabella dei Redditi Lordi Standard (per ettaro di superficie coltivata e per capo allevato) della Regione Sardegna
http://www.regionesardegna.it/documenti/1_19_20060929095438.pdf

Tito Schipa (1889-1965). L’amico e l’artista

di Giuseppe A. Pastore

Tito Schipa nacque a Lecce il 27 dicembre 1888 e fu registrato negli elenchi anagrafici il 2 gennaio 1889 con il nome di Raffaele Attilio Amedeo. Studiò nella città natale con il maestro di canto e pianoforte Alceste Gerunda e si perfezionò a Milano con Emilio Piccolo, che lo introdusse negli ambienti chic e influenti del capoluogo lombardo. Debuttò al Facchinetti di Vercelli il 4 febbraio 1909 in Traviata, quindi si esibì a Selenico, in Dalmazia, a Savona e a Crema, dove ebbe un contratto per l’intera stagione (Zazà di Leoncavallo e Adriana Lecouvreur di Cilea). La medesima impresa lo scritturò per la stagione al Politeama di Lecce, qui riproponendosi in altre occasioni in Mefistofele e Rigoletto. Nel 1911 fu al Quirino di Roma in Don Pasquale, Werther, Zazà e Barbiere, quindi a Buenos

Santa Croce in Lecce. L’ordine prigioniero e la colonna inglobata. L’interno della basilica

di Teodoro De Cesare

Nella parte inferiore della facciata ci si accorge di un altro elemento architettonico e decorativo che viene definito colonna inglobata. Questa colonna è posta sul fianco della facciata e fa parte, quindi, della fase progettuale di Gabriele Riccardi. Questo tipo di colonna può essere ricondotto al simbolismo dei volumi, cioè alla forma pura della colonna cilindrica (assimilabile alla perfezione celeste del cerchio) contenuto all’interno del pilastro (assimilabile al movimento del cubo, simbolo della terra). La successione di cornici ovali può far pensare sia alla serie di figurazioni romaniche entro riquadri circolari sia alle cornici circolari od ovali che appaiono negli altari del Rosario. Gli ovali inseriti sul fusto del pilastro possono far pensare anche ai circoli come moduli sovrapposti dai teorici sul disegno degli ordini architettonici .

La colonna inglobata non è un caso isolato a Lecce, oltre a che sulla facciata di santa Croce essa è presente, sempre come colonna-pilastro angolare, in un altro monumento cittadino: il cosiddetto Sedile, in piazza sant’Oronzo, e in questo caso si tratta non di un edificio religioso ma di una struttura di civile, probabilmente un antico comando militare. Si accennerà poi brevemente alle ipotesi che sono state avanzate riguardo alla simbologia sottesa alla colonna inglobata . L’inserimento della colonna inglobata nella facciata di Santa Croce, dunque, non è un episodio isolato ma ha riferimenti precedenti nei grandi studi e progetti rinascimentali. Questo dimostra che l’autore della facciata inferiore, Gabriele Riccardi, è un architetto ancora molto vicino alla pratica costruttiva cinquecentesca.

L’interno

Lo spazio interno è organizzato in tre navate che si caratterizzano per un accentuato verticalismo. Inizialmente la basilica era a cinque navate, due delle quali vennero utilizzate per la costruzione delle cappelle nel Settecento. Le due navate laterali sono sormontate da volte a crociera con festoni rettilinei, mentre quella centrale è chiusa superiormente da un soffitto ligneo a cassettoni dorati di forma esagonale, al centro del quale è incassato un dipinto della Trinità, sormontato dagli stemmi di san Pietro Celestino e dell’ordine dei celestini. La navata centrale contiene sedici colonne marmoree che arrivano fino al transetto, riccamente decorato da cordonature di melagrane, cespi d’acanto e spettacolari fioriture in pietra. Tra il transetto e la navata centrale si alza la cupola decorata con festoni di foglie d’acanto, angioletti e motivi floreali. Le sedici colonne hanno il fusto liscio con pulvini piumati e capitelli in stile corinzio, arricchiti dai volti dei 12 apostoli, mentre i capitelli delle colonne binate del transetto sono caratterizzati dai simboli degli Evangelisti.

Nel presbiterio si può ammirare l’abside polilobata e costolonata. Lungo le navate si aprono sette profonde cappelle per lato, al cui interno si trovano splendidi altari riccamente decorati. Un monumento importante di questa chiesa è l’altare con le storie di san Francesco da Paola, nel transetto sinistro, realizzato da Francesco Antonio Zimbalo tra il 1614 e il 1615. A questo si affianca l’altare della Croce, commissionato nel 1637 dalla famiglia Foscarini a Cesare Penna: qui la cosa più interessante da notare è la loggetta balaustrata alla sommità dell’altare che richiama la loggia con balaustra della facciata. Sono due altari significativi non solo per la loro ricchezza compositiva e decorativa, ma perché offrono l’opportunità di evidenziare il parallelismo tra altari barocchi e facciate. In pratica così come gli altari sono elementi e opere a sé stanti applicati alla parete interna della chiesa, così le facciate nelle chiese barocche sembrano dei giganteschi altari aggiunti a edifici precedentemente costruiti.

È proprio questa caratteristica di apparato effimero che rende unica la facciata di santa Croce, facendocela percepire come una continua e quotidiana festa religiosa. L’ornato e la decorazione ricca, con i loro messaggi, investono l’osservatore e rendono all’opera architettonica una netta frontalità. Ciò è molto diverso dall’effetto del classico rinascimentale; al contrario del barocco romano, che articola edifici e luoghi urbani immettendo lo spettatore in un percorso più complesso; invece la facciata leccese non cerca di includere lo spazio antistante.

Nel 1646 il barocco Leccese è ancora all’inizio, ma la facciata di Santa Croce fornisce già ampie porzioni di repertorio e di elementi che si svilupperanno in altri edifici anche più consapevolmente barocchi. Santa Croce resta un crocevia di storia, arte e cultura su cui tutto si ferma e da cui tutto riparte per la definizione di questa particolare tipologia di barocco .

 

L’articolo è stato pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°6.

Gli allarmi aerei e la corsa nel buio a Monticelli

di Rocco Boccadamo

Durante la seconda guerra mondiale, il Salento, forse perché privo di obiettivi o insediamenti militari di particolare rilevanza, rimase per fortuna indenne da attacchi aerei e correlate operazioni di bombardamento.

Pur tuttavia, di tanto in tanto, specialmente nella fase conclusiva del conflitto, formazioni di velivoli si trovavano a sorvolarne il territorio, magari per semplice coincidenza con la rotta degli spostamenti da una base all’altra o delle missioni dirette ad obiettivi situati in aree più lontane.

All’epoca, lo scrivente, bimbetto di 3-4 anni, viveva, in seno alla famiglia, nel paese natio verso il sud della provincia.

Nel piccolo centro, non esistevano, ovviamente, veri e propri dispositivi d’allarme, né rifugi appositamente attrezzati per il caso di attacchi dall’alto. In ogni modo, funzionava ugualmente – chissà su quali basi o sistemi – un misterioso tamtam che si spargeva a macchia d’olio fra la popolazione e anticipava l’avvicinamento delle squadriglie volanti.

Le voci e/o grida “Gli apparecchi, gli apparecchi!” si diffondevano in un battibaleno.

Al che – si verificava soprattutto nella tarda serata o di notte – ricordo che arrivavano di corsa a casa i nonni e gli zii, abitanti nelle vicinanze, per aiutare a prendere in braccio o per mano  pargoli e bambini e, in gruppo, si abbandonava la dimora e la zona abitata illuminata da fioche lampadine, portandosi di buona lena nel non lontano appezzamento agricolo di Monticelli, su cui insisteva anche un piccolo fabbricato rurale completamente immerso nel buio.

Di lì a poco, puntualmente, sia attraverso il rombo che andava accentuandosi, sia grazie alle luci verdi e rosse che lampeggiavano lassù, si scorgeva il transito degli aeroplani che, meno male, proseguivano oltre senza lasciare alcuna traccia.

In breve volgere di tempo, il pericolo si considerava rientrato, anche se, ormai guastato il normale ciclo del sonno, comunemente ci si tratteneva in campagna, attendendo il sorgere del sole per far rientro fra le mura domestiche.

Le gustose bocche di dama salentine

antico e delicato dolce salentino che richiama le più celebri “minne di Sant’Agata” siciliane, quasi certamente realizzate in occasione della festività isolana della santa. La loro forma convessa, a cupola, sormontata da mezza ciliegia candita, è chiaro richiamo alla forma anatomica dell’organo strappato alla martire. Rispetto al dolce siculo è però assai più semplice, meno zuccherato, composto da pasta tipo “savoiardo” o pan di spagna farcito con crema pasticcera e bagnato con liquore tipo Strega. La parte superiore è ricoperta da glassa bianca di zucchero.

Come conferma Marilisa Morrone il dolce è simile alle paste alla crema calabresi, dette anche paste di forisi, in cui la forma è oblunga anzichè circolare, fatte di un sofficissimo pan di spagna, anche queste farcite con  crema e ricoperte di glassa con la ciliegina sopra.
In Abruzzo dolci molto simili vengono chiamati sise delle monache.

Il Cristo deposto nella chiesa del Carmine in Nardò

 

di Marcello Gaballo

Tra le opere pittoriche conservate nella chiesa del Carmine di Nardò, già chiesa conventuale carmelitana poi parrocchia, di gran rilievo è senz’altro la tela della Pietà o del Cristo deposto sorretto da angeli finora attribuita al copertinese  Gianserio Strafella, collocata sul secondo altare della navatella destra. Di cm. 152×205 non è ad olio, ma una tempera grassa su tela, come emerso dall’ultimo restauro del 1999 eseguito da Francesca Romana Melodia.

Nonostante sia stato ridotto rispetto alle dimensioni originarie ed il pigmento abbia perduto di consistenza materica a causa di una precedente violenta pulitura, il dipinto è un’opera davvero importante del cinquecento salentino e tra le più belle esistenti in città.
Continuando a ritenerla opera del copertinese, come ancora sostiene la critica, lo Strafella nasce attorno al 1520 da Pietro e Maria Mollone, ed è documentato dal 1546 grazie alle pale d’altare presenti in alcuni centri di Terra d’Otranto. Restano incertezze sulla data di morte dell’artista, da collocarsi tra la fine del 1573 e il 1577, e pochi sono ancora gli studi finora condotti, se si eccettuano quelli più noti di Nicola Vacca, ripresi da Giovanni Greco.

Una delle prime opere sembra sia stata la Trinità, un olio su tavola autografo conservato in Santa Croce a Lecce, ma il capoluogo può vantare un’altra pittura al medesimo attribuita, La Vergine col bambino e i santi Michele e Caterina d’Alessandria nella chiesa di S. Francesco da Paola, del 1564.
Sua è pure la Madonna in Gloria, un tempo nella chiesetta di S. Maria di

Santa Croce in Lecce (III parte)

di Teodoro De Cesare

Il rosone centrale è l’elemento che colpisce di più l’occhio: si dipana da esso una specie di movimento e di giochi visivi che hanno il carattere della festa e della gioia. Nel giro più interno ci sono dodici cherubini che corrisponderebbero al motivo dei dodici raggi, frequente nei rosoni delle cattedrali medievali e simbolo di Cristo-Sole; nei due giri più esterni si vedono i ventiquattro melograni cristologici e i ventiquattro cherubini.

La parte superiore della facciata di santa Croce è il trionfo della fantasia decorativa, presenta alcuni elementi iconografici ricorrenti come le fiamme e i leoni, simboli della fede, il pellicano che nutre i suoi piccoli (nel capitello a sinistra del rosone) e i melograni, simboli della passione di Cristo. È possibile riconoscere anche un riferimento alla tecnica grafica della miniatura nel particolare dei volti infrascati e, soprattutto, nelle lettere sostenute da angioletti che compaiono, intrecciate e poco leggibili, nel fregio .

Questa ricca e sfavillante decorazione rappresenta un barocco applicato a una struttura parietale preesistente, concepita in maniera più sobria nel Cinquecento seguendo delle regole di architettura manierista e controriformata.

Nella sua arditezza artistica, bellezza e finezza tecnica la facciata di santa Croce appare una costruzione provvisoria, leggera, simile alle costruzioni in cartapesta che in Italia, almeno dal Quattrocento, sono legate agli apparati provvisori o simile alla fase provvisoria del bozzetto, dello studio preparatorio, del modello che raramente viene conservato . Non a caso dal Settecento a Lecce si forma una grande tradizione di maestri cartapestai che è viva e fiorente ancora oggi.

(continua…)

 

L’articolo è stato pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°6.

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