Il Labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì

Poesia visiva. Il Labirinto metrico del magliese Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827)

 

di Cosimo Giannuzzi

 

Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827) fu un sacerdote ed insegnante di matematica nei seminari ecclesiastici di Otranto e Gallipoli. Maglie, suo paese di nascita, ha eluso per più di un secolo l’obbligo morale di mostrargli riconoscenza, pur essendo il Macrì di gran lunga più meritevole di considerazione dei tanti suoi detrattori ai quali nel tempo sono state intitolate strade, piazze, opere pubbliche.

Quando era in vita, godette della stima di alcuni fra i più autorevoli intellettuali del Salento come S. Panareo, B. Ravenna, L. Maggiulli. Quest’ultimo ne raccolse gli scritti e ne curò la biografia, pubblicata nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto. O. P. Macrì è stato il primo ad interrogarsi sull’origine di Maglie credendo, a torto o a ragione, di riconoscerla attraverso l’interpretazione del toponimo.
Ma al di là della bontà delle riflessioni e congetture riguardanti la sua produzione letteraria e filosofica, nella quale palesa una vasta erudizione, il suo merito sta nell’aver saputo utilizzare le conoscenze eclettiche, acquisite già da giovane, nella costruzione di una poesia iconica che chiama Labirinto metrico (ha 21 anni quando la compone in lingua latina, dedicandola al suo precettore).
L’importanza di questa opera sta nel fatto che egli si serve della scrittura calligrafica per costruire, con un andamento circolare, percorsi complessi. La scrittura che si coniuga con l’immagine si colloca in una tradizione, quella del carme figurato, che arriva fino alla moderna poesia visiva. Egli si avvale inoltre di figure metriche per la costruzione del componimento poetico, i cui versi mostrano uno schema ritmico fissato figurativamente da undici cerchi concentrici, alcuni dei quali intervallati da interruzioni.
Tra le figure grafiche che possono dar luogo ad un labirinto grafico, secondo H. Kern, vi sono i cerchi concentrici. Essi, scrive Kern,
“possono essere trasformati in labirinti solo quando a un certo punto ogni cerchio viene aperto per consentire l’accesso a un altro cerchio e quando il percorso lungo una corsia circolare viene interrotto mediante barriere (assi, semiassi) in modo che il visitatore sia costretto a seguire il movimento pendolare del labirinto e quindi a percorrere l’intero spazio interno”.
È questo il modello adottato da Macrì nella costruzione del suo labirinto. Si tratta di un artificio letterario, perché si serve dell’arte combinatoria per la costruzione di un testo che deve dar vita ad un calligramma, una forma espressiva che troverebbe oggi posto nella cosiddetta letteratura potenziale, la cui essenza sta nel giocare con la parola esplorandone le possibilità combinatorie.
Questo tipo di produzione letteraria che si serve del gioco combinatorio per costruire testi, non è però nota a molti lettori e studiosi. Bisogna attendere le ricerche di padre Giovanni Pozzi negli anni ’80 del secolo scorso per avere notizia della vasta produzione di questi testi che hanno nel pensiero combinatorio la loro spiegazione, un pensiero che ha le sue radici nei tecnopaegna del V sec. a.C. e che si avvale nel tempo dei contributi di numerosi letterati illustri. Quando il percorso è rappresentato da un componimento poetico i cui versi sono disposti secondo un ordine di lettura e di combinazione fra le strofe allora abbiamo un Labirinto metrico.
Il più antico labirinto metrico conosciuto è quello di Luis Nunes Tinoco, autore portoghese del ‘600, composto in onore della regina Maria Sofia Isabella. Esso consente una infinità di combinazioni nella lettura dando luogo ad una infinità di testi. In questo stesso periodo le forme combinatorie e ludiche raggiungono l’apice con l’opera Metametrica di Juan Caramuel y Lobkowitz (1606-1682) nella quale vengono descritte numerose figure metriche e artifici poetici. Ma è la metafora del Labirinto che assume nelle sue composizioni un ruolo saliente. Si serve dell’intreccio dei percorsi per mostrare come discipline diverse possano stabilire relazioni reciproche tanto da far ipotizzare che è sufficiente conoscere un elemento di una disciplina per arrivare a comprenderle tutte.
Ma il labirinto di Macrì ha in comune con quello del Tinoco solo la denominazione di metrico; semmai presenta una qualche affinità con il labirinto calligrafico spiraliforme dello scrittore tedesco Johann Neudorffer il Vecchio (1497-1563) denominato Labirinto di scrittura.
Neanche in terra pugliese i calligrafi che seguiranno le orme di Caramuel come il canonico Giacinto Gimma (1668 – 1735) e il suo prolifico amico Padre Gio. Battista Notarangelo, entrambi baresi, costruiranno labirinti metametrici che possono essere comparabili con quello di Macrì, soprattutto per quel che concerne l’utilizzo di un importante elemento ludico, la trasposizione delle lettere (anagramma) su cui poggia tutto l’impianto della scrittura di Macrì e l’esito finale dell’immagine ottenuta.
Lo studioso magliese evidentemente era a conoscenza di queste produzioni quando costruì il suo artificio letterario, ma se ne distaccò nella realizzazione. È la produzione di questi artifici letterari un fatto significativo, perché testimonia la circolazione di idee sofisticate e comunque non comuni, anche in un territorio periferico come il Salento.
Si potrebbe catalogarlo nei divertissement (filo conduttore del testo è come è stato detto, l’anagramma); ma per quanto possa apparire faceto, è in realtà, per chi sa guardare le cose con acume, un testo che costringe a misurarsi con problemi e modelli concettuali riguardanti il rapporto tra il testo e l’immagine. Se fosse stato prodotto oggi, avremmo visto in esso un’espressione artistica il cui senso è dato dalla dinamicità della forma, dal movimento reso tale dal susseguirsi delle parole che sembrano condurci ad un segreto.
In realtà Macrì ci ha fornito un pretesto per entrare in un luogo nel quale la scrittura che lo costituisce non ha regole se non quelle di essere coerente alla sua natura, che è quella di mostrare la complessità di un percorso come può esserlo quello interiore. In effetti il contenuto del testo è essenzialmente una visione onirica che si avvale di figure mitologiche probabilmente per accentuarne l’enigmaticità. Ma quale sia il senso complessivo della rappresentazione è per ora oscuro.
copertina del volume sul Macrì

 

Alla luce di quanto detto appare sconcertante l’atteggiamento dei suoi concittadini che non hanno ritenuto ancora meritevole di rivalutazione una figura così rilevante nella storia culturale del Salento.

 

  

pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n° 3

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