Santa Croce in Lecce (II parte)

 

di Teodoro De Cesare

Tra il 1549 e il 1646 l’arte italiana cambia radicalmente: la fase del Manierismo è alla sua conclusione, Firenze perde la sua egemonia artistica a favore di Roma che, a sua volta nel corso del XVII secolo, accoglierà artisti da tutta la penisola e dall’estero; si susseguono, quindi, classicismo, naturalismo e barocco. Questa situazione ha i suoi riverberi anche a Lecce dove i ritardi dei modelli romani si uniscono a una forte tradizione culturale presente in loco. Si può affermare che il barocco leccese, che si vede nella facciata di santa Croce e che si rileverà in altre architetture della città, prende forma tra la seconda metà del Cinquecento e la fine del Settecento.

 

Il quadro storico nel quale si inserisce questo fenomeno artistico è quello della Controriforma e della nascita degli ordini religiosi riformati, un contesto che riguarda processi economici e culturali particolari a cui danno il loro contributo personalità politiche e artistiche diverse e dirompenti. I cambiamenti non sono semplicemente artistici ed estetici, ma si inseriscono in un insieme di idee che coinvolgono anche trasformazioni urbanistiche.

Quello di Lecce è un complesso di palazzi, ville e residenze nobiliari, chiese, conventi, scuole religiose, edifici assistenziali che testimoniano il rango politico attribuito alla città al di là dell’infelice quadro economico che gli storici delineano sulle vicende della Terra d’Otranto tra il Sei e il Settecento . Si può affermare che la facciata di santa Croce sia concepita come un grandioso altare e rappresenti un continuo rimando tra esterno ed interno, piccolo e grande, che è l’ossatura del significato dell’architettura barocca leccese. In qualche modo la facciata, come l’altare, in questo caso rappresenta una sovrastruttura decorativa su una parete preesistente e che, nel caso specifico della basilica di santa Croce, deve essere indagata anche per i suoi rimandi simbolici e figurativi. Un Barocco di facciata?

La conclusione della parte inferiore del prospetto della chiesa, come da iscrizione, risale al 1582. I tre portali sarebbero stati eseguiti su progetto di Francesco Antonio Zimbalo tra il 1606 e il 1607; prima della loro costruzione dovevano comunque esistere, sotto qualche altra forma, poiché corrispondono agli ingressi nelle tre navate. È molto probabile, allora, che una primitiva forma di portali possano essere di mano di Gabriele Riccardi, autore della parte inferiore della facciata. In particolare, il portale centrale si caratterizza per avere quattro colonne, abbinate a coppie, ed è plausibile che sia proprio questa l’aggiunta dello Zimbalo. Le coppie di colonne terminano con piedistalli ruotati di 45°: questa soluzione si può vedere all’interno della chiesa anche nell’altare di san Francesco di Paola, realizzato proprio da Francesco Antonio Zimbalo nel 1614. L’ordine ruotato di 45° non è qui isolato, lo si ritrova nella teoria architettonica del manierismo italiano .

Di Riccardi, forse, resta nel portale il motivo delle lesene a “foglie d’acqua” come si evince dal confronto con le foglie d’acanto poste sopra ai capitelli della navata di santa Croce. […] In questa porzione del prospetto entra in campo una terza figura di artista e scultore, Cesare Penna che la conclude entro il 1646. Questa data è riportata in un cartiglio retto da due figure di leoni e sancisce la consacrazione della chiesa.

La balaustra è sorretta da telamoni e figure zoomorfe alternati e che affondano le loro radici culturali in un passato lontano. Il riferimento è ai bestiari medievali, che nel Salento non è inusuale, e lega temi profani e religiosi: l’esempio più significativo è il mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto, eseguito fra il 1163 e il 1165. In Santa Croce il tema potrebbe anche essere quello della Croce vittoriosa sui miti e sulla superbia dei pagani: «L’allusione si evidenzia nella serie dei tredici telamoni che fanno da mensola alla loggia del secondo piano: è, ingrandita nella magniloquenza barocca, l’antica simbologia dei leoni stilofori, che alludono alla bestialità e al male soggiogati: troviamo infatti tra le tredici mensole il leone, ma anche il grifone, l’aquila, il drago, immagini di orgoglio e di mostruosità, nonché la lupa romana, (…) Ercole con la pelle di leone, figure di legionari, di negri, di musulmani, pagani o infedeli antichi e moderni, con provabilissimo, anzi certo, riferimento ai pirati del Mediterraneo, i famigerati turchi sgominati di recente (…) nella battaglia di Lepanto» .

(continua…)

L’articolo è stato pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°6. Verrà riproposto su Spigolature Salentina in più fasi.

I parte: http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/03/30/santa-croce-in-lecce-emblema-del-barocco/

1587. Ricostruzione di un tratto delle mura di Nardò

di Marcello Gaballo

Il 16 marzo 1587 i sindaci Domizio Boncore ed Antonio Manieri, rispettivamente dei Nobili e del Popolo, concordano con i mastri Tommaso Rizzo, Carlo e Marco Antonio Bruno la ricostruzione da parte di essi della cortina muraria della città dovè la torre del cantone de li paraporti di Santa Lucia verso l’ ecclesia della Carità, in pratica le mura un tempo poste sull’ attuale Via Grassi, a ragione di grane tridici la canna e di grane vintinove li quatrelli dolati, inclusi li pezzi de li cordoni. I mastri devono pure sterrare, scarrare et annettare le pedamenta, quale fabrica ha da essere opra netta fora la facciata di palmi sei a bascio et che venga a finire di palmi quattro sopra e per quanto remanerà con li cordoni, conforme all’ altre principiate nove, quale fabbrica ha d’ essere perfetta.

L’ università dovrà fornire ai mastri solamente la calce, i “quatrielli” e le pietre, mentre essi si preoccuperanno di ponerci tutti afici necessari, maestranza, manipoli e tutte altre cose necessarie.

Otto giorni dopo, con atto dello stesso notaio Cornelio Tollemeto, l’ università stipula un’ altra convenzione col mastro Cornelio Carrieri di Montescaglioso per la ricostruzione del tratto di muraglia sull’ attuale Corso Galliano, vicino alla strada che porta al convento di S. Chiara, visto che era “cascata”.

Un ulteriore tratto di mura verrà commissionato il 13 aprile dello stesso anno ai mastri suddetti, Rizzo e Carrieri, nella zona del fossato del castello.

Santa Croce in Lecce, emblema del barocco

di Teodoro De Cesare

Santa Croce è il monumento simbolo del barocco leccese, è l’edificio che incarna lo spirito artistico dell’architettura nel Salento. La chiesa è famosa per la decorazione ricca e sfarzosa della sua facciata, in particolar modo nella parte superiore.

Non è una chiesa barocca edificata ex novo, essa è stata infatti edificata in epoche precedenti. Si pensa che la sua origine possa risalire addirittura al XIV secolo: i gigli intorno al rosone centrale dovrebbero rappresentare i gigli donati dalla corona di Francia alla popolazione e alla prosperità dei celestini. Quei gigli, dunque, sarebbero un richiamo alla prima fondazione, all’epoca in cui Gualtieri VI di Brienne era conte di Lecce, il quale richiese al vescovo, per conto dei padri celestini, di lasciar ad essi una chiesa di proprietà del vescovo stesso. Il conte volle che la chiesa fosse intitolata a “Santa Maria Annuntiata” e a “San Leonardo confessore”, ma poiché la chiesa era già conosciuta con il nome di Santa Croce, a livello popolare rimase questa titolazione . Gualtieri morì nel 1356 e i lavori furono interrotti; i documenti scarseggiano su una possibile prosecuzione del’opera.

È certo che la chiesa fu nuovamente sottoposta a lavori di costruzione a partire dal 1549 su sollecitazione dei padri celestini. Qui comincia la storia della chiesa che arriverà agli anni della conclusione barocca nella facciata. La ricostruzione della chiesa di santa Croce, dunque, ebbe luogo a partire dal 1549 grazie all’architetto Gabriele Riccardi che ne predispose il progetto. Egli creò la struttura della basilica e compì anche la parte inferiore della facciata, di equilibrio classico e con richiami all’architettura romanica nella cornice ad archetti ciechi. La parete è divisa da sei colonne con capitelli zoomorfi ed è sormontata da un fregio di ispirazione classica. Nel 1606, per opera di Francesco Antonio Zimbalo, si aggiunsero una sorta di protiro a colonne binate su plinti e i due portali laterali. La parte superiore fu eseguita da Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo intorno al 1646. Essa si poggia su una balconata sostenuta da cariatidi zoomorfe o simboliche, la balaustra è composta da 13 putti recanti emblemi. Il grande rosone centrale risente della tradizione romanica ed è circondato da una ricchissima cornice; quattro colonne hanno una decorazione fantasiosa; a queste si affianca il fregio, le cui lettere infrascate caratterizzano il nome dell’abate committente, don Matteo Napolitano ; due colonne sorreggono le statue di san Pietro Celestino e san Benedetto. Tutto è unito da una resa plastica di sfrenata fantasia e libertà inventiva, senza per questo risultare troppo ridondante ed eccessivamente abbondante, infatti la struttura risulta, nella sua ricchezza, semplice e chiara. Questa leggerezza nella ricchezza è dovuta sicuramente alla pietra leccese, facile da lavorare, di un colore chiaro che rende vivace la composizione. Queste brevi notizie ci fanno comprendere che solo la vicenda costruttiva della facciata occupa uno spazio temporale di circa cento anni.

 

(continua…)

L’articolo è stato pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°6. Verrà riproposto su Spigolature Salentina in più fasi.

La chiesa di S. Antonio da Padova in Nardò

di Donato Giancarlo De Pascalis

 

Le origini sulla fondazione della chiesa e del convento di S. Antonio da Padova sono strettamente connesse con le vicende della comunità ebraica della città, insediatasi in Nardò fin dall’XI secolo d.C.

Gli Ebrei esercitavano in Nardò l’attività conciaria della lavorazione delle pelli, nonché quello del prestito e dell’usura, e risiedevano nella Giudecca, localizzata all’interno del Pittagio San Paolo, sin quando nel 1495, a causa delle agitazioni antisemite, furono costretti a fuggire ed a riparare nella vicina Gallipoli. L’abbandonata Sinagoga neritina fu affidata all’ordine conventuale dei Francescani Osservanti per essere trasformata in complesso conventuale. Il convento e la chiesa furono edificati ex novo sotto l’auspicio del nuovo duca di Nardò, Belisario Acquaviva, la cui politica a favore della regola francescana era strettamente in linea con quella dei re aragonesi.

Mostra sulle Seicentine di Giuseppe Battista da Grottaglie

di Cosimo Luccarelli

Nelle sale adiacenti all’ingresso della Casa natale di San Francesco de
Geronimo in Via Spirito Santo(le vecchie  scalelle)- Centro Storico
Grottaglie – una Mostra sulle “Seicentine” del poeta grottagliese
Giuseppe  Battista
.
A Giuseppe Battista, poeta barocco, di cui ricorre il quarto centenario
della nascita, è dedicata una mostra bibliografica che raccoglie testi
pregiati in originale risalenti al 1600 e in anastatica oltre ad alcuni
libri di autori che hanno scritto e antologizzato le opere di Giuseppe
Battista. L’iniziativa è organizzata dal Centro Studi e Ricerche
Francesco Grisi e dai Padri Gesuiti di Grottaglie. Si tratta di una mostra
originale che pone in essere un preciso percorso che è quello non solo definito già nelle ricerche strutturate nel Progetto del Centro Studi “Francesco  Grisi” ma si enuclea in un modello di partecipazione sia dal punto di vista di una metodologia educativa che in una proposta rivolta alla conoscenza del poeta e della poesia del Seicento.

All’inaugurazione della mostra, fissata per Martedì 30 marzo 2010 – ore 19.00,  nelle sale adiacenti all’ingresso della casa natale del Santo Gesuita, via Santo Spirito 54 (stradina che costeggia il Santuario), interverranno Padre Salvatore Discepolo S.I. , Arcangelo Fornaro, Roberto Burano, Ciro De Roma, don Cosimo Occhibianco. La testimonianza critico – letteraria è affidata a Pierfranco Bruni mentre i lavori saranno coordinati dal giornalista della Rai Salvatore Catapano.

La mostra ha lo scopo, appunto” di “mostrare” visivamente i libri del
Battista in un itinerario di bibliografia ragionata con lo scopo di avvicinare il
pubblico a prendere contatto con il materiale.

Alcune seicentine, oltre a illustrarsi con il loro reale valore, definiscono la struttura del testo poetico, con la loro forma e la loro legatura, adottato dall’editoria “battistiana”. Importante la collaborazione, in questo senso, tra il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e i Padri Gesuiti di Grottaglie, le
cui sinergie non solo hanno permesso questa manifestazione ma sancisce
l’avvio per ulteriori attività culturali. Una mostra, questa di Grottaglie, che
legge il percorso editoriale di Giuseppe Battista (1610 – 1675)
attraverso alcuni originali, le “seicentine”, che penetrano il tessuto editoriale di un Seicento che si racconta non attraverso una visione ideologica ma grazie ad una interpretazione estetica dentro la quale Giuseppe Battista
costituisce un riferimento non solo per il barocco italiano ma per il barocco tra Spagna e Francia. Nel corso della serata si potranno ascoltare musiche barocche con particolari illustrazioni di filmati oltre a trasmettere il video
realizzato dal Centro Studi “Francesco Grisi” dedicato completamente a Giuseppe Battista e il Barocco, andato in onda su RAI UNO.  In allegato la
locandina che vale come invito.

Si ringrazia la Biblioteca Comunale di Tuglie per questa ed altre segnalazioni.

1605. Una società a fini commerciali

di Marcello Gaballo

Tra gli atti del notaio neritino Nociglia del 1605 il barone di Serrano Napoli de Prezzo da Dipignano (Cosenza), ma residente in Nardò, e l’ artigiano Marco Serenico compaiono innanzi al notaio per stipulare un accordo, articolato in più punti, che prevede l’ istituzione di una vera e propria società di persone, detta per l’ appunto, dal notaio, “societas”.

Napoli de Prezzo dichiara di mettere a disposizione, per la sua parte, cinquecento monete di suoi propri denari, mentre l’ altro, Marco Serenico, la sua persona et il magazeno, posto nella città di Nardò, per tenere et vendere la marcanzia de tavole et legname.

Un personale ricordo correlato alla Liberazione del 1945

di Rocco Boccadamo

24 marzo 1944 – 24 marzo 2010. Non una semplice scansione temporale combaciata, ma la rievocazione della terribile strage delle Fosse Ardeatine, consumatasi a Roma per opera degli occupanti nazisti con la folle motivazione di rappresaglia, spietata rappresaglia.

Come sempre, nella ricorrenza, si è svolta sul luogo una solenne celebrazione alla presenza del Capo dello Stato. Il sacrificio di quelle centinaia di vite umane innocenti, si può considerare come un grande offertorio morale e civile alla liberazione dell’Italia che arrivò a realizzarsi

1576. Armi e munizioni per la città di Nardò

NOTE DI STORIA CITTADINA. LA SANTABARBARA DELLA CITTÀ DI NARDÒ NEL 1576

 

di Marcello Gaballo

In un atto notarile conservato presso l’ Archivio di Stato di Lecce, rogato dal notaio Tollemeto in data 3 aprile 1576, si riporta dettagliatamente la consistenza degli armamenti e delle munizioni a disposizione della città di Nardò  in tale anno, che mi è piaciuto proporre all’ attenzione del lettore non altro per la singolarità dell’ argomento, a parte la curiosità che può destare.

In presenza del Magnificus Giovan Bernardino Macedo, Sindaco dei Nobili, di Giovanni Manieri, Sindaco del Popolo, del Magnificus Gio. Tommaso Pisinati, auditore dei Nobili, di Angelo Manieri e Matteo Sellenico, auditori del Popolo, del Magnificus Lupantonio Sambiasi, Cornelio Cantone e Gio. Tommaso Manieri, ordinati dei Nobili, di Girolamo Burdo, Antonio Manieri, Tommaso Musachio, Bernorio Gaballone e Pietro Falconieri, ordinati del Popolo, ed in presenza degli ispettori regii (“gispani regis“) Antonio de Morales, Francesco Vasquez e Matteo Palmi, si redige l’ elenco delle armi e munizioni che vengono consegnate da questi ultimi ai primi:

– un “sacro” (1) di bronzo del peso di cantare sette e rotoli (2) settanta; “tira balle” (moschetto) del peso di libbre (3) sei circa, con lo stemma di Sua Maestà in rilievo;

– un altro “sacro” simile con lo stemma di Sua Maestà del peso di cantare otto e rotoli cinque;

– un “falconetto” (4) di bronzo del peso di cantare due e rotoli settantaquattro; “tira balle” del peso di libbre due circa;

– un altro “falconetto” di bronzo simile del peso di cantare due e rotoli settantasei; “tira palla” del peso di libbre due circa;

-un altro simile del peso di cantare due e rotoli ottantuno; “tira palla” del peso di libbre due circa;

 un altro “falconetto” di bronzo simile del peso di cantare due e rotoli settantadue; “tira palla” del peso di libbre due circa;

 un altro “falconetto” più piccolo di bronzo del peso di cantare una e rotoli sessanta; “tira palla” del peso di libbre una circa;

sette paia di “rote di artilliaria fra piccole e grandi, ferrate” (5);

– sette “assi di dette rote con i di loro siculi”;

– sette “cascie di detti pezzi fra piccole e grandi, ferrate”; ad una mancano due maniglie ed alcuni “chiovetti”;

– sette “cucchiare” di rame con le rispettive aste;

– dieci “resultatori”;

– sette “scrufuli” con le rispettive sette aste;

– duecento palle di ferro del peso di libbre sei circa ognuna;

– trecento palle di ferro del peso di libbre due circa ognuna;

– altre cento palle di ferro del peso di libbre una.

Per tali armamenti i rappresentanti della città pagano mille ducati al predetto Magnifico Matteo Palmi, in presenza dei testimoni Orfeo Manfredi, giudice regio, dei Magnifici Gio. Donato de Castelli e Domizio di Sambasilio, di Scipione Bonvino, tutti cittadini di Nardò.

(1) è il sagro, sorta di cannoncino molto simile al falconetto indicato alla nota 4.

(2) un rotolo nel regno di Napoli corrispondeva agli attuali 891 grammi.

(3) antica unità di misura corrispondente a 12 once. La libbra del regno di Napoli corrispondeva agli attuali 320 grammi.

(4) il più piccolo tra i cannoni che portava palle di ferro del peso di 5 o 6 libbre. Un altro cannoncino era la “bombarda”, indicata per i tiri curvi, che però non è menzionata nel documento.

(5) tali ruote sostenevano e spostavano il falconetto o il sagro.

Il castello di Fulcignano a Galatone

di Giuseppe Resta

“…Intentio vero nostra est manifestare ea quae sunt, sicut sunt…”

L’imponderabile può essere di segno positivo o negativo. Lo sappiamo bene noi “umani” che spesso confidiamo nella “fortuna” per avere successo e felicità nella vita, o imprechiamo la “sfortuna” quando gli avvenimenti  non succedono a nostro vantaggio. Ma ci sono casi in cui la “fortuna” pare abbandonare anche le “cose”. Si dovrebbe pensare, se la razionalità non lo inibisse, che sia proprio frutto della sfortuna l’amara sorte del Castello di Fulcignano: possente maniero da prima abbandonato da una popolazione in fuga, poi, nonostante sopravvissuto per almeno 600 anni alle ingiurie del tempo e della natura, – per dirla col Galateo Antonio De Ferrariis “Ne han fatto crollare le costruzioni il tempo e il contadino, che ogni traccia dell’antichità distrugge”  –  oggi negletto dagli uomini che da anni non

1581. Accordi per la sorveglianza del territorio di Nardò

di Marcello Gaballo

Nel 1581 Marco Antonio Bello di Galatone ed Annibale Causularo, residente a Nardò, stipulano una convenzione con il sindaco dei Nobili dell’ epoca, Filippo Sambiasi, ed il sindaco del popolo Girolamo Burdo per il servizio della scorta a cavallo in la marina di detta città per un anno continuo, dal 15 ottobre in poi.

In primis si conclude che se i due guardiani omettessero di saltare un turno di giorno o di notte, come prevedeva l’ ordine regio, i sindaci avrebbero potuto nominare al loro posto “dui altre persone a cavallo per fare detta scorta”, a loro spese.

Il compenso pattuito è di quattro ducati ciascuno per ogni mese.

L’ anno successivo gli stessi Sindaci stipulano un’ altra convenzione con Camillo Gaballo e Paolo Russo alias Calabrese, entrambi di Nardò, i quali si impegnano a guardare et custodire tutto il territorio di detta città di Nardò per dui miglia intorno alla città a patto che non si faccia danno alcuno alle seminate et possessioni fruttifere et soi cittadini o abitanti, pena il pagamento da parte degli stessi guardiani a eventuali danni causati.

Dalla custodia sono escluse le masserie del territorio, tanto che se i due si renderanno conto di danni a tali strutture, non abbiano obblighi di denuncia al proprietario delle stesse.

Il compenso pattuito è di 7 ducati ognuno per ciascun mese di guardiania, a cominciare dall’ 11 gennaio e per un anno.

Libri/ I Melissanesi nella seconda guerra mondiale

Storia e memoria di una Comunità: i melissanesi nella seconda guerra mondiale, di Fernando Scozzi, a c. della Pro Loco di Melissano, pp.84, 113 foto b/n, Grafiche Giotto, Melissano 2009.

Giuliano Giunchi. Un amico perduto…

Nel pomeriggio di oggi, 12 marzo 2010, ci ha lasciati l’amico Giuliano.

Trovare parole per esprimere la sua poliedricità, la cultura, l’amore per la scrittura, è difficilissimo. Lo ricordiamo con commozione anche per il sostegno dimostratoci  e l’incoraggiamento offerto nel continuare a redigere la nostra Rivista. Grazie Giuliano!

Giuliano Giunchi nasce a Bagnacavallo (RA) l’8 luglio 1944. Trascorsa l’infanzia a Ravenna si sposta a Forlì, dove segue l’intero corso di studi diplomandosi Perito Chimico Industriale. Dopo essere diventato gommologo per caso, girovaga per trent’anni nei laboratori di ricerca (di base e applicata) di mezza Padania. Avendo infine raggiunto il, per lui, congeniale stato di pensionato si ritira a Piovera (AL), comune piccolissimo ma sagacemente amministrato. Qui si dedica ai suoi hobby preferiti: letteratura odeporica, scrittura demenziale, statistica e giochi di parole. Nel 2001 ha pubblicato un romanzo, Finale di partita, il cui protagonista gioca a scacchi come l’Autore, cioè malissimo.

Il mistero dei segni: divagazioni in margine a una svista

di Giuliano Giunchi

Devo la lettura de “Il mistero dei segni” alla gentilezza di uno degli autori, il Dottor Marcello Gaballo, che mi ha fatto omaggio di una copia. È un libro affascinante, veramente ammirevole sia per i contenuti che per la veste grafica, e anche per l’accuratezza dato che non vi ho trovato neanche un errore di stampa. (Da quando, a 15 anni, ho guadagnato i miei primi soldi correggendo le bozze di un testo del mio professore di chimica, il mio cervello si è scisso in due, per cui mentre una parte segue il contenuto di quello che leggo l’altra va a caccia di refusi. Quindi se dico che non ho trovato refusi, al 99% vuol dire che non ce ne sono). È chiaro che su una base di così uniforme nitore e perfezione un eventuale errore spiccherebbe

Noterelle di metereologia salentina

di Marcello Gaballo

 

Le grandi piogge di questo periodo, inusuali per la stagione e per i nostri luoghi (ma ricordate che in altri anni avevamo già cominciato a fare il bagno al mare?), dal nostro popolo erano considerate una vera manna dal cielo.

L’acqua avrebbe giovato alle piante del grano in piena maturazione, agli ortaggi, agli ulivi, oltre a riempire le cisterne e rifornire le falde da cui attingere l’acqua tramite i pozzi.

Accadevano raramente e per questi graditi eventi il nostro popolo pensò di coniare due bellissimi proverbi, che propongo in vernacolo e con la traduzione più vicina in lingua italiana:

‘ale cchiù ‘n’acqua ti marzu e ddoi ti ‘bbrile cca ‘na carrozza cu totte li tire
(vale tanto una pioggia in marzo e ancor più due in aprile, più del valore di una carrozza con tutti i suoi armamenti).

Ci ‘uei cu bbiti la massara pumposa, Natale ‘ssuttu e Pasca muttulosa
(l’autentica felicità della contadina la vedrai quando piove poco d’inverno e molto in primavera. Troppa acqua in inverno farebbe imputridire le sementi, che invece se ne giovano con le piogge di primavera).

Saggezza popolare forse desueta, ma sempre saggia… o no? a patto che Giove pluvio non esageri!

Il Labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì

Poesia visiva. Il Labirinto metrico del magliese Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827)

 

di Cosimo Giannuzzi

 

Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827) fu un sacerdote ed insegnante di matematica nei seminari ecclesiastici di Otranto e Gallipoli. Maglie, suo paese di nascita, ha eluso per più di un secolo l’obbligo morale di mostrargli riconoscenza, pur essendo il Macrì di gran lunga più meritevole di considerazione dei tanti suoi detrattori ai quali nel tempo sono state intitolate strade, piazze, opere pubbliche.

Quando era in vita, godette della stima di alcuni fra i più autorevoli intellettuali del Salento come S. Panareo, B. Ravenna, L. Maggiulli. Quest’ultimo ne raccolse gli scritti e ne curò la biografia, pubblicata nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto. O. P. Macrì è stato il primo ad interrogarsi sull’origine di Maglie credendo, a torto o a ragione, di riconoscerla attraverso l’interpretazione del toponimo.

Libri/ Maravà

MARAVÀ ovvero Come scrivere un buon libro senza arrampicarsi sulle nuvole. (Riflessioni critiche di Antonio Porzano)

 

«Quella favola sol dèe approvarsi

Che di menzogna l’istoria non cuopre

E fa le genti contra i vizi armarsi»

(T. Campanella, A’ poeti)

 

Conobbi Gianni De Santis, autore del libro oggetto delle mie modeste riflessioni (come asino sape, così minuzza rape, sentenzia un adagio medioevale), per caso, al Mocambo, ristorante dell’amico Vito Maniglio in quel di Sternatia, dove non è raro fare sorprendenti conoscenze, poiché Vito è una calamita umana, capace di attirare nel suo pandochèion/deipnotèrion persone che – quasi sempre – ti rendono migliore la serata.

A Santa Maria di Leuca, una Madonna dalla carnagione bruna

di Rocco Boccadamo

 

Di S. Maria di Leuca, per le sue peculiari connotazioni di incomparabile attrattiva paesaggistica all’estrema punta dell’italico tacco, esiste una diffusa conoscenza ormai a tutto campo, non solo in Italia, ma anche all’estero. Dell’ascesa qualitativa di detta località, da sempre particolarmente cara ed amata come poche altre, i salentini non possono che sentirsi orgogliosi, anzi felici. Nello stesso tempo, si rende però opportuno che, da parte di tutti, vengano «difese» con sano spirito di gelosia le naturali e preziose bellezze del piccolo centro e dei relativi dintorni: l’accostamento di un sito della propria terra e delle proprie radici ai più rinomati posti del turismo di élite deve costituire senza dubbio motivo di soddisfazione e di gratificazione, ma non indurre a trascurare eventuali eccessi e spinte all’iperattivismo di qualche operatore senza scrupoli (col rischio di deturpazioni e scempi ambientali), allettato dal miraggio di speculazioni a portata di mano e di facili profitti. Ad ogni modo, a parte la doverosa cornice di approccio, qui si vorrebbe soprattutto porre in evidenza una particolare inquadratura di osservazione, che, forse, ai più sfugge. All’interno dell’antico Santuario di S. Maria de Finibus Terrae, ora elevato al rango di Basilica, dominante un ampissimo orizzonte a fianco dell’imponente faro che svetta sul promontorio a punta e terminale della penisola salentina, alla sommità dell’altare trovasi collocato un quadro, assai venerato, con l’effige della Vergine. Il volto della Madonna, difformemente dalle sfumature di colori cui si è tradizionalmente abituati osservando analoghe riproduzioni classiche o attuali, in questo caso reca un colorito non chiaro o roseo, ma decisamente bruno. Al che, viene da pensare che l’estro e il pennello dell’autore si siano con precisa volontà ispirati fedelmente all’incarnato tipico delle donne del sud in genere, e delle donne di queste plaghe in particolare, incarnato che si presenta spesso bruno o olivastro: dunque, la Madre di Dio che si pone allo sguardo della gente giustappunto con l’identico volto di molte, di tutte le madri comuni. Quanta profonda espressività in tale volto e in tali tratti! Quanta aderenza alla vita e ai suoi travagli, turbamenti e sogni! In chi scrive, l’effige della Madonna di Leuca ha determinato un’emozione forte e intensa sin da epoca lontana, a partire cioè dalla prima opportunità di ammirarla in occasione del pellegrinaggio itinerante del quadro per tutti i paesi del Capo, svoltosi nell’anno 1949, e dalla visita di devozione al Santuario, effettuata insieme con la famiglia, nel maggio del medesimo anno.Nel gruppo, era presente anche una giovane mamma di trentadue anni (la quale portava in grembo il sesto figlio), una mamma che, ancora giovane, nell’estate 1966 se ne è volata lassù a raggiungere la sua Madonna bruna.

Libri/ Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo

De Paola Francesco, Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo, con nuovi documenti e testimonianze; introduzione di Giovanni Dotoli, Fasano (Brindisi), Schena Editore, 1998.

Impostato su basi scientifiche e privo di ogni intento di provinciale celebrazione, questo libro, diffuso ormai in numerose biblioteche europee ed americane, offre la più completa biografia su Vanini, con documenti tratti dall’Archivio di Stato e Biblioteca Nazionale di Napoli; Archivio di Stato, Fondazione Giorgio Cini e Biblioteca Marciana di Venezia; Archivio di Stato e Archivio Arcivescovile di Padova; la Biblioteca del British Museum, il Public Record Office, la Lambeth Palace Library, la Mercers’ Company Library e la National Gallery di Londra; l’Archivio General de Simancas e la Biblioteca Nazionale di Madrid; la Bibliothèque Nationale di Parigi e il suo Département de Manuscrits; gli Archives Nationales di Parigi; l’Archivio Segreto Vaticano e la Biblioteca Vaticana di Roma; gli Archives Départementales de la Haute-Garonne di Tolosa; le Bibliothèques de la Ville de Toulouse; la Bibliothèque de Mr. Cousin alla Sorbonne di Parigi.

Uno dei più affascinanti e misteriosi esponenti del tardo Rinascimento italiano, l’ex frate carmelitano napoletano, Giulio Cesare Vanini, trova in questo libro molte spiegazioni su alcuni dei momenti cruciali della sua esistenza.

La vita di Vanini è stata accuratamente esplorata in quegli che la storiografia su di lui indica come i momenti cruciali della sua esistenza:
– la sua formazione umana e culturale (di origine napoletana o padovana ?);

– i motivi del suo allontanamento dal convento di Padova, dove egli avrebbe dovuto conseguire la laurea in Sacra Teologia;
– le ragioni e le modalità della sua precipitosa fuga in Inghilterra;
– descrizione di alcuni episodi relativi alla permanenza nella sede arcivescovile di Lambeth, ospite dell’arcivescovo Abbot, Primate d’Inghilterra;
– le modalità e la fuga dall’Inghilterra e il ritorno nel mondo cattolico, viste attraverso i dispacci di quattro diplomazie diverse e parallele (quella inglese, spagnola, vaticana e della Repubblica Veneta);
– le ragioni del mancato rientro in Italia, i suoi problemi con l’Inquisizione romana e la scelta di rimanere in Francia;
– le circostanze che condussero alla pubblicazione delle sue due opere e il suo contributo al Libertinismo francese;
– la sua permanenza in Francia, le sue amicizie, le cause che condussero alla sua rovina e alla morte atroce sul rogo a Tolosa e lo svolgersi di quei tragici eventi;
– i motivi che lo portarono ad assurgere al ruolo di martire e di portatore in Europa di un pensiero anticattolico, ma anche di nuove ed importanti intuizioni scientifiche.
I risultati e le conclusioni finali mostrano molti aspetti sconosciuti della sua tormentata esistenza, ma mettono anche in evidenza i grandi meriti di questo pensatore, che esportò in alcun paesi d’Europa le più brillanti acquisizioni della cultura rinascimentale italiana.
Le fasi finali della sua vita in Parigi e in Tolosa, la sua tragica morte sul rogo, i suoi seguaci, i suoi amici e i suoi nemici, lo strano processo davanti al Parlamento di Tolosa, la sua posizione nei riguardi del Libertinismo francese, tutto è accuratamente descritto per quegli studiosi che volessero ricercare le matrici culturali del passaggio dal Medioevo al Rinascimento e al Razionalismo attraverso l’approccio ad una delle più brillanti figure del periodo.

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